Archivio per dicembre 2015

Il lupo della Steppa

Mi è capitato tra le mani, circa un annetto fa!, un cofanetto con 3 opere di Herman Hesse alla modica cifra di 2 euro. Ma solo in queste settimane ho iniziato a leggerne i libri.
In questo momento sto sfogliando Il lupo della steppa:
il protagonista è un uomo che vive diviso tra la sua vocazione all’indipendenza e le sue radici borghesi. Vive da solo in delle camere in affitto, ma non nelle periferie, bensì in graziose palazzine linde e profumate; ha parecchie conoscenze ed è stimato da molti come intellettuale, ma non ha amici.

Però non voglio farvi il feedback del libro ( molto bello!), ma farvi leggere un passaggio che mi ha allarmato parecchio e in cui mi ci sono rispecchiato, e nel quale ho rivisto anche tutto il nostro gruppo.
E’ una specie di messa in guardia verso un pericolo reale di quello che potremmo diventare, o almeno, a me spaventa essere così come la descrizione fatta nel libro.
Il passaggio è un po’ lungo, ma siete tutti gran lettori ( e soprattutto scansafatiche con tempo libero) perciò non mi preoccupo. In ogni caso sottolineerò le parti più salienti.

 

Ci rimane ancora da spiegare il fenomeno singolare del lupo della steppa e particolarmente i suoi singolari rapporti con la borghesia facendo risalire questi fenomeni alle loro leggi fondamentali. Prendiamo dunque le mosse da quel suo rapporto con la vita “borghese”! Secondo le sue convinzioni il lupo della steppa era al di fuori del mondo borghese poiché non aveva né una famiglia né ambizioni sociali. Si sentiva isolato, si considerava un originale, un eremita malato, talvolta anche un individuo oltre il normale, di attitudini genialoidi, superiore alle piccole norme della vita comune. Aveva in dispregio i borghesi ed era orgoglioso di non essere uno di loro. Tuttavia faceva una vita assai borghese, possedeva denaro depositato alle banche, soccorreva i parenti poveri, si vestiva senza ricercatezza ma decentemente e cercava di vivere in buona armonia con la polizia, con l’esattore delle tasse e simili autorità. Oltre a ciò una segreta nostalgia lo spingeva continuamente verso il piccolo mondo borghese, verso le case tranquille e decenti coi giardinetti ben curati, con le scale pulite e la loro modesta atmosfera di ordine e di vita ammodo. Teneva ad avere i suoi vizietti e le sue stravaganze, a sentirsi originale o geniale al di là della borghesia, ma abitava e viveva, per così dire, soltanto in quelle provincie della vita dove ci fosse uno spirito borghese. Non si trovava a suo agio nell’atmosfera degli uomini violenti, delle persone d’eccezione né in quella dei delinquenti e dei fuori legge, ma rimaneva sempre nella provincia dei borghesi con le cui norme e consuetudini aveva sempre qualche rapporto, sia pure quello dell’antitesi e della rivolta. Oltre a ciò era cresciuto in un ambiente piccolo-borghese e ne aveva conservato una gran quantità di concetti e di schemi. In teoria non aveva niente da ridire contro la prostituzione, ma non sarebbe stato assolutamente capace di prendere sul serio una prostituta e di considerarla realmente come prossimo. Era capace di amare come fratelli i delinquenti politici, i rivoluzionari o quei seduttori intellettuali che lo stato e la società mettono al bando, ma di fronte a un ladro o a un assassino non avrebbe saputo altro che compiangerli alla maniera borghese.

[…]

