Archivio per giugno 2014

chi vuol esser lieto, sia

“Ma in questo particolare momento, Cancerino, penso che il tuo compito più importante sia concentrarti sulla strada che devi ancora percorrere. Per questo ti chiedo di mettere temporaneamente da parte tutto quello che pensi di sapere sul tuo passato e cominciare a entusiasmarti per quello che ti succederà in futuro.”

Che io sappia, fortunatamente, c’è solo una persona al mondo che usa la parola “cancerino”: Rob Brezsny. Infatti il testo citato è prorpio l’oroscopo de internazionale di questa settimana. L’ho letto un paio di giorni fa, senza farci troppo caso e ieri, passeggiando in un parco, non so nemmeno bene perchè, ho iniziato a pensare seriamente al mio ritorno. Non dico che non lo abbia mai fatto durante questi mesi di viaggio, perchè in realtà nelle lunghe di ore di viaggio la mia attività preferita era prorpio fantasticare sul futuro. Ma la differenza tra “fantasticare” e “pensare seriamente” è a dir poco abissale. Infatti nel primo caso, qualsiasi possibilità può sembrare appetibile e la maggior parte dei risvolti negativi vengono assorbiti dall’entusiasmo, anche perchè difficilmente ci si mette a pensare realmente a tutte le complicazioni e agli smarronamenti che una scelta può comportare, dal momento che si proietta tutto ad un futuro lontano, intangibile e pieno di fiori. Poi improvvisamente ti rendi conto che questo fantomatico futuro è dietro l’angolo e che le fantastiche idee che avevi avuto due mesi prima tra un paesaggio andino e l’altro, forse non erano così geniali come ti erano sembrate.

E quindi eccomi qui, dopo aver seguito la ola di tristi addii, continuo a seguire le tendenze rilanciandomi in questa nuova ola di “welcome to the future”. Certo è che me la sono presa comoda con questo bel cuscinetto (che forse sarebbe più appropriato chiamare materassoneoneone) di dieci mesi per capire un po’ che minchia fare e per mettermi un po’ alla prova. Per esempio in questo momento mi trovo alle prese con un semi-lavoretto per finta. Lavoro venti ore alla settimana nel bar di un ostello che a cambio mi concede lettino e colazione aggratis. Non mi pagano, quindi non è un vero lavoro e di certo non devo indossare cravatta rossa e camicia nera (anche se forse, in fondo in fondo, un po’ mi piacerebbe), ma anzi la mia miss consiste perennemente in pantaloni da uomo grigi, dritti e un po’ larghetti e una felpa azzurrina alla quale ho dovuto apportare qualche modifica con ago e filo (visto che ci stavo dentro 3 volte), forse in realtà peggiorando la situazione invece di migliorarla. Insomma, possiamo dire che sembro un ragazzetto in piena pubertà a cui la madre ha comprato all’OVS i vestiti 2 taglie più grandi perchè il suo figliuolo sta crescendo. Mi mancano solo i baffetti e la voce altalenante, sempre troppo grave o troppo acuta. Bello. Tornando al lavoro, quello che dovrebbe essere il mio capo è un totale cazzone a cui più di una ho fatto il culo perchè poco efficente (è in questi casi che il sangue brianzolo si fa sentire). Insomma, fondamentalmente sto 4 ore davanti al computer a mettere musica (che però non riesco ad ascoltare perchè le casse sono troppo lontane)  e leggere cazzate, stappando qualche birra di tanto in tanto e, se la serata è proprio movimentata, preparando un paio di fernet con coca-cola(tipica bevanda argentina che non ho idea che sapore abbia).

La cosa invece che mi sta mandando fuori di testa è vivere in quest’ostello per un mese. Ovviamente sono nel dormitorio più grande di tutti, 8 persone, che non è un dormitorio riservato allo staff. Questo significa che, a parte una ragazza trans russa che vive qui da 6 mesi, il via vai di gente in stanza è continuo e spesso i ritmi di vita nostri e delle nostre compagne di stanza non coincidono affatto. Il premio dell’odio ad oggi se lo porta a casa un’afroamericana di Washington D.C. che per una settimana è tornata sempre non prima delle cinque di mattina, accendendo la luce e facendo in modo che proprio tutti ci svegliassimo, per poi sdraiarsi e iniziare seduta stante a russare come se non ci fosse un domani, assicurandosi dunque che nessuno potesse più riaddormentarsi. Bello. In tutto questo, senza entrare nei dettagli della questione, ci tengo a sottolineare che stare un mese in dormitorio quando si sta viaggiando con la propria ragazza rende il tutto ancora più tragico.

