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Quanto a lungo si può dettagliatamente ricordare

Quanto a lungo si può dettagliatamente ricordare, quanto a lungo può durare il tentativo di ricostruire un’immagine scomposta e perfetta che prende vita e colore soltanto nella mente? Agghindo la mia corazza color passato. Come ha già scritto una donna giudiziosa, è solo dopo che si ricompongono i pezzi dell’esatto momento in cui è (in)finito tutto. Il momento si fa nitido sempre quando pensavi di aver passato il peggio. Ma mi ero preparata, ho messo tante energie nel prepararmi. Mi sono preparata per mesi. Ma il tempismo subisce sempre lo scarto emotivo fatto di sbalzi imprevedibili e fuori controllo del tempo che, guarda caso, passa. Vabè è più semplice di così, è che la parola tempismo non significa nulla.

Dopo mesi di addii, il vero addio è arrivato imprevedibile, una sera qualunque

l’impossibile addio

una sera in cui non avevamo organizzato nulla, ormai satolli delle continue eplosioni ed implosioni emotive dei nostri instancabili rituali, nessuna grande bevuta in ballo, nessun grande ballo del saluto perpetuo.

La preparazione psicologica di mesi: evanescente

non è servita a niente, non è servita a saziare quel pianto inarrestabile

pregno d’amore

che ormai sembrava aver assorbito ogni ricordo nel presente.

Chi mi disse che non esiste una parola per esprimere la nostalgia del presente? Provavamo tutti la stessa cosa.

In quel preciso momento l’uomo disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividerlo adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo le stava accanto in Islanda.

(Jorge Luis Borges)

Mentre tutti correvamo ad una velocità frenetica, instancabile, invidiabile, io cercavo di stare ferma. Correvo in lungo e in largo per la nostra irrinunciabile condizione, ma cercavo a tutti i costi di stare ferma.

dopo la laurea parto, non so dove vado ma parto

sono partita per Bologna

via da Bologna

per mesi

in transito e in sosta

a girare in tondo sui viali

alla stazione certezza necessaria e sufficiente

per restare

nel dilemma continuo

ma che cazzo sto facendo?

in trasformazione perpetua

sempre agganciata ai pedali del mio cuore bicicletta

perché non ho ancora imparato a camminare

i miei piedi polmoni ancora si devono aggiustare

imparerò

imparerò nella città dove si può soltanto camminare

o impavidi provare ad ergersi sull’acqua

ma neanche l’acqua perdona

ciò che non galleggia va a fondo.

Proprio ora, mentre ognuno di noi si sta ritagliando il suo spazio nuovo, senza il deserto condiviso, nel deserto diviso, inviso, della distanza, ora arriva il mio piagnisteo, covato per mesi in viso, nello sguardo nascosto, in un naso senza odori, in questa gola intoppata da un magone che sì, saranno anche i polipi

ma non lo so mica.

Il tempo distrugge ciò che ha scolpito, diceva un poeta silenzioso, e si sa, annaspando, a qualcosa ci si aggrappa. Però non ho mai voluto contentarmi del ricordo

e non lo farò

così me la racconto, mentre mi contento del ricordo.

Qualcuno, una saggia donna della terra del rimorso, ha detto: se andandotene sei triste vuol dire solo che lasci qualcosa di bello, allora sii felice. Ci siamo rimasti sotto tutti, lo so, l’abbiamo sempre saputo che non si esce vivi neanche dalla vita più bella. Ma poi ci si riprende(rà?).

Intanto mercoledì metteranno i ferri nel mio naso per estirpare la famiglia di fedelissimi ed infidi Polipi, me li tolgono in cambio di un po’ d’aria, e poi si può dire che tornerò a respirare, e credo che chiederò a qualcuno di aggiungere al DSM-V un nuovo disturbo: il disturbo della personalità derivante da deficit olfattivo.

perché son certa,

che di tutto questo

è tutta colpa loro

(citazione indiretta: Marsina Stretta)

così me la racconto

questa storia irraccontabile.

