Archivio per giugno 2016

Un quadro generale di quello che sta succedendo in Brasile

Sono passati quasi 20 giorni dalla messa in stato di accusa di Dilma Rousseff. O, in altre parole, Temer e i suoi sostenitori ne hanno ancora 160 per assicurare la tenuta del golpe con il quale il PT è stato allontanato dal governo.

Il PT è un partito che sicuramente ha goduto di ampio consenso all’interno della popolazione brasiliana. Non a caso, anche dopo l’inizio della crisi, Dilma riuscì a vincere le elezioni del 2014 con 54 milioni di voti, assegnando al PT il quarto mandato consecutivo.

La stessa presidente Dilma, per quanto antipatica a molti, ha una storia politica fortemente a sinistra e di certo non da ieri: militante di tendenza marxista, partecipò alla guerriglia armata contro la dittatura militare, arrestata fu torturata e passò circa tre anni in carcere, per poi iniziare la militanza nella sinistra partitica alla fine della dittatura e diventare la prima presidente donna del Brasile.

E se è vero che il PT non ha avviato la rivoluzione socialista, in questi quattro mandati è però riuscito a migliorare sensibilmente la vita di decine di milioni di persone con riforme mirate ad aiutare le fasce più povere ed emarginate. Il Brasile rimane però uno stato in cui il potere politico-economico è in mano alle élites delle grandi famiglie latifondiste, che lo portano avanti da secoli con la forza e la corruzione, e il Partito dos Trabalhadores per rimanere al potere ha più volte cercato con esse un accordo, spesso entrando in forte contraddizione con la sua matrice socialista.

Se da un lato quindi il PT ha sempre avuto un ampio sostegno popolare, dall’altro ha perso moltissimi consensi, anche a causa della campagna mediatica portata avanti proprio dalla ricca oligarchia bianca e latifondista, che ha in mano i più importanti mezzi di comunicazione di massa. Le riforme attuate dal governo hanno infatti permesso una ridistribuzione del potere e della ricchezza nel paese, in forte contrasto con gli interessi delle classi oligarchiche.

A far esplodere la situazione è stata poi la politica anticorruzione portata avanti dal PT sin dal primo mandato, che ha iniziato a contrastare un sistema di favori e tangenti che da sempre ha retto il sistema politico del Brasile, coinvolgendo deputati di ogni colore e bandiera.

L’ultima e più celebre delle investigazioni anticorruzione è l’operazione Lava Jato, iniziata nel marzo del 2014, che ha portato alla luce un sistema di tangenti all’interno dell’azienda statale petrolifera Petrobras, arrivando a colpire membri stessi del PT, tra cui spicca l’ex presidente Lula. Di questo fatto hanno approfittato i suoi oppositori politici per scatenare uno scandalo mediatico contro l’intero PT e la presidente Dilma.

Ça va sans dire, oppositori politici coinvolti essi stessi nelle investigazioni, ma con molta meno attenzione mediatica.

Approfittando di questo clima di disaffezione e risentimento creatosi verso il governo, il Senato ha votato il 12 maggio l’impeachment della presidente, per un crimine che però nulla ha a che vedere con l’investigazione Lava Jato. Dilma infatti è forse l’unica a non essere mai risultata coinvolta nella corruzione e il suo nome non compare mai nelle carte, a differenza di quello di Eduardo Cunha. L’ex presidente della Camera Cunha infatti, primo promotore dell’impeachment, è stato recentemente allontanato dall’incarico proprio per le accuse di corruzione e riciclaggio di denaro.