L’ostello in cui sto vivendo poi non presenta le normali caratteristiche degli ostelli che ho visto fino ad ora: a parte qualche viaggiatore normale che si ferma una settimanella (ovviamente preferibilmente nella mia stanza), la maggior parte delle persone vivono qui da circa 2/3 mesi e un’alta percentuale di essi è brasiliana. Il che rende questo posto una via di mezzo tra un ostello e un’enorme appartamento, dove tutti si conoscono, sono amici ed escono insieme. Questa situazione alla maggior parte di voi può sembrare fantastica, ma la mia misantropia è nota ai più e sopratutto tende a crescere di fronte a quelli che io chiamo “gruppi forzati”(non è un caso infatti che nessuno dei miei compagni di classe ad oggi sia mio amico). Dunque mantengo le distanze, ma sempre con simpatia e cordialità. L’unico che possiamo definire mio amico è alfonso, un ballerino pazzo e frocio a cui do lezioni di tango, ma, non vi preoccupate, a breve non lo sopporterò più.

Tornando a noi, stavo passeggiando nel parco e la verità è che spaventa un po’ pensare che il momento in cui vivrò in una nuova città a millemila chilometri da casa, dovendo cercare lavoro (uno vero) e amici e tutto quanto, alla fine non è poi così lontano. Ho preso in considerazione l’idea di tornare a madrid e starci un paio d’anni, per procrastinare il trasloco oltraoceanico, ma la verità è che non si può, a meno che non si opti per una vita da mantenuti. Ed eccola lì questa maledetta crisi, di cui tanto si parla, che per la prima volta sento addosso, sulla pelle, con una forza che inquieta. E quindi niente, ciao, se dev’essere oltreoceano, che sia oltreoceano. Può essere che sia Argentina, può essere che sia Brasile, la città è ancora un mistero, ma in ogni caso sará lontano, lontanissimo.

Negli ultimi mesi però una strana tranquillità ha rivestito il mio animo ansioso: mi sento calma e serena. Forse avere a che fare continuamente con posti, situazioni e persone nuove mi ha insegnato ad approcciarmi alle cose con un’apertura e una tranquillità nuove, di cui faccio tesoro e che spero di mantenere. E dunque che succeda quel che debba succedere, mi sento pronta per una nuova fase in questo continente, che a differenza di quello in cui sono nata, ha nei confronti del futuro una fiducia rinfrescante ed energica, magari illusoria, ma che sicuramente aiuta ad alzarsi dal letto la mattina.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

e questa è la mia canzone del momento, CUMBIA NENA!

brillantini e pesci di plastica

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa Oook non è possibile essere dei tali lumaconi senza guscio! Ora partecipo anch’io! Dunque, per iniziare farò una cosa pessima per smascherarmi subito, cioè confessarvi che ho scritto il seguente ‘vallo a capire’ tipo il 10 aprile (quindi dovrebbe inserirsi sempre all’interno della corrente addioista e precisamente tra la lettera aperta e la milonga). In effetti realizzo ora che anche la mia è una lettera aperta, solo molto più patetica. Ciò che mi spinge ad utilizzarla anche se non l’ho scritta ora, oltre che una certa attitudine al riciclaggio [Uncategorized presto categorized, 2014], è la meraviglia (nei due sensi) di realizzare come la maggior parte dei significati che attribuivo il 10 aprile alla mia avventura bolognese, si ritrovino, infinitamente meglio espressi, in ‘Al di là del bene e del male’.. a dimostrazione di quanto il personalissimo senso comune [Uncategorized presto categorized, 2014] sia in fondo meno personalissimo di quanto crediamo.
Legenda: il seguente testo è stato scritto ad aprile ma le citazioni di Uncategorized presto categorized le ho aggiunte ora.