PS: Per saggiare la fertilità del terreno bolognese in una notte di luglio decidemmo di riempire il territorio dell’oggetto che tipicamente sancisce la presenza e il contatto tra corpo e terreno: le scarpe. E per ampliare la pluralità di soggetti richiedenti asilo le scarpe erano tutte spaiate. E per sancire l’importanza cromatica dei più tipici temperamenti le scarpe erano per lo più rosse, gialle e blu (questa forse è una cazzata).

Giusto per dirglielo ai bolognesi (“se esistono”), che questa è casa nostra.

E che la nostra famiglia è molto, molto numerosa.

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Il canto delle Sirene

Ci sono eroi della storia/letteratura/mitologia ( che poi che differenza fa? ) che sono apprezzati e lodati per la loro capacità di affrontare le forze primordiali della natura fino quasi a deviare il corso del proprio destino e di quello delle persone e popoli loro contemporanei.

Uno di questi è sicuramente Ulisse. Arrivato lì dove tanti comuni mortali avevano perso la strada e la testa, lui escogita un modo per ascoltare il magico canto delle Sirene senza però caderne intrappolato. Il non plus ultra della scaltrezza, dote indispensabile per un eroe. Così facendo ascolta senza timore quelle voci che tanti uomini hanno ammaliato trascinandoli in mare…

Il canto delle Sirene è una promessa, è una provocazione, è una strada sconosciuta che fa paura, è la quasi certezza di un fracasso.
Però è attraente, anche se non credo sia dolce. Se la curiosità avesse un suono, sarebbe quello delle Sirene.
Che poi è giusto di un suono che sto parlando, non tanto di un canto. Un suono è qualcosa di molto meno articolato di un canto. Un suono è irrazionale,  il canto è già espressione di una lingua, che è espressione di una cultura. Un canto è mediato, la forza di un suono ti colpisce senza filtri invece.
E i suoni delle Sirene sono viscerali, di cuore, sono ritmo e non melodia. Chiunque si sia fatto prendere da un ritmo, liberandosi delle proprie inibizioni, capisce di che pasta è fatto questo suono. Poco importa che il ritmo sia quello del tango, dei tamburi africani, l’un-due-su di una mazurka o una cassa tekno. Ci sono melodie che canticchi e poi ci sono suoni che ti prendono allo stomaco e a cui è impossibile resistere, stare fermi sarebbe un delitto.
E le Sirene emettono questo tipo di suoni, quelli a cui è impossibile resistere. Devi avere un self-control incredibile per riuscirci, o escogitare un trucco come Ulisse.

C’è poi un altro eroe che è riuscito a sfiorare il canto delle Sirene senza farsi abbordare, ed è Orfeo, negli Argonauti.
Quantomeno lui ha affrontato le Sirene sfidandole sullo stesso piano. Ha contrapposto alle loro voci il suono della propria Citara. Loro cantavano e lui suonava. Non era un duetto, era una sfida. Le Sirene attiravano la nave, e Orfeo suonando incitava i suoi a remare in direzione opposta. Suonava più forte che poteva, il volume e il ritmo dovevano sovrastare l’impetuosità del canto delle Sirene.
Alla fine Orfeo riuscirà a portare in salvo la propria ciurma.

Ma finalmente succede qualcosa. Entra in gioco, di sfuggita, un personaggio secondario, uno di quelli che vengono menzionati e poi subito dimenticati, uno di quelli che la Storia archivia come dispersi, gente che si è sbagliata, che non ha preso la strada giusta.
Insomma uno di quei personaggi che per me è il sale della vita, che rende interessanti i racconti, e piacevoli le esperienze.
Uno di quelli che prende un’altra strada, quella sbagliata diranno gli annali…ok, ma dove porta?