Lo scandalo di Lava Jato ha creato quindi le basi di dissenso per togliere Dilma dalla presidenza, ma non potendo accusarla di corruzione il pretesto utilizzato per formalizzare l’impeachment è stato quello delle cosiddette pedalate fiscali. Con questo termine si intendono delle manovre contabili consistenti nel ritardare i pagamenti del Tesoro alle banche pubbliche per creare un credito per far quadrare i conti dello stato. Questo procedimento può essere considerato illecito dalla Corte dei Conti in base alle leggi sul bilancio e sulla responsabilità fiscale, ma è stato ampiamente utilizzato da tutti i governi precedenti senza mai essere perseguito. C’è da aggiungere che al momento le pedalate fiscali sono state riconosciute solo per il 2013 e il 2014, cioè durante il mandato precedente, mentre per legge l’impeachment può essere portato avanti solo per crimini commessi dal presidente durante il mandato in corso. Alla luce di questi fatti, l’impeachment risulta inequivocabilmente illegittimo. C’è poi da sottolineare che in Brasile l’impeachment funziona diversamente rispetto alla maggioranza dei paesi democratici, in quanto il sostituto del presidente non è un membro dello stesso partito, ma il vicepresidente. Ecco quindi che un partito diverso da quello eletto democraticamente prende il potere senza passare per le elezioni grazie all’aiuto di un golpe non militare.

A diventare presidente è stato quindi Temer, membro del Partido do Movimento Democrático Brasileiro, un partito che al momento gode di un consenso bassissimo. Temer è tra i più indagati per i crimini di corruzione e riciclaggio di denaro e porta avanti una politica conservatrice, reazionaria e machista. Risulta un personaggio politicamente ambiguo, basti pensare alle sue dichiarazioni dello scorso anno in cui definiva l’impeachment illegittimo e un rischio gravissimo per il paese, per poi schierarsi a suo favore pochi mesi fa diventando un leader dell’opposizione a Dilma.

Al momento della formazione del Consiglio dei Ministri, sette dei ventitré uomini scelti da Temer risultano indagati nelle indagini anticorruzione. Non è forse un caso che il giorno stesso della salita al potere presidenziale Temer abbia trasformato la Controladoria Geral da União (l’organo esterno al governo che controllava la trasparenza delle relazione tra stato e imprese private) in Ministero in modo da poterne avere il controllo. Come ministro Temer ha scelto Fabiano Silveira, già dimessosi per l’uscita di intercettazioni che lo collegano allo scandalo Lava Jato.

Questo però non è stato l’unico cambiamento effettuato del nuovo presidente Temer, sono spariti infatti tutti i ministeri che si occupavano di questioni sociali: il Ministero per le Donne, Pari Opportunità e Diritti Umani, il Ministero della Comunicazione, il Ministero dell’Investimento Agricolo e persino quello della Cultura. I ministeri rimanenti sono tutti in mano a uomini bianchi, una scelta politica ben marcata, a maggior ragione in un Paese in cui più del 50% della popolazione si dichiara afrodiscendente (dati dell’ultimo censimento della popolazione del 2010).

Nel governo così formato è stato scelto come Ministro della Giustizia (ministero in cui sono confluiti tutti i ministeri eliminati) Alexandre de Moraes, conosciuto per l’uso eccessivo della violenza nella repressione delle manifestazioni a San Paolo contro l’impeachment. Un altro illuminato ministro è Blairo Maggi, a capo del ministero dell’Agricoltura, che può vantare di essere il più grande produttore di soia al mondo, nonché uno dei principali responsabili della deforestazione in Amazzonia.

Tra le prime dichiarazioni del nuovo governo, definito dal presidente come “di salvezza nazionale”, non potevano mancare poi i riferimenti alla necessità di una forte politica di austerità per risollevare il paese dalla crisi economica, partendo proprio da forti tagli ai fondi per l’istruzione e per la Bolsa Família (cavallo di battaglia delle riforme sociali del PT, mirato a incoraggiare la scolarizzazione e ad aiutare economicamente le famiglie più povere). Notevole poi la scelta, fatta da Temer solo poche ore dopo l’elezione, di dimettere il presidente del sistema di radiodiffusione pubblica per sostituirlo con un esecutivo di TV Globo, emissione televisiva in mano all’oligarchia che da 12 anni fa campagna antipetista.

