tradursi

ciclicamente ritorno tra i meandri della mia mente a esplorare il senso delle cose. e un certo tepore mi avvolge, ritrovo quella familiarità che solo tra me e me riesco ad incontrare. è un po’ come quando un sabato sera d’inverno ci si ritrova sdraiati sul divano, all’ora di dover uscire.

ma non è che quasi quasi non vado? forse alla fine starei meglio qui. dai su, avevo voglia di uscire. boh vabbè ma non è grave se non esco.dai vado che così gli racconto quella cosa.sennò glielo dico domani, cosa cambia?

e insomma in quest’indecisione si indugia su quanto è strano trovarsi adulti e dirsi che alla fine poi perché si aveva così tanta fretta di crescere. quanto abbiamo deciso di essere chi siamo? marino dice sempre che abbiamo gli amici che ci meritiamo, sarà vero? quanti amori sono restati? quanti sono ormai lontani? per non parlare dei nuovi arrivi e dei restituiti. penso spesso alle affinità elettive. chissà se ho capito cosa vuole dire.

E com’è quando a quasi trent’anni ci si rende conto improvvisamente di amare oltremisura la propria madre?

cosa ne direbbe Freud?… Sarà sicuramente lo stadio anale. è il mio preferito d’altronde…

 

Una parte di me

è tutto il mondo;

l’altra parte nessuno:

fondo senza fondo.

 

Una parte di me

è moltitudine:

l’altra parte stranezza

e solitudine.

 

Una parte di me

pesa, pondera:

l’altra parte delira.

 

Una parte di me

pranza e cena:

l’altra parte

si spaventa.

 

Una parte di me

è permanente:

l’altra parte,

si manifesta all’improvviso.

 

Una parte di me

è solo vertigine:

l’altra parte,

linguaggio.

 

Tradurre una parte

nell’altra parte

– che è una questione

di vita o di morte –

sarà arte?

 

 

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Un quadro generale di quello che sta succedendo in Brasile

Sono passati quasi 20 giorni dalla messa in stato di accusa di Dilma Rousseff. O, in altre parole, Temer e i suoi sostenitori ne hanno ancora 160 per assicurare la tenuta del golpe con il quale il PT è stato allontanato dal governo.

Il PT è un partito che sicuramente ha goduto di ampio consenso all’interno della popolazione brasiliana. Non a caso, anche dopo l’inizio della crisi, Dilma riuscì a vincere le elezioni del 2014 con 54 milioni di voti, assegnando al PT il quarto mandato consecutivo.

La stessa presidente Dilma, per quanto antipatica a molti, ha una storia politica fortemente a sinistra e di certo non da ieri: militante di tendenza marxista, partecipò alla guerriglia armata contro la dittatura militare, arrestata fu torturata e passò circa tre anni in carcere, per poi iniziare la militanza nella sinistra partitica alla fine della dittatura e diventare la prima presidente donna del Brasile.

E se è vero che il PT non ha avviato la rivoluzione socialista, in questi quattro mandati è però riuscito a migliorare sensibilmente la vita di decine di milioni di persone con riforme mirate ad aiutare le fasce più povere ed emarginate. Il Brasile rimane però uno stato in cui il potere politico-economico è in mano alle élites delle grandi famiglie latifondiste, che lo portano avanti da secoli con la forza e la corruzione, e il Partito dos Trabalhadores per rimanere al potere ha più volte cercato con esse un accordo, spesso entrando in forte contraddizione con la sua matrice socialista.

Se da un lato quindi il PT ha sempre avuto un ampio sostegno popolare, dall’altro ha perso moltissimi consensi, anche a causa della campagna mediatica portata avanti proprio dalla ricca oligarchia bianca e latifondista, che ha in mano i più importanti mezzi di comunicazione di massa. Le riforme attuate dal governo hanno infatti permesso una ridistribuzione del potere e della ricchezza nel paese, in forte contrasto con gli interessi delle classi oligarchiche.

A far esplodere la situazione è stata poi la politica anticorruzione portata avanti dal PT sin dal primo mandato, che ha iniziato a contrastare un sistema di favori e tangenti che da sempre ha retto il sistema politico del Brasile, coinvolgendo deputati di ogni colore e bandiera.

