Archivio per ottobre 2014

Quanto a lungo si può dettagliatamente ricordare

Quanto a lungo si può dettagliatamente ricordare, quanto a lungo può durare il tentativo di ricostruire un’immagine scomposta e perfetta che prende vita e colore soltanto nella mente? Agghindo la mia corazza color passato. Come ha già scritto una donna giudiziosa, è solo dopo che si ricompongono i pezzi dell’esatto momento in cui è (in)finito tutto. Il momento si fa nitido sempre quando pensavi di aver passato il peggio. Ma mi ero preparata, ho messo tante energie nel prepararmi. Mi sono preparata per mesi. Ma il tempismo subisce sempre lo scarto emotivo fatto di sbalzi imprevedibili e fuori controllo del tempo che, guarda caso, passa. Vabè è più semplice di così, è che la parola tempismo non significa nulla.

Dopo mesi di addii, il vero addio è arrivato imprevedibile, una sera qualunque

l’impossibile addio

una sera in cui non avevamo organizzato nulla, ormai satolli delle continue eplosioni ed implosioni emotive dei nostri instancabili rituali, nessuna grande bevuta in ballo, nessun grande ballo del saluto perpetuo.

La preparazione psicologica di mesi: evanescente

non è servita a niente, non è servita a saziare quel pianto inarrestabile

pregno d’amore

che ormai sembrava aver assorbito ogni ricordo nel presente.

Chi mi disse che non esiste una parola per esprimere la nostalgia del presente? Provavamo tutti la stessa cosa.

In quel preciso momento l’uomo disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividerlo adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l’uomo le stava accanto in Islanda.

(Jorge Luis Borges)

Mentre tutti correvamo ad una velocità frenetica, instancabile, invidiabile, io cercavo di stare ferma. Correvo in lungo e in largo per la nostra irrinunciabile condizione, ma cercavo a tutti i costi di stare ferma.

dopo la laurea parto, non so dove vado ma parto

sono partita per Bologna

via da Bologna

per mesi

in transito e in sosta

a girare in tondo sui viali

alla stazione certezza necessaria e sufficiente

per restare

nel dilemma continuo

ma che cazzo sto facendo?

in trasformazione perpetua

sempre agganciata ai pedali del mio cuore bicicletta

perché non ho ancora imparato a camminare

i miei piedi polmoni ancora si devono aggiustare

imparerò

imparerò nella città dove si può soltanto camminare

o impavidi provare ad ergersi sull’acqua

ma neanche l’acqua perdona

ciò che non galleggia va a fondo.

Proprio ora, mentre ognuno di noi si sta ritagliando il suo spazio nuovo, senza il deserto condiviso, nel deserto diviso, inviso, della distanza, ora arriva il mio piagnisteo, covato per mesi in viso, nello sguardo nascosto, in un naso senza odori, in questa gola intoppata da un magone che sì, saranno anche i polipi

ma non lo so mica.

Il tempo distrugge ciò che ha scolpito, diceva un poeta silenzioso, e si sa, annaspando, a qualcosa ci si aggrappa. Però non ho mai voluto contentarmi del ricordo

e non lo farò

così me la racconto, mentre mi contento del ricordo.

Qualcuno, una saggia donna della terra del rimorso, ha detto: se andandotene sei triste vuol dire solo che lasci qualcosa di bello, allora sii felice. Ci siamo rimasti sotto tutti, lo so, l’abbiamo sempre saputo che non si esce vivi neanche dalla vita più bella. Ma poi ci si riprende(rà?).

Intanto mercoledì metteranno i ferri nel mio naso per estirpare la famiglia di fedelissimi ed infidi Polipi, me li tolgono in cambio di un po’ d’aria, e poi si può dire che tornerò a respirare, e credo che chiederò a qualcuno di aggiungere al DSM-V un nuovo disturbo: il disturbo della personalità derivante da deficit olfattivo.

perché son certa,

che di tutto questo

è tutta colpa loro

(citazione indiretta: Marsina Stretta)

così me la racconto

questa storia irraccontabile.

PS: Per saggiare la fertilità del terreno bolognese in una notte di luglio decidemmo di riempire il territorio dell’oggetto che tipicamente sancisce la presenza e il contatto tra corpo e terreno: le scarpe. E per ampliare la pluralità di soggetti richiedenti asilo le scarpe erano tutte spaiate. E per sancire l’importanza cromatica dei più tipici temperamenti le scarpe erano per lo più rosse, gialle e blu (questa forse è una cazzata).

Giusto per dirglielo ai bolognesi (“se esistono”), che questa è casa nostra.

E che la nostra famiglia è molto, molto numerosa.

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