Anch’io ho pianto. Anche il mio pianto non si può chiamare un pianto liberatorio.
E’ proprio vero. Esistono delle fasi che ad un certo punto finiscono. Ci vogliono coraggio ed energia per buttarsi e cercare di vivere a pieni polmoni una fase nuova, ed è inevitabilmente una fatica sgrullarsi di dosso quella vecchia. E’ vero anche che spesso identifichiamo solo a posteriori l’esatto momento di svolta. Ma il fatto che improvvisamente lo si ricordi in modo così nitido, rende tutto chiaro e leggibile: per te quello diventa il simbolo del cambiamento che separa tempi nettamente distinti, con il loro bagaglio di persone, di abitudini, di idee, di esperienze, di figure meschine e momenti trionfali, di vittorie e delusioni, di battiti di cuore e di rabbia.

Il primo momento di questo genere che ricordo vivissimamente risale alla fine della quinta elementare e si identifica con il percorso di una strada. Camminavo lungo la via perpendicolare a quella della mia scuola, dopo aver svoltato l’angolo, il giorno dell’orare di quinta (c’erano ancora gli esami di quinta elementare!!), con la camicia tutta inzuppata che da bianca era diventata blu e piena di brillantini. Mi era infatti esploso in mano un salsicciotto antistress ripieno di acqua blu con i brillantini (intuibile..) e di pesciolini colorati di plastica (questa è una novità!), dopo che l’avevo torturato per tutta l’interrogazione mentre parlavo di Shiva e Vishnu (non so perché ero presa con l’India. Anzi in realtà lo so ma non importa). Ricordo esattamente di aver pensato che la mia scelta di iscrivermi in una scuola media in un’altra zona mi avrebbe separata da molti amici, e avrebbe significato l’apertura di un nuovo capitolo. Allora avevo coraggio. Non mi sono mai voltata per tutta la strada e anzi mi sentivo una galla (sono tornata in quella via circa 5 anni dopo..son sempre stata brava a mantenere i contatti..).

Ora il coraggio manca davvero. La paura di sbagliare è così forte. Da un lato pensi «mi sto chiudendo delle porte da sola, non ci provo nemmeno!» e dall’altro «fanculo tutti, devo fare ciò che mi fa sentire bene! E accettarmi». Il punto è che non è così semplice capire ciò che ci fa sentire bene sul serio. A volte penso che dovrei davvero provare a superare la pressione costante che il mondo ci imprime attraverso l’imperativo del ‘performare’. Ma il mio carattere è una merda e devo farci pace: mi stresso e finché sono nelle mie piene facoltà, mi stresso mi stresso e mi stresso. Sento che il vuoto non è solo davanti a me, ma proprio tutto intorno (vedi “Non stavo combattendo il deserto, ma nel deserto” [Uncategorized presto categorized, 2014]). E’ pazzesco pensare di farsi il culo e di non avere la forza o l’entusiasmo di godere del tempo libero che uno si conquista, o dei mezzi che uno ottiene attraverso il lavoro. Tutto ciò perde di senso se ci si sente distanti e se non ci sono le persone con cui condividere questo “tempo liberato”.

Spesso penso a cosa mi abbia permesso di sentirmi capita con voi, almeno un po’. Tutto è stato così naturale, nessuno sforzo. A volte mi rispondo che deve essere stata la quotidianità. Però è strano, perché non è nemmeno necessario parlare molto a volte, o raggiungere un profondo grado di confidenza e di apertura. E’ semplice: ad un certo punto si percepisce l’affetto (vedi “penso di aver capito, con il corpo, cosa significasse davvero una riflessione spinoziana sottopostami anni fa a proposito dell’inscindibilità tra affettività e affinità” [Uncategorized presto categorized, 2014]) e si inizia di nuovo a pensare che darsi agli altri sia bello, non si ha più paura. Nemmeno paura di sbagliare. Io ho ritrovato questa bellezza attraverso Bologna, scoprendo di nuovo la spinta a provare ad aprirmi, il desiderio di darmi agli altri e, soprattutto, il senso e la voglia di portare a termine i propri pensieri, di fornire delle spiegazioni (vedi “una certa attenzione al discorso” [Uncategorized presto categorized, 2014]). Troppo spesso penso che agli altri non interessi, che la capacità di ascoltare sia in via di estinzione. Per questo si lasciano correre molte cose restando in superficie, mai davvero connessi con le persone. Ecco Bologna per me rappresenta una speranza in questo senso…gli argomenti esistono ancora! La connessione si può avvertire se uno si smolla un po’. Sono piccole cose difficili da evocare a penna. La disponibilità. L’accoglienza. La generosità. La condivisione.