L’ultima e più celebre delle investigazioni anticorruzione è l’operazione Lava Jato, iniziata nel marzo del 2014, che ha portato alla luce un sistema di tangenti all’interno dell’azienda statale petrolifera Petrobras, arrivando a colpire membri stessi del PT, tra cui spicca l’ex presidente Lula. Di questo fatto hanno approfittato i suoi oppositori politici per scatenare uno scandalo mediatico contro l’intero PT e la presidente Dilma.

Ça va sans dire, oppositori politici coinvolti essi stessi nelle investigazioni, ma con molta meno attenzione mediatica.

Approfittando di questo clima di disaffezione e risentimento creatosi verso il governo, il Senato ha votato il 12 maggio l’impeachment della presidente, per un crimine che però nulla ha a che vedere con l’investigazione Lava Jato. Dilma infatti è forse l’unica a non essere mai risultata coinvolta nella corruzione e il suo nome non compare mai nelle carte, a differenza di quello di Eduardo Cunha. L’ex presidente della Camera Cunha infatti, primo promotore dell’impeachment, è stato recentemente allontanato dall’incarico proprio per le accuse di corruzione e riciclaggio di denaro.

Lo scandalo di Lava Jato ha creato quindi le basi di dissenso per togliere Dilma dalla presidenza, ma non potendo accusarla di corruzione il pretesto utilizzato per formalizzare l’impeachment è stato quello delle cosiddette pedalate fiscali. Con questo termine si intendono delle manovre contabili consistenti nel ritardare i pagamenti del Tesoro alle banche pubbliche per creare un credito per far quadrare i conti dello stato. Questo procedimento può essere considerato illecito dalla Corte dei Conti in base alle leggi sul bilancio e sulla responsabilità fiscale, ma è stato ampiamente utilizzato da tutti i governi precedenti senza mai essere perseguito. C’è da aggiungere che al momento le pedalate fiscali sono state riconosciute solo per il 2013 e il 2014, cioè durante il mandato precedente, mentre per legge l’impeachment può essere portato avanti solo per crimini commessi dal presidente durante il mandato in corso. Alla luce di questi fatti, l’impeachment risulta inequivocabilmente illegittimo. C’è poi da sottolineare che in Brasile l’impeachment funziona diversamente rispetto alla maggioranza dei paesi democratici, in quanto il sostituto del presidente non è un membro dello stesso partito, ma il vicepresidente. Ecco quindi che un partito diverso da quello eletto democraticamente prende il potere senza passare per le elezioni grazie all’aiuto di un golpe non militare.

A diventare presidente è stato quindi Temer, membro del Partido do Movimento Democrático Brasileiro, un partito che al momento gode di un consenso bassissimo. Temer è tra i più indagati per i crimini di corruzione e riciclaggio di denaro e porta avanti una politica conservatrice, reazionaria e machista. Risulta un personaggio politicamente ambiguo, basti pensare alle sue dichiarazioni dello scorso anno in cui definiva l’impeachment illegittimo e un rischio gravissimo per il paese, per poi schierarsi a suo favore pochi mesi fa diventando un leader dell’opposizione a Dilma.

Al momento della formazione del Consiglio dei Ministri, sette dei ventitré uomini scelti da Temer risultano indagati nelle indagini anticorruzione. Non è forse un caso che il giorno stesso della salita al potere presidenziale Temer abbia trasformato la Controladoria Geral da União (l’organo esterno al governo che controllava la trasparenza delle relazione tra stato e imprese private) in Ministero in modo da poterne avere il controllo. Come ministro Temer ha scelto Fabiano Silveira, già dimessosi per l’uscita di intercettazioni che lo collegano allo scandalo Lava Jato.

Questo però non è stato l’unico cambiamento effettuato del nuovo presidente Temer, sono spariti infatti tutti i ministeri che si occupavano di questioni sociali: il Ministero per le Donne, Pari Opportunità e Diritti Umani, il Ministero della Comunicazione, il Ministero dell’Investimento Agricolo e persino quello della Cultura. I ministeri rimanenti sono tutti in mano a uomini bianchi, una scelta politica ben marcata, a maggior ragione in un Paese in cui più del 50% della popolazione si dichiara afrodiscendente (dati dell’ultimo censimento della popolazione del 2010).