E’ evidente che quest’essere debole e timido, anche se esistesse in numero stragrande, non può reggersi e che per le sue qualità non potrebbe avere nel mondo altra parte che quella d’un gregge di agnelli in mezzo ai lupi in libertà. Tuttavia vediamo che in epoche di regimi molto forti il borghese si trova bensì il piede sul collo, ma non perisce mai, anzi talvolta sembra che domini il mondo. Com’è possibile? Né il gran numero del suo gregge né la virtù né il buon senso né l’organizzazione avrebbero forze sufficienti per salvarlo dalla rovina. Chi è indebolito inizialmente nell’intensità di vivere, nessuna medicina al mondo può tenerlo vivo. Eppure la borghesia vive, è forte e prospera. Perché? Ecco la risposta: per via dei lupi della steppa. Difatti la forza vitale della borghesia non si fonda sulle qualità dei suoi membri normali, bensì su quelle degli outsider straordinariamente numerosi che essa per l’elasticità e la nebulosità dei propri ideali è in grado di abbracciare. Nella borghesia c’è sempre anche un gran numero di caratteri forti e selvaggi. Harry, il nostro lupo della steppa, ne è un esempio caratteristico. Pur essendo sviluppato a individuo oltre le possibilità del borghese, pur conoscendo la voluttà della meditazione come anche le tetre gioie dell’odio e del disprezzo di se stesso, pur tenendo a vile la legge, la virtù e il buon senso, egli è un forzato della borghesia e non può sfuggirle. Così intorno al nucleo della borghesia genuina si depositano larghi strati di umanità, migliaia di vite e d’intelligenze, ognuna delle quali avrebbe già superato la borghesia e sarebbe chiamata a vivere nell’assoluto ma, attaccata alla borghesia con sentimenti infantili e contagiata nella sua debole intensità di vita, permane in qualche modo nella borghesia e continua ad esserle soggetta, obbligata e asservita. Per la borghesia infatti vale il contrario di quanto vale per i grandi: chi non è contro di me, è per me! Se esaminiamo con questo criterio l’anima del lupo della steppa, vedremo che è un uomo il cui alto grado di individuazione lo destinerebbe a non essere borghese: poiché ogni individuazione intensa si svolge contro l’io e tende a distruggerlo. Noi vediamo che ha forti tendenze sia alla santità sia al godimento, ma per qualche debolezza o pigrizia non poté prendere lo slancio verso i liberi spazi del mondo e rimase legato al pesante astro materno della borghesia. Questa è la sua posizione nello spazio universale, questo il suo legame. La maggior parte degl’intellettuali, la maggioranza degli artisti appartiene allo stesso tipo. Solo i più forti tra loro attraversano l’atmosfera della terra borghese e arrivano al cosmo, tutti gli altri si rassegnano o stipulano compromessi, disprezzano la borghesia e continuano a farne parte, a rafforzarla, ad esaltarla, poiché in fondo devono pur essere d’accordo con lei se vogliono vivere. Per queste innumerevoli esistenze essa non è tragedia, ma una cattiva stella, una mala sorte nel cui inferno il loro talento è cucinato e reso fecondo. I pochi che riescono a divincolarsi trovano la via dell’assoluto e periscono in modo ammirevole: sono i casi tragici e il loro numero è esiguo. Agli altri invece, a quelli che rimangono legati, al cui ingegno la borghesia tributa spesso grandi onori, a loro rimane aperto un terzo regno, un mondo immaginario ma sovrano: l‘umorismo. I lupi della steppa che sono senza pace, che soffrono continuamente e terribilmente, che non hanno lo slancio necessario per arrivare alla tragedia, per penetrare nello spazio astrale, che sentono la vocazione dell’assoluto eppure non vi possono vivere: quando il loro spirito si è fatto abbastanza forte ed elastico nella sofferenza, trovano la confortante via d’uscita dell’umorismo. Questo rimane sempre, in qualche modo, borghese quantunque il borghese autentico sia incapace di comprenderlo. Nella sua sfera immaginaria si realizza il complicato e multiforme ideale di tutti i lupi della steppa: qui è possibile non solo riconoscere la santità e il godimento, avvicinare per forza i due poli, ma includere in questo riconoscimento anche la borghesia. Chi è posseduto da Dio può benissimo accettare il delinquente e viceversa, ma a tutti e due, come a tutti gli assoluti, è impossibile accettare ancora quel tepore medio e neutro che è la borghesia. Soltanto l’umorismo, la stupenda invenzione di chi si vede troncata la vocazione alle cose più grandi, l’invenzione dei tipi quasi tragici, degl’infelici dotati di massima intelligenza, soltanto l’umorismo (la trovata forse più singolare e più geniale dell’umanità) compie l’impossibile, illumina e unisce tutte le zone della natura umana alle irradiazioni dei suoi prismi. Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non fosse rinuncia: tutte queste esigenze d’un’alta saggezza di vita si possono realizzare unicamente con l’umorismo

Ecco, l’umorismo. La chiave di volta dei nostri discorsi, trattiamo con gioioso disprezzo tanti argomenti e personaggi e ce ne laviamo le mani con una fragorosa risata. Non sempre, ma spesso è così.
Ecco, non vorrei che fossimo immersi nella borghesia più di quello che pensiamo, o almeno non vorrei che ci illudessimo che così potremo trovare una via d’uscita. E’ l’ultima parte in grassetto che più mi inquieta, perché è quella che meglio mi si disegna addosso.

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