Uno dei compagni di Orfeo, cioè Butes, decide di lanciarsi incontro al suono. Significa che deve lasciare la nave ( avrà salutato i suoi compagni? qualcuno avrà tentato di fermarlo? Si sarà portato dietro qualcosa? boooh..), quindi sale sul ponte e si lancia, immagino…o magari ha una piccola scialuppa e ci va a remi, magari non sa nuotare e si tuffa lo stesso. Quanto sarà distante la nave dalle Sirene? E poi dove stanno le Sirene? Mica le vede, le sente e basta. Stanno su uno scoglio? Galleggiano? Oppure hanno un’intera isola a loro disposizione?
Tutte queste cose Butes non le sa. E poi non è neanche detto che abbia “deciso” di lanciarsi, la decisione presuppone un movimento attivo della ragione, e lui sta andando verso l’irrazionalità più pura. E la razionalità, quando nuoti in un mare di passioni e istinto, è una bombola di ossigeno vuota, è solo un peso non un aiuto.

Fatto sta che abbandona la nave.
Abbandonando la nave lascia dietro di sé un mondo fatto di sicurezze: le città conosciute, quelle ancora da scoprire ma che in fondo non saranno così diverse da quelle già viste, gli amici, i compagni di nave, magari una donna che lo aspettava, il suo piatto preferito. Quei punti fermi che durante la vita ti permettono di non perdere la rotta.
Ma gli piace quel suono, è più forte di lui.

Chissà che fine avrà fatto, sarà arrivato? sarà affondato strada facendo? Oppure è sull’isola che mangia frutta ballando sotto gli alberi al ritmo delle Sirene? Lo avranno accolto bene, o sono davvero quei mostri malefici che la mitologia, o la storia, o la letteratura ci descrivono?

Noi non lo sapremo mai…
e come noi non lo sapranno mai nemmeno gli eroi Ulisse e Orfeo, che hanno preferito il conosciuto all’avventura, la comodità di una strada già percorsa all’insicurezza di onde, insenature e scogli nuovi. Saranno stati sicuramente furbi più dei comuni mortali, ma forse hanno peccato di coraggio.

 

Ok, ma tutto questo, con noi, piccola ciurma anemica, cosa ha a che fare?

Beh, mi sembra che anche noi, non tutti magari, ma molti, stiamo navigando in alto mare in questo momento.
Passeggiamo ancora tranquilli sul ponte della nave solo perché è estate, non ci sono temporali, siamo ancora in vacanza premio per la promozione a mozzo con laurea. A un certo punto però bisognerà decidere: saltare dalla nave o continuare a remare?
E’ il momento in cui, sono sicuro, ognuno di noi ha la propria personale Sirena che lo sta chiamando. Quel sogno che se si realizzasse…pensa che figata! te lo immagini??
Però c’è la realtà con cui fare i conti, il canto delle Sirene viene coperto dalla voce responsabile di genitori e compagnia bella, che non solo sono più vicini alle tue orecchie delle Sirene, ma urlano pure, come se non ci sentissi.
Tanti Ulisse che ti tendono una corda…
Però quel suono, che guarda caso va allo stesso ritmo del battito del tuo cuore, è sempre lì. Ti ricorda che c’è quell’altra strada.
Sbagliata, probabile. Difficile, sicuro. Ma è lì, non ha meno dignità solo perché calpestata da meno piedi ( o da meno mani, in strade del genere, si sa, si incontra anche gente che cammina a testa in giù! ).

Quello che voglio dirvi è che finché la barca va, lasciala andare!, ma quando poi c’è da metterci del nostro, non ignoriamo le Sirene..
Son sicuro che Butes ha avuto paura nel lanciarsi, in fondo la paura è quella cosa che ti fa muovere il culo per rimanere vivo, niente di così malvagio, tutto il contrario.
Cosa ne avrà avuto in cambio? Lo sa solo lui…
Ma cosa ha lasciato lo sappiamo tutti…

Cosa siamo disposti a lasciare noi per seguire quel suono/sogno è la storia personale di ciascuno…io voglio solo inserirmi in questo momento di passaggio per dirci di aver coraggio, fiducia, in noi stessi personalmente, in noi stessi come gruppo..