Nel governo così formato è stato scelto come Ministro della Giustizia (ministero in cui sono confluiti tutti i ministeri eliminati) Alexandre de Moraes, conosciuto per l’uso eccessivo della violenza nella repressione delle manifestazioni a San Paolo contro l’impeachment. Un altro illuminato ministro è Blairo Maggi, a capo del ministero dell’Agricoltura, che può vantare di essere il più grande produttore di soia al mondo, nonché uno dei principali responsabili della deforestazione in Amazzonia.

Tra le prime dichiarazioni del nuovo governo, definito dal presidente come “di salvezza nazionale”, non potevano mancare poi i riferimenti alla necessità di una forte politica di austerità per risollevare il paese dalla crisi economica, partendo proprio da forti tagli ai fondi per l’istruzione e per la Bolsa Família (cavallo di battaglia delle riforme sociali del PT, mirato a incoraggiare la scolarizzazione e ad aiutare economicamente le famiglie più povere). Notevole poi la scelta, fatta da Temer solo poche ore dopo l’elezione, di dimettere il presidente del sistema di radiodiffusione pubblica per sostituirlo con un esecutivo di TV Globo, emissione televisiva in mano all’oligarchia che da 12 anni fa campagna antipetista.

Le reazioni al governo di Temer sono state però molto decise sia a livello istituzionale che popolare. Due dei più grandi sindacati del Paese hanno infatti deciso di non partecipare a nessun tavolo di contrattazione con il governo, in quanto non lo riconoscono come legittimo. E’ stato difficile inoltre per Temer trovare qualcuno che accettasse di ricoprire l’incarico di Segretariato per la Difesa delle Donne (ex Ministero per le Donne e le Pari Opportunità): le prime cinque donne invitate hanno rifiutato e la persona che infine ha accettato l’incarico è essa stessa coinvolta negli scandali di corruzione. A livello internazionale diversi stati dell’America Latina non riconoscono il presidente ad interim, tra essi Nicaragua, Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, al contrario degli Stati Uniti a cui la prospettiva di un governo conservatore in Brasile risulta decisamente conveniente.

A livello popolare le manifestazioni sono proliferate ancor prima della caduta del governo. Da mesi le strade sono invase da centinaia di migliaia di manifestanti a difesa della democrazia, per quanto sia difficile avere notizie sicure a causa del silenzio totale da parte dei media. Più che Dilma o il PT, quello che si vuole difendere in Brasile è la democrazia, minata alla base da un colpo di stato orchestrato da una classe politica corrotta e conservatrice, capace di difendere solo i propri interessi al prezzo della vita di milioni di persone.

Persone di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali sono scese in piazza e hanno occupato edifici e strade simbolo nelle varie città, come per esempio il Ministero della Cultura dove da settimane si organizzano azioni e concerti che hanno visto la partecipazione di alcuni tra i più importanti artisti brasiliani (https://www.facebook.com/ajplusenglish/videos/733229963485180/). Ci sono state centinaia di manifestazioni all’interno degli stadi più grandi del paese, con occupazioni e azioni di disobbedienza civile e una massiccia partecipazione degli studenti medi e universitari. Anche gli indios, nonostante le politiche discriminatorie portate avanti dai governi del PT, hanno scelto di scendere in piazza contro Temer e il colpo di stato, insieme ai Sem Terra e ai Sem Teto. Numerosissime sono le donne che si oppongono al governo per le sue posizioni radicalmente machiste e da settimane organizzano azioni e manifestazioni in tutto il paese con una partecipazione sorprendente.

Chi ancora aveva dei dubbi sulla legittimità di questo governo, non può più averne da quando pochi giorni fa uno dei principali quotidiani brasiliani, la Folha de São Paolo, ha pubblicato delle intercettazioni risalenti a marzo che confermano la natura dell’impeachment. Il ministro della Pianificazione Jucá, parlando con Sérgio Machado (ex presidente dell’impresa petrolifera Transpetro), affermava infatti la necessità di togliere di mezzo la presidente Dilma per poter così fermare le indagini anticorruzione e insabbiare le accuse di Lava Jato, in cui sono implicati. Nelle intercettazioni sono citate diverse figure chiave delle scena politica, tra cui Temer, Neves e Cunha e si parla apertamente della necessità di orchestrare un colpo di stato ai danni della presidente.