Anche se non scrivo a tutti voi individualmente, e anche se non sono presente nelle vostre vite (a posteriori mi consolo pensando che, “se davvero siamo stati comunità, lo spazio non è che un tassello di tutto questo” [Uncategorized presto categorized, 2014]), nemmeno attraverso mezzi di comunicazione di sorta, vi penso sempre, e mi interrogo su cosa fare per trovare altri compagni di crescita che possano darmi l’entusiasmo euforico che a volte ho provato con voi.

Grazie. Io grazie lo dico, invece, perché è ciò che sento.

p.s. si spera che questo bagno di lacrime si possa presto trasformare in condivisione di esperienze, magari non condivisibili a voce, e però belle. O almeno interessanti o emozionanti o ridanciane. La pigrizia è una brutta bestia…

The Day After Tomorrow

Un po’ perchè l’avevo promesso a qualcuno, un po’ perché dopo questa corrente addioista che a colpito questo blog farà bene a tutti voltare pagina, un po’ perché sarebbe troppo perfetto concludere con quell’ultimo post questo famoso “ciclo” o “percorso” che ci ha vissuti, o perché in fondo mi secca che i conti tornino e che le cose debbano finire con una fine. Questo articolo parla, senza avere dei contenuti, di cambiamenti apparenti.

 

Che ci si creda o no, a dispetto delle teorie, da noi più o meno abbracciate, dei vari Godard, Bifo o Gruppe Krisis (per non citare il solito Tiqqun che ormai è scontato citare), anche le mie gambe sono poste al servizio del Lavoro. Faccio  l’aiuto cameriere (sic!) in un club/ristorante latino-americano per giovani(listi) abbienti nel quartiere più gentrificato della storia, fulcro della movida di … (Per quanto superfluo porto avanti la battaglia minoritaria dell’anonimato nel blog)… Turni lunghi, dalle 8 alle 13 ore con venti minuti di pausa, clienti ‘mbriachi dopo massimo 30 minuti dal loro ingresso, ritmi a volte frenetici e, ultimo ma non ultimo, indosso camicia nera e cravatta rossa (io e i datori intendiamo l’abbinamento abbastanza differentemente, ma il fatto resta). D’altra parte però in 3 o al massimo 4 giorni faccio le ore di una settimana, avendo di conseguenza 3 o 4 giorni liberi, pagano decentemente, c’è musica dal vivo tutte le sere (tipo Buena Vista Social Club) e solidarizzo con i colleghi condividendo lo stesso odio verso i clienti (del ristorante, non miei, sia chiaro. Non ho ancora raggiunto il livello di parlare in prima persona plurale per l’azienda, quella è la linea di non ritorno!) e i superiori. 

 

Una sera mi hanno messo a fare il cameriere, “vediamo come te la cavi” mi hanno detto. Sorvolerò i dettagli ridicoli che questo implica. C’erano tre tardone russe cagasoldi (sembravano anche importanti) che mi fissavano sospette da tutta la sera, del tipo che mi facevano dei ghigni strani e si tiravano gomitate indicandomi… Era la mia prima sera come cameriere.. Io, preoccupato, subito a farmi film su come avrei finito la serata, legato al letto e seviziato da quarantenni russe assetate di esperienze da raccontare alle amiche durante la manicure, già sudavo. Poi mi chiamano al tavolo e vogliono una foto, “certo”, dico io, e faccio per prendere il telefono e fare sta foto, “no no, con te”… Dopo un timido “no no dai” mi prostro senza dignità con un sorriso finto come le loro labbra. “Grazie” dicono loro sorridendo e assaporando l’odore della loro vittima abbandonarsi al suo destino. Poco dopo mi richiamano al tavolo: ” Guarda! Sei tu!” e mi mostrano con il cellulare una foto di Snowden (il tipo statunitense che ha diffuso messaggi privati della CIA ecc. ora rifugiato in Russia, praticamente una spia americana)… Ora, a parte il fatto che solo a delle russe poteva venire in mente Snowden, nonostante questo momento di popolarità gratuito, non credo mi passeranno comunque di livello. 