Diamo una possibilità alle Sirene che ci chiamano…

 

Butes di tuto il blog, unitevi!

Al di là del bene

capelli

Avvistato uomo nudo travestito di bianco in via san felice e riva di reno

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Ingoi indigesti. Ovvero: assaggi di ricordi conditi di nostalgia.

“voi non siete del castello,

voi non siete del villaggio;

voi non siete niente”

Franza Kafka, Il castello.

 

Alchemiche vibrazioni di sbronze assennate

che assorbono il tempo distillandolo

 

Tra i ventricoli della geografia urbana

assemblarsi di spazi densi

Frammenti di cene nelle piazze

Corpi assordanti assordati dalla quiete dell'”onesto cittadino”

 

Le bottiglie svuotate sempre identiche

ma negli spazi nostri

Lontani dai luoghi preconfezionati per la tutela del consumatore puro

 

Poi cominciano a sfaldarsi legami indistruttibili

nella catastrofe della distanza

Il tempo distrugge ciò che ha scolpito:

la geografia sociale di una città-porto

contro la quale i flutti si schiantano e si sfaldano

incontrandosi nella risacca

 

La nostra lotta contro l’effimero

si fa più evanescente

Scia d’aereo assorbita dall’aria

 

Mille frasi tentano di negare l’assenza dei nostri corpi

nello spazio condiviso

“Ti verrò a trovare”

“Ci ri-incontreremo in Spagna/Francia/Sudamerica…”

 

La belva della nostalgia sfiata

il calore feroce delle sue fauci

sul mio collo rovente

Il disprezzo della noia allontana ricordi

che fanno male

 

Altri lidi…

Ma quali? dove?

Certamente al di fuori di un’effervescenza collettiva

che presente non è più

Che nel passato non ha più senso di esistere

 

Un incendio si è spento

perché il legno è finito

Ma la brace è ancora viva

Il vento disperde tizzoni

verso altri boschi

 

E intanto noi non siamo il “niente”

Noi siamo cenere:

la trasformazione nell’omogeneità più volatile e dispersiva

Dell’eterogeneità più assoluta: il bosco

 

 

Mi inserisco anch’io nella scuola degli addioisti, ma in una cornice di immagini disordinate (buttate giù di getto qualche tempo fa) liberamente sgorganti da una mente malata che non ha posto per l’ordine e che dell’ordine non sa che farne. Per tale motivo non credo negli addii, perché la fine non è mai fine di tutto e fini ed inizi si compenetrano in modo del tutto casuale. Dunque gli addii sono anche potenzialmente arrivederci.

 

 

qualcosa

Mi sento a casa Felice quando svegliandomi la mattina
non riconosco la gente che dorme nel materasso accanto la mio

Le uniche porte che voglio aprire sono quelle che trovo davanti a me, già aperte

Il mio desiderio di felicità vuole tornare a casa la sera per trovare qualcuno sul divano
ad accogliermi, ad aspettarmi..
..la mia fame di felicità vuole svegliarsi nel cuore della notte
e trovare una pentola di spaghetti che cuoce sul fornello

L’odore di marijuana come colonna sonora dell’olfatto

L’unica forma di comunismo
che accetto
è quella in cui anche il bagno è diventato uno spazio liberato,
in cui l’intimità è una questione collettiva,
in cui lo spazzolino da denti ha perso lo status di proprietà privata

L’unica forma di rivoluzione
per cui possa quotidianamente battermi
è quella in cui l’affinità politica si concretizzi in resistenza affettiva
ad un punto tale
per cui l’affettività assorba e dissolva l’affinità stessa

L’unica forma di anarchia che contemplo è quella vestita di colori sgargianti.