Le reazioni al governo di Temer sono state però molto decise sia a livello istituzionale che popolare. Due dei più grandi sindacati del Paese hanno infatti deciso di non partecipare a nessun tavolo di contrattazione con il governo, in quanto non lo riconoscono come legittimo. E’ stato difficile inoltre per Temer trovare qualcuno che accettasse di ricoprire l’incarico di Segretariato per la Difesa delle Donne (ex Ministero per le Donne e le Pari Opportunità): le prime cinque donne invitate hanno rifiutato e la persona che infine ha accettato l’incarico è essa stessa coinvolta negli scandali di corruzione. A livello internazionale diversi stati dell’America Latina non riconoscono il presidente ad interim, tra essi Nicaragua, Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador, al contrario degli Stati Uniti a cui la prospettiva di un governo conservatore in Brasile risulta decisamente conveniente.

A livello popolare le manifestazioni sono proliferate ancor prima della caduta del governo. Da mesi le strade sono invase da centinaia di migliaia di manifestanti a difesa della democrazia, per quanto sia difficile avere notizie sicure a causa del silenzio totale da parte dei media. Più che Dilma o il PT, quello che si vuole difendere in Brasile è la democrazia, minata alla base da un colpo di stato orchestrato da una classe politica corrotta e conservatrice, capace di difendere solo i propri interessi al prezzo della vita di milioni di persone.

Persone di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali sono scese in piazza e hanno occupato edifici e strade simbolo nelle varie città, come per esempio il Ministero della Cultura dove da settimane si organizzano azioni e concerti che hanno visto la partecipazione di alcuni tra i più importanti artisti brasiliani (https://www.facebook.com/ajplusenglish/videos/733229963485180/). Ci sono state centinaia di manifestazioni all’interno degli stadi più grandi del paese, con occupazioni e azioni di disobbedienza civile e una massiccia partecipazione degli studenti medi e universitari. Anche gli indios, nonostante le politiche discriminatorie portate avanti dai governi del PT, hanno scelto di scendere in piazza contro Temer e il colpo di stato, insieme ai Sem Terra e ai Sem Teto. Numerosissime sono le donne che si oppongono al governo per le sue posizioni radicalmente machiste e da settimane organizzano azioni e manifestazioni in tutto il paese con una partecipazione sorprendente.

Chi ancora aveva dei dubbi sulla legittimità di questo governo, non può più averne da quando pochi giorni fa uno dei principali quotidiani brasiliani, la Folha de São Paolo, ha pubblicato delle intercettazioni risalenti a marzo che confermano la natura dell’impeachment. Il ministro della Pianificazione Jucá, parlando con Sérgio Machado (ex presidente dell’impresa petrolifera Transpetro), affermava infatti la necessità di togliere di mezzo la presidente Dilma per poter così fermare le indagini anticorruzione e insabbiare le accuse di Lava Jato, in cui sono implicati. Nelle intercettazioni sono citate diverse figure chiave delle scena politica, tra cui Temer, Neves e Cunha e si parla apertamente della necessità di orchestrare un colpo di stato ai danni della presidente.

A questo punto non è più possibile restare indifferenti e neutrali di fronte ad una situazione così drammatica e preoccupante. Al di là dei meriti o dei demeriti di Dilma o del PT, questo governo, oltre a essere inequivocabilmente illegittimo, rappresenta e vuole rappresentare il potere di una classe dirigente di soli uomini ricchi, bianchi ed eterosessuali, oppressiva e senza scrupoli, che non ha nessun interesse a salvaguardare il Brasile, una nazione con una diversità e una ricchezza ecologica, culturale e sociale immense.

Sostenere il popolo brasiliano contro il golpe non è solo una necessità in nome della democrazia, ma anche un impegno per la difesa del pianeta, un dovere in quanto donne, lgbitq, nerx, soggetti non conformi, antifascisti, anticapitalisti, oppressi.

Se toccano unx, toccano tuttx! Fora Temer!