A questo punto non è più possibile restare indifferenti e neutrali di fronte ad una situazione così drammatica e preoccupante. Al di là dei meriti o dei demeriti di Dilma o del PT, questo governo, oltre a essere inequivocabilmente illegittimo, rappresenta e vuole rappresentare il potere di una classe dirigente di soli uomini ricchi, bianchi ed eterosessuali, oppressiva e senza scrupoli, che non ha nessun interesse a salvaguardare il Brasile, una nazione con una diversità e una ricchezza ecologica, culturale e sociale immense.

Sostenere il popolo brasiliano contro il golpe non è solo una necessità in nome della democrazia, ma anche un impegno per la difesa del pianeta, un dovere in quanto donne, lgbitq, nerx, soggetti non conformi, antifascisti, anticapitalisti, oppressi.

Se toccano unx, toccano tuttx! Fora Temer!

Il lupo della Steppa

Mi è capitato tra le mani, circa un annetto fa!, un cofanetto con 3 opere di Herman Hesse alla modica cifra di 2 euro. Ma solo in queste settimane ho iniziato a leggerne i libri.
In questo momento sto sfogliando Il lupo della steppa:
il protagonista è un uomo che vive diviso tra la sua vocazione all’indipendenza e le sue radici borghesi. Vive da solo in delle camere in affitto, ma non nelle periferie, bensì in graziose palazzine linde e profumate; ha parecchie conoscenze ed è stimato da molti come intellettuale, ma non ha amici.

Però non voglio farvi il feedback del libro ( molto bello!), ma farvi leggere un passaggio che mi ha allarmato parecchio e in cui mi ci sono rispecchiato, e nel quale ho rivisto anche tutto il nostro gruppo.
E’ una specie di messa in guardia verso un pericolo reale di quello che potremmo diventare, o almeno, a me spaventa essere così come la descrizione fatta nel libro.
Il passaggio è un po’ lungo, ma siete tutti gran lettori ( e soprattutto scansafatiche con tempo libero) perciò non mi preoccupo. In ogni caso sottolineerò le parti più salienti.

 

Ci rimane ancora da spiegare il fenomeno singolare del lupo della steppa e particolarmente i suoi singolari rapporti con la borghesia facendo risalire questi fenomeni alle loro leggi fondamentali. Prendiamo dunque le mosse da quel suo rapporto con la vita “borghese”! Secondo le sue convinzioni il lupo della steppa era al di fuori del mondo borghese poiché non aveva né una famiglia né ambizioni sociali. Si sentiva isolato, si considerava un originale, un eremita malato, talvolta anche un individuo oltre il normale, di attitudini genialoidi, superiore alle piccole norme della vita comune. Aveva in dispregio i borghesi ed era orgoglioso di non essere uno di loro. Tuttavia faceva una vita assai borghese, possedeva denaro depositato alle banche, soccorreva i parenti poveri, si vestiva senza ricercatezza ma decentemente e cercava di vivere in buona armonia con la polizia, con l’esattore delle tasse e simili autorità. Oltre a ciò una segreta nostalgia lo spingeva continuamente verso il piccolo mondo borghese, verso le case tranquille e decenti coi giardinetti ben curati, con le scale pulite e la loro modesta atmosfera di ordine e di vita ammodo. Teneva ad avere i suoi vizietti e le sue stravaganze, a sentirsi originale o geniale al di là della borghesia, ma abitava e viveva, per così dire, soltanto in quelle provincie della vita dove ci fosse uno spirito borghese. Non si trovava a suo agio nell’atmosfera degli uomini violenti, delle persone d’eccezione né in quella dei delinquenti e dei fuori legge, ma rimaneva sempre nella provincia dei borghesi con le cui norme e consuetudini aveva sempre qualche rapporto, sia pure quello dell’antitesi e della rivolta. Oltre a ciò era cresciuto in un ambiente piccolo-borghese e ne aveva conservato una gran quantità di concetti e di schemi. In teoria non aveva niente da ridire contro la prostituzione, ma non sarebbe stato assolutamente capace di prendere sul serio una prostituta e di considerarla realmente come prossimo. Era capace di amare come fratelli i delinquenti politici, i rivoluzionari o quei seduttori intellettuali che lo stato e la società mettono al bando, ma di fronte a un ladro o a un assassino non avrebbe saputo altro che compiangerli alla maniera borghese.