I divani sostituiranno i letti,
i sacchi a pelo le lenzuola,
gli orti fioriscono già nei balconi,
la cartaigenica dell’unibo per pulire i nostri sederi,
la nostra mensa
riempita dallo scarto della grande Babilonia
farà concorrenza ai migliori ristoranti di Bologna.

Cinque furti al giorno
e anche noi conquisteremo il lusso negatoci dal capitalismo.
Cinque furti al giorno
per negare il lusso offertoci dal capitalismo.

Ancora qualche addio
prima di ritrovarci nuovamente tutti insieme,
un sorriso al giorno
per rivendicare il nostro diritto alla spensieratezza.

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(Liberamente ispirata dal risveglio in questi ultimi giorni dipinti di bianco
e dalla promessa fatta all’uomo barbuto di pubblicare qualsiasi cosa mi passasse per la testa
dopo tutte quelle passate e mai pubblicate )

chi vuol esser lieto, sia

“Ma in questo particolare momento, Cancerino, penso che il tuo compito più importante sia concentrarti sulla strada che devi ancora percorrere. Per questo ti chiedo di mettere temporaneamente da parte tutto quello che pensi di sapere sul tuo passato e cominciare a entusiasmarti per quello che ti succederà in futuro.”

Che io sappia, fortunatamente, c’è solo una persona al mondo che usa la parola “cancerino”: Rob Brezsny. Infatti il testo citato è prorpio l’oroscopo de internazionale di questa settimana. L’ho letto un paio di giorni fa, senza farci troppo caso e ieri, passeggiando in un parco, non so nemmeno bene perchè, ho iniziato a pensare seriamente al mio ritorno. Non dico che non lo abbia mai fatto durante questi mesi di viaggio, perchè in realtà nelle lunghe di ore di viaggio la mia attività preferita era prorpio fantasticare sul futuro. Ma la differenza tra “fantasticare” e “pensare seriamente” è a dir poco abissale. Infatti nel primo caso, qualsiasi possibilità può sembrare appetibile e la maggior parte dei risvolti negativi vengono assorbiti dall’entusiasmo, anche perchè difficilmente ci si mette a pensare realmente a tutte le complicazioni e agli smarronamenti che una scelta può comportare, dal momento che si proietta tutto ad un futuro lontano, intangibile e pieno di fiori. Poi improvvisamente ti rendi conto che questo fantomatico futuro è dietro l’angolo e che le fantastiche idee che avevi avuto due mesi prima tra un paesaggio andino e l’altro, forse non erano così geniali come ti erano sembrate.

E quindi eccomi qui, dopo aver seguito la ola di tristi addii, continuo a seguire le tendenze rilanciandomi in questa nuova ola di “welcome to the future”. Certo è che me la sono presa comoda con questo bel cuscinetto (che forse sarebbe più appropriato chiamare materassoneoneone) di dieci mesi per capire un po’ che minchia fare e per mettermi un po’ alla prova. Per esempio in questo momento mi trovo alle prese con un semi-lavoretto per finta. Lavoro venti ore alla settimana nel bar di un ostello che a cambio mi concede lettino e colazione aggratis. Non mi pagano, quindi non è un vero lavoro e di certo non devo indossare cravatta rossa e camicia nera (anche se forse, in fondo in fondo, un po’ mi piacerebbe), ma anzi la mia miss consiste perennemente in pantaloni da uomo grigi, dritti e un po’ larghetti e una felpa azzurrina alla quale ho dovuto apportare qualche modifica con ago e filo (visto che ci stavo dentro 3 volte), forse in realtà peggiorando la situazione invece di migliorarla. Insomma, possiamo dire che sembro un ragazzetto in piena pubertà a cui la madre ha comprato all’OVS i vestiti 2 taglie più grandi perchè il suo figliuolo sta crescendo. Mi mancano solo i baffetti e la voce altalenante, sempre troppo grave o troppo acuta. Bello. Tornando al lavoro, quello che dovrebbe essere il mio capo è un totale cazzone a cui più di una ho fatto il culo perchè poco efficente (è in questi casi che il sangue brianzolo si fa sentire). Insomma, fondamentalmente sto 4 ore davanti al computer a mettere musica (che però non riesco ad ascoltare perchè le casse sono troppo lontane)  e leggere cazzate, stappando qualche birra di tanto in tanto e, se la serata è proprio movimentata, preparando un paio di fernet con coca-cola(tipica bevanda argentina che non ho idea che sapore abbia).