 

Un’antropologia della festa qui viene più o meno spontanea. Di fronte a certe situazioni le soluzioni sono due: o ci si abbandona a un voyeurismo spudorato o si cerca di collocare strusciamenti e quant’altro nelle loro dimensioni di senso. Sembrerà più noioso ma può rivelarsi interessante, soprattutto quando si scommette mentalmente su chi finirà con chi, su quale sarà il momento esatto in cui da cena con amici passi a diventare ballo orgiastico fra sconosciuti, o quale la scintilla che farà esplodere una sorta di passione incendiaria fra due (o più) persone. Le sensazioni, le scene non ancora, sono un po’ quelle che Harmony Korine ha voluto trasmettere in Spring Breakers.

 

Non contento avevo trovato anche un altro lavoro con cui coprire un altro giorno alla settimana o due e arrotondare. Facevo lo sguattero in un bar/caffetteria di un parco, anche questo per ricconi. Classico lavoro per cui assumono maturandi e incompetenti (mi piace considerarmi in mezzo a queste due fasce, ma purtroppo so in quale mi considerano loro). Ad ora, però, non mi stanno rispondendo, quindi è probabile che sia svanito.

 

Fra le altre cose ho comprato un telefono (a quanto dicono) intelligente (a quanto pare più di me dato che non lo so usare) di seconda mano, con internet e tutte quelle menate lì. Un passo che non credevo sarei riuscito a fare, ma per il momento mi controllo abbastanza bene, almeno finché non imparerò a usarlo. Vi risparmierò giustificazioni che ho già dato a me stesso del tipo: mi serve per le mappe, i trasporti ecc. Fatto sta che conservo gelosamente il modello precedente sopra il comodino, ripromettendomi di non abbandonarlo e volergli bene come solo a un feticcio di tecnologia obsoleta si può.

 

Per la serie non tutto rotola ma qualcosa striscia anche (m’è venuta così, scusate..), qualche giorno fa ho partecipato al seminario annuale di antropologia di un’importante università di qui. Ambiente piuttosto surreale, aspettavo che cominciasse quando mi sono accorto che qualche poltrona più in là rispetto a dov’ero io c’era il Jourdan americano, ovvero David Greaber. È incredibile come si assomiglino nello stile. Un po’ più spigliato forse quest’ultimo, scarpe  tipo da giocatore di bowling e abbigliamento che stonava rispetto agli altri. Fatti con lo stampo. Alla fine della conferenza la presentatrice dice “come da tradizione del nostro dipartimento, le domande non le facciamo qui ma al bar, davanti un bicchiere di vino”.. vabò allora ditelo.. La frikkettonaggine alternativa dev’essere una caratteristica che rientra nello statuto deontologico dell’antropologo modello. Mah.. fatto sta che siamo andati ai piani alti dell’università e abbiamo banchettato tutti insieme.

 

Ecco. Cambiamenti apparenti si diceva..  Non ne ho ancora ben inquadrato la portata, ma il fatto che ora abbia imparato a farmi il nodo alla cravatta vorrà pur dire qualcosa.

I veri momenti in cui tutte queste domande si fanno pressanti sono quelli in cui mi siedo ad ascoltare i passanti suonare il pianoforte abbandonato nella stazione del quartiere dove vivo. Ed è allora che mi chiedo cosa succeda all’armata Brancaleone partita per la Francia, fra passaggi mancati da Latouche(?) e improbabile raccolte frutta; in quale bettola del sudamerica stiano ballando l’“ultimo tango” le nostre fanciulle; in quali fantastici luoghi si stia immaginando la barbiera di Gombruti e quali contorte possibilità esistenziali di un futuro prossimo stiano vagliando le sue coinquiline; verso quali orizzonti si stia proiettando la squatter; se finalmente abbiamo un maestro Shiatsu fra noi; se la fedele compagna torinese abbia le idee un po’ più chiare, in generale dico; se i Felici lo siano ancora; se a Tavarnuzze ci sia lavoro; quale scusa si stia inventando il mitteleuropeo per procrastinare il taglio …