[…]

E’ evidente che quest’essere debole e timido, anche se esistesse in numero stragrande, non può reggersi e che per le sue qualità non potrebbe avere nel mondo altra parte che quella d’un gregge di agnelli in mezzo ai lupi in libertà. Tuttavia vediamo che in epoche di regimi molto forti il borghese si trova bensì il piede sul collo, ma non perisce mai, anzi talvolta sembra che domini il mondo. Com’è possibile? Né il gran numero del suo gregge né la virtù né il buon senso né l’organizzazione avrebbero forze sufficienti per salvarlo dalla rovina. Chi è indebolito inizialmente nell’intensità di vivere, nessuna medicina al mondo può tenerlo vivo. Eppure la borghesia vive, è forte e prospera. Perché? Ecco la risposta: per via dei lupi della steppa. Difatti la forza vitale della borghesia non si fonda sulle qualità dei suoi membri normali, bensì su quelle degli outsider straordinariamente numerosi che essa per l’elasticità e la nebulosità dei propri ideali è in grado di abbracciare. Nella borghesia c’è sempre anche un gran numero di caratteri forti e selvaggi. Harry, il nostro lupo della steppa, ne è un esempio caratteristico. Pur essendo sviluppato a individuo oltre le possibilità del borghese, pur conoscendo la voluttà della meditazione come anche le tetre gioie dell’odio e del disprezzo di se stesso, pur tenendo a vile la legge, la virtù e il buon senso, egli è un forzato della borghesia e non può sfuggirle. Così intorno al nucleo della borghesia genuina si depositano larghi strati di umanità, migliaia di vite e d’intelligenze, ognuna delle quali avrebbe già superato la borghesia e sarebbe chiamata a vivere nell’assoluto ma, attaccata alla borghesia con sentimenti infantili e contagiata nella sua debole intensità di vita, permane in qualche modo nella borghesia e continua ad esserle soggetta, obbligata e asservita. Per la borghesia infatti vale il contrario di quanto vale per i grandi: chi non è contro di me, è per me! Se esaminiamo con questo criterio l’anima del lupo della steppa, vedremo che è un uomo il cui alto grado di individuazione lo destinerebbe a non essere borghese: poiché ogni individuazione intensa si svolge contro l’io e tende a distruggerlo. Noi vediamo che ha forti tendenze sia alla santità sia al godimento, ma per qualche debolezza o pigrizia non poté prendere lo slancio verso i liberi spazi del mondo e rimase legato al pesante astro materno della borghesia. Questa è la sua posizione nello spazio universale, questo il suo legame. La maggior parte degl’intellettuali, la maggioranza degli artisti appartiene allo stesso tipo. Solo i più forti tra loro attraversano l’atmosfera della terra borghese e arrivano al cosmo, tutti gli altri si rassegnano o stipulano compromessi, disprezzano la borghesia e continuano a farne parte, a rafforzarla, ad esaltarla, poiché in fondo devono pur essere d’accordo con lei se vogliono vivere. Per queste innumerevoli esistenze essa non è tragedia, ma una cattiva stella, una mala sorte nel cui inferno il loro talento è cucinato e reso fecondo. I pochi che riescono a divincolarsi trovano la via dell’assoluto e periscono in modo ammirevole: sono i casi tragici e il loro numero è esiguo. Agli altri invece, a quelli che rimangono legati, al cui ingegno la borghesia tributa spesso grandi onori, a loro rimane aperto un terzo regno, un mondo immaginario ma sovrano: l‘umorismo. I lupi della steppa che sono senza pace, che soffrono continuamente e terribilmente, che non hanno lo slancio necessario per arrivare alla tragedia, per penetrare nello spazio astrale, che sentono la vocazione dell’assoluto eppure non vi possono vivere: quando il loro spirito si è fatto abbastanza forte ed elastico nella sofferenza, trovano la confortante via d’uscita dell’umorismo. Questo rimane sempre, in qualche modo, borghese quantunque il borghese autentico sia incapace di comprenderlo. Nella sua sfera immaginaria si realizza il complicato e multiforme ideale di tutti i lupi della steppa: qui è possibile non solo riconoscere la santità e il godimento, avvicinare per forza i due poli, ma includere in questo riconoscimento anche la borghesia. Chi è posseduto da Dio può benissimo accettare il delinquente e viceversa, ma a tutti e due, come a tutti gli assoluti, è impossibile accettare ancora quel tepore medio e neutro che è la borghesia. Soltanto l’umorismo, la stupenda invenzione di chi si vede troncata la vocazione alle cose più grandi, l’invenzione dei tipi quasi tragici, degl’infelici dotati di massima intelligenza, soltanto l’umorismo (la trovata forse più singolare e più geniale dell’umanità) compie l’impossibile, illumina e unisce tutte le zone della natura umana alle irradiazioni dei suoi prismi. Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia: tutte queste esigenze d’un’alta saggezza di vita si possono realizzare unicamente con l’umorismo