La cosa invece che mi sta mandando fuori di testa è vivere in quest’ostello per un mese. Ovviamente sono nel dormitorio più grande di tutti, 8 persone, che non è un dormitorio riservato allo staff. Questo significa che, a parte una ragazza trans russa che vive qui da 6 mesi, il via vai di gente in stanza è continuo e spesso i ritmi di vita nostri e delle nostre compagne di stanza non coincidono affatto. Il premio dell’odio ad oggi se lo porta a casa un’afroamericana di Washington D.C. che per una settimana è tornata sempre non prima delle cinque di mattina, accendendo la luce e facendo in modo che proprio tutti ci svegliassimo, per poi sdraiarsi e iniziare seduta stante a russare come se non ci fosse un domani, assicurandosi dunque che nessuno potesse più riaddormentarsi. Bello. In tutto questo, senza entrare nei dettagli della questione, ci tengo a sottolineare che stare un mese in dormitorio quando si sta viaggiando con la propria ragazza rende il tutto ancora più tragico.

L’ostello in cui sto vivendo poi non presenta le normali caratteristiche degli ostelli che ho visto fino ad ora: a parte qualche viaggiatore normale che si ferma una settimanella (ovviamente preferibilmente nella mia stanza), la maggior parte delle persone vivono qui da circa 2/3 mesi e un’alta percentuale di essi è brasiliana. Il che rende questo posto una via di mezzo tra un ostello e un’enorme appartamento, dove tutti si conoscono, sono amici ed escono insieme. Questa situazione alla maggior parte di voi può sembrare fantastica, ma la mia misantropia è nota ai più e sopratutto tende a crescere di fronte a quelli che io chiamo “gruppi forzati”(non è un caso infatti che nessuno dei miei compagni di classe ad oggi sia mio amico). Dunque mantengo le distanze, ma sempre con simpatia e cordialità. L’unico che possiamo definire mio amico è alfonso, un ballerino pazzo e frocio a cui do lezioni di tango, ma, non vi preoccupate, a breve non lo sopporterò più.

Tornando a noi, stavo passeggiando nel parco e la verità è che spaventa un po’ pensare che il momento in cui vivrò in una nuova città a millemila chilometri da casa, dovendo cercare lavoro (uno vero) e amici e tutto quanto, alla fine non è poi così lontano. Ho preso in considerazione l’idea di tornare a madrid e starci un paio d’anni, per procrastinare il trasloco oltraoceanico, ma la verità è che non si può, a meno che non si opti per una vita da mantenuti. Ed eccola lì questa maledetta crisi, di cui tanto si parla, che per la prima volta sento addosso, sulla pelle, con una forza che inquieta. E quindi niente, ciao, se dev’essere oltreoceano, che sia oltreoceano. Può essere che sia Argentina, può essere che sia Brasile, la città è ancora un mistero, ma in ogni caso sará lontano, lontanissimo.

Negli ultimi mesi però una strana tranquillità ha rivestito il mio animo ansioso: mi sento calma e serena. Forse avere a che fare continuamente con posti, situazioni e persone nuove mi ha insegnato ad approcciarmi alle cose con un’apertura e una tranquillità nuove, di cui faccio tesoro e che spero di mantenere. E dunque che succeda quel che debba succedere, mi sento pronta per una nuova fase in questo continente, che a differenza di quello in cui sono nata, ha nei confronti del futuro una fiducia rinfrescante ed energica, magari illusoria, ma che sicuramente aiuta ad alzarsi dal letto la mattina.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

e questa è la mia canzone del momento, CUMBIA NENA!