Ecco, l’umorismo. La chiave di volta dei nostri discorsi, trattiamo con gioioso disprezzo tanti argomenti e personaggi e ce ne laviamo le mani con una fragorosa risata. Non sempre, ma spesso è così.
Ecco, non vorrei che fossimo immersi nella borghesia più di quello che pensiamo, o almeno non vorrei che ci illudessimo che così potremo trovare una via d’uscita. E’ l’ultima parte in grassetto che più mi inquieta, perché è quella che meglio mi si disegna addosso.

Frammenti di TAZ nella campagna molisana

Beh, ci provo.. Non è facile descrivere cos’è successo.

Sono affluiti in tanti al raduno un po’ improvvisato di alcuni membri smembrati di Polifame.

Alcuni sono approdati nella casa di campagna di Mex con mezzi di varia natura: bici, Megabus, auto, astronavi.. Altri sono approdati direttamente al campeggio di Castel san Vincenzo dove i cambuasscciani preparavano da tempo lo sfarzoso accampamento che ci avrebbe accolti tutti (e con tutti si intendono picchi di più di trenta persone) per poco tempo.

Dall’incastro fortuito di eventi accidentali si è formata una TAZ dilatata nel tempo e nello spazio oltre quel piccolo campeggio. Un mosaico di situazioni e persone unite per brevi attimi dal buon mangiare, dal buon bere ed eventualmente dal buon fumare. L’illusione era perfetta: uno specchio che rifletteva immagini passate riprodotte in un luogo nuovo. Effimere, certo, ma che hanno raggiunto, in alcuni momenti, una perfezione tale da diventare quasi assolute.

Il momento della perfezione sono sicuro che chi c’era lo ha assorbito fino all’ultima goccia: l’energia empatica sprigionata dal calore dei cipressi mi ha inebriato e travolto come una catarsi spirituale. E ora la sprigiono, dopo che è tutto finito, nella speranza di poterla passare anche agli altri polifami, perché la continuino a portare in giro per il mondo per creare altre TAZ di energia, per sopravvivere.. E che quest’energia diventi sempre più potente al posto di morire a causa dello smembramento fisico della nostra comunità. Che travolga altri e altri ancora.

Noi qui continueremo ad usare quell’energia di ieri sera per fare insieme pane, birra, liquori, torte, orti, cagatoi a secco, panche di bancali…

Ciao a tutti e a presto

Grazie di tutto.

Intanto, più che mai a Bruxelles

UPG

Una piccola guerriglia urbana (Urban Poetic Guerrilla / Unidentified Personal Gnosis)

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(non ho disegnato il sorriso io, fu una risposta indipendente al mio intervento)

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Oltre le efimere epifanie urbane, c’è il dovere civico…

Da gennaio, i militari sono scesi per le strade di Bruxelles ed Anversa per difendere la sicurezza nazionale. Da quattro mesi, per causa della minaccia terrorista continua, questi coraggiosi giovanotti hanno dovuto affrontare la pioggia, il freddo e l’ignoranza civile. Grazie alle operazioni di salvataggio che hanno condotto a buon fine negli ultimi anni in paesi arretrati, hanno gli occhi affilati: sono in grado di riconoscere immediatamente veri terroristi (da solito portano la barba o il velo, ma non solo !). Purtroppo, per causa di superiori incompetenti, civili presuntuosi,  o terroristi infiltrati nel parlamento chi lo dirà, i nostri ragazzi in cachi non sono permessi di eliminare la frutta marcia, prima che che tutta la canestra sia da buttare via. Mentre che i loro colleghi si divertono con gli aerei, le bombe e le ragazze orientale, quelli che fanno la ronda per le nostre strade si annoiano, presi d’assalto dai dubbi sul senso della loro presenza nella città.

Ho deciso di aiutare questi poveri eroi al modesto modo mio: Al primo piano, per far capire alla gente ignorante che i militari sono scesi per strada, che non lavorano solo per salvare gente in paesi come l’Africa e l’Arabia, ma anche e sopratutto per il nostro benessere nazionale, per la sicurezza dei civili, per la sopravvivenza della nostra cultura e dei nostri valori. Al secondo piano volevo sottolineare il fatto che la presenza di questi bei ragazzi per strada ha tante consequenze indirette, invisibili certo, ma quante favorevoli! Grazie alla loro presenza non siamo solo stati risparmiati dagli attacchi terroristici, ma anche dai soliti rompicoglioni, che scendono per strada per protestare per qualsiasi motivo, invece di lavorare. I militari hanno fatto tornare la pace sociale. Ho quindi confezionato questi cartelli stradali, per attaccargli in giro. Sono stati messi in punti ‘strategici’: sulle vie d’accesso, circondando le zone militari (palazzi di giustizia, quartiere ebraico, quartiere europeo), per proteggere i nostri ragazzi da civili non informati. Mettendo questi cartelli, spero che la gente non si spaventerà più, vedendo persone armate per strada, evitando così situazioni scomode per tutti.

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Gli ultimi attimi di casa felice vista da occhi esterni.

https://proyectonomada.wordpress.com/2015/02/11/incomunicacion-en-la-casa-feliz/

Parigi, Paradosso, Pessoa

Parigi, inutile dire altro. Tutti abbiamo letto, visto, sentito.

E io non mi stupisco, non mi stupisco nemmeno dello stupore generale. Non mi stupisco del panico collettivo, non mi stupisco più di niente.

Mi sono già stupita una volta per tutte. O forse semplcemente mi stupisco ogni giorno, quando, alzandomi, mi ritrovo. E già stupita affronto la realtà che altro non può essere se non un paradosso.

[La bolla in cui viviamo già non mi appartiene, che m’importa se, una volta o l’altra, scoppia? Se sai già che la vita non ha nessun valore, che paura può farti la morte?]

E io questo paradosso me lo porto addosso e ne faccio ragion d’essere con questo mio corpo, multiforme, ma sempre uguale a se stesso. Altrimenti come scegliere ogni giorno la vita, se di per sè non ha valore? Amo l’assurdo e lo scelgo ogni giorno. Amo la vita e la scelgo ogni giorno.

Costruisco un mondo parallelo fatto di insensatezze, cercando il confronto con la realtà solo ed esclusivamente per misurare la distanza che ci divide. La mia lotta, anch’essa paradossale e dunque vitale, non può che avere le sue fondamenta in ciò che non credo possa esistere.

Non comprendo le utopie possibili, ma solo quelle impossibili. E’ solo così che posso pensare di sopravvivere.

Finchè la mia immaginazione me lo consentirà.

 

 

Ho così tanti sentimenti
che a volte mi convinco
di essere un sentimentale,
ma a mente fredda riconosco
che è solo un fatto mentale:
non ho avuto sentimenti.

Tutti noi abbiamo
una vita che è vissuta
e un’altra che è pensata,
e l’unica vita che abbiamo
è quella che è spartita
tra la vera e l’immaginata.

Quale sia però quella vera
e quale l’equivocata
non potrà dirlo nessuno;
noi viviamo in tale maniera
che la vita che ci è data
è quella che si deve pensare.

                                Fernando Pessoa, 18.9.1933