Archivio per aprile 2014

Al di là del bene e del male

Ogni autobiografia che un uomo si è inventato è autentica. Quando l’autore l’ha elaborata, l’ha vissuta forse più intensamente che se la «vivesse».
Prima di nascere sono stato cauto fino al punto di chiedere:
«Chi governa ora?»
«Francesco Giuseppe I.»
Quindi mi sono arrischiato a venire al mondo perché stupidamente mi sono dimenticato di chiedere: «E quanti anni ha quel monarca?»
Ne aveva allora settantanove.
Che cosa sia successo poi, lo sapete bene da soli.
[Lec 1957]

«La mia patria» dice l’ospite «non esiste più, si è disintegrata. La mia patria erano la Polonia e Vienna, questa casa e la caserma giù in città, la Galizia e Chopin. Cosa è rimasto di tutto ciò? Il misterioso elemento che unificava ogni cosa ha esaurito il suo effetto. Tutto è caduto in pezzi, sono rimasti solo i frammenti. La patria per me era un sentimento. Questo sentimento è stato offeso. In casi come questi, uno se ne va. Ai Tropici o ancora più lontano».
«Più lontano, dove?» chiede freddamente il generale.
«Nel tempo». [Màrai 1942]

L’unità di questo libro è il mondo, non tanto di cui tratta, quanto in cui si svolge. Un mondo singolare e memorabile, il nome del quale corse sulla bocca di tutti e che pure solo pochissimi conobbero, forse solo quelli che ne sperimentarono su se stessi il bene e il male, i suoi figli consapevoli dunque. Questo mondo è scomparso per sempre. La sua morte, dopo il lungo crepuscolo della vecchiaia, non fu lieve, ma travagliata da una dolorosa agonia. Moltissimi suoi figli però vivono ancora e parecchi di loro sono figli consapevoli. Essi appartengono a due mondi, a quello morto, non ancora estinto in loro, e al mondo nuovo degli eredi, che li ha rilevati come si rileva la merce di una liquidazione. Appartenere a due mondi, abbracciare con un’anima sola due età, è una condizione veramente paradossale, che si ripete di rado nella storia, ed è imposta solo a poche generazioni umane. Quando Roma decadde e nuovi Stati germogliarono sul suolo d’Italia forse allora vissero generazioni a cui toccò un simile destino. Tutti i presenti mortali nati nel secolo scorso appartengono a due età, di qualunque paese siano. Essi debbono tendere violentemente le loro forze, per dominare questa difficile condizione. Chissà se tante miserie interiori dell’epoca non siano da attribuirsi a questa duplice esistenza segreta! Ma a due mondi appartengono forse soltanto i figli di quel mondo estinto […] Quale mondo? Aveva un grande nome. Ma esso era ancora più grande del suo nome, che suonava così: “Impero austriaco”, ovvero “Monarchia austro-ungarica”. [Welzer 1937]

Eccetera.
La finis austriae. Forse un topos un po’ scontato da tirare fuori in un momento del genere, eppure sempre, immancabilmente, calzante, appropriato. Forse è il ritornello più diffuso tra quanti, nella letteratura del secolo scorso, hanno lamentato la fine di qualcosa, la fine di un mondo. Anche noi abbiamo vissuto un mondo, questo è certo. E se non è certo, mi pare, abbiamo deciso che questo è stato. Infatti, parafrasando Lec, siamo noi a decidere a posteriori – e abbiamo la libertà di farlo – che cosa abbiamo vissuto.

In queste settimane, questo mondo, lo stiamo vedendo cadere a pezzi: disgregarsi pian piano lungo partenze imminenti, centrifughe, imprevedibili, casuali, confusionarie. Come confusionari, e confusi, siamo noi. Queste settimane di lauree – vere o meno – sono state, sotto una certa luce, un lungo e protratto rituale collettivo di congedo. Penoso. Bellissimo. Il più alto, maturo e consapevole momento raggiunto da quell’effervescenza collettiva [Durkheim 1912] che cominciammo a creare ormai tre anni fa, tra sciarpe annodate e opinabili antropocene. Credo che la lacrima sia scesa a molti

Mi sono sentito, tra un nodo allo stomaco e l’altro, un po’ come Konrad ne Le braci. Konrad, l’altro personaggio del dialogo di Màrai, si vede ad un certo punto costretto a partire, resterà lontano per più di quarant’anni. Al suo ritorno non c’è più nulla. Vienna è più lontana di Londra, del Brasile, della California, dei Tropici. Vienna è ormai lontana nel tempo. È lungo quella direzione che Konrad se ne è andato. È lungo quel sentiero, il tempo, che Konrad non può tornare indietro. Più logorato di lui, vedrà chi avrà modo di leggerselo, è solo chi è rimasto. Vienna era finita.

Ma cosa significa Fine?

È difficile sopravvivere ad una fine, ad una morte, di qualunque tipo essa sia. In quanto skandalon (direbbe Hertz [1907]), necessita di un rituale di distacco. L’esplosione letteraria centrata sul lamento per l’agonia della lenta morte dell’Austria che fu, forse, è stata una delle manifestazioni più dense e pregnanti del suo concerto funebre. Un campione tra questi musicisti era Franz Werfel (che, aggiungo a mo’ di aneddoto, riuscito per un pelo a fuggire dalla Germania nazista – e dalla vecchia Europa – morì improvvisamente nel 1945, appena arrivato in California!). Dopo l’incipit di Nel crepuscolo di un mondo (in esergo), Werfel prosegue la litania (che, seppur splendida, litania resta) lungo l’asse dello Stato e della Nazione. Eppure (e per fortuna), in queste poche frasi, sembra parlare ancora di un concetto di mondo che potrebbe, e può, muoversi in universi semantici differenti: sistemi di senso altri, che certamente ci suonano più familiari e più si confanno a quello che abbiamo vissuto. Più degli altri, coglie quella dimensione di permanenza del mondo finito in coloro che lo hanno vissuto. Insiste sull’autocoscienza dei figli consapevoli: di coloro che si sono accorti del passaggio, del cambiamento, di coloro entro cui si articola la compresenza tra mondi distinti, tra Vienna e il Mondo, a volte in conflitto, altre no. È una concezione della presenza del mondo nell’individuo tanto fisica, sensibile, che rinvia al concetto di mondo riscontrabile, per esempio, nell’Appello di Tiqqun. La denominazione di “appello”, spiegano, implica il rifiuto del terreno della razionalità, dell’argomentazione, del convincimento:

Ci atterremo all’evidenza.
L’evidenza non è in primo luogo una questione di logica, di raziocinio.
È legata al sensibile, ai mondi.
Ogni mondo ha le sue evidenze.
L’evidenza è ciò che si condivide
o che divide.
[Tiqqun 2005]

Credo, per quanto potrebbe essere solo una costruzione retrospettiva, che il nostro sia stato un mondo di questo tipo. Un mondo che ha reso evidenti certe cose, che ha reso senso comune determinate idee, che ci ha permesso di condividere e che, ormai, ci distingue. Ci distingue tanto quanto poteva contraddistinguere l’austroungaricità mitteleuropea chi quel mondo vedette morire.

Fine”, in quest’ottica, cambia completamente di significato. Vuol dire che, di qui a pochi mesi, sparirà quella (magnifica) configurazione spaziale che ha permesso la genesi di questo mondo. Non vivremo più tutti in mezzo chilometro quadrato. Non basterà più la bicicletta. Non suonerà più nessuno alla porta ad orari improbabili. Anche perché non ci sarà più nessun campa/nello. Verrà meno la dimensione spaziale di quella comunità che abbiamo costituito. Ma se davvero siamo stati comunità, lo spazio non è che un tassello di tutto questo. Nel 1887 in Gemeinschaft und Gesellschaft (Comunità e Società) Tönnies dà una definizione di comunità tra le più tenere (perché si taglia con un grissino, ma è da gustare, infatti, nel solo attimo in cui la si ode per la prima volta):

La teoria della società riguarda una costruzione artificiale, un aggregato di esseri umani che solo superficialmente assomiglia alla comunità, nella misura in cui anche in essa gli individui vivono pacificamente gli uni accanto agli altri. Però, mentre nella comunità gli esseri umani restano essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, nella società restano essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono. [Tönnies 1887]

Probabilmente è vero, tra poco nessuno di noi abiterà a meno di cento chilometri l’uno dall’altro, nessuno si incontrerà più per caso. Eppure mi consola il fatto che, in fondo, un legame, una Personalissima Vienna, la si sia riusciti a creare. Se è vero che presto saremo tutti liquidati come si rileva la merce di una liquidazione, chi da una parte chi dall’altra, ho la sensazione che ricordarsi di Werfel quando parla di un mondo che, pur morto, in lui non è ancora estinto sia una delle poche cose che potrebbe mai dare una continuità a tutto ciò che è stato, una chance di sopravvivenza.

Ma cosa è stato? Cos’era, poi, questo dannatissimo mondo?

Di certo, in qualche modo, uno stare a metà, insieme, tra l’Ego e il System. Essere Gemeinschaft ha significato infatti in primo luogo uscire da se stessi. Sottrarsi, per usare un po’ di termini pomposi, all’atomizzazione individualistica egemone. Questo, nella società di oggi, significa combattere una guerra. Difatti

I AM WHAT I AM” non è […] una semplice menzogna, né una banale campagna pubblicitaria; è piuttosto una campagna militare, un grido di guerra diretto contro tutto ciò che esiste tra gli esseri umani, che circola indistintamente, li lega invisibilmente, si frappone alla perfetta desolazione; contro tutto ciò che ci fa esistere e grazie a cui il mondo non si riduce alle sembianze di un’autostrada, di un luna park o di una serie di villette a schiera: pura noia, senza passione e ben ordinata, spazio vuoto, gelido, in cui transitano solo corpi immatricolati, molecole automobilizzate e merci ideali. [Tiqqun 2007]

Un tentativo, speculare, di sottrarsi alla fagocitante e anonima categoria di società, per esempio, ha invece provato a farlo Norbert Elias. Nel criticare quello straparlare di società e strutture, gigantesche e impersonali, ad un tempo vuote e totalizzanti, Elias suggerisce di chiamare l’aspetto collettivo del vivere “configurazione”, intesa come una rete di interdipendenze reciproche. La metafora che più rispecchia questa immagine è quella di una danza.

Si pensi ad una mazurka, a un minuetto, a una polacca [una polka, sic!], a un tango, a un rock’n roll. L’immagine delle configurazioni mobili create nella danza da uomini interdipendenti rende forse più facile concepire come configurazioni gli Stati, le città, le famiglie o anche i sistemi feudali […][Elias 1968]

E anche, aggiungiamo noi, i mondi. Almeno il nostro.

Dopo tanti anni trascorsi a sbeffeggiare le danze popolari, che puntualmente venivano riproposte, a intervalli sorprendentemente regolari, come nuova parola d’ordine collettiva, mi fa un po’ sorridere che sia io a tirarle in ballo. Credo però che rendano bene l’idea. Penso, anzi, che in qualche modo evochino nel modo migliore quella ricerca di contatto che ha costituito il leitmotiv del nostro trovare una dimensione comune in questi anni.

Quello che forse bisognerebbe provare a fare, prima che le nostre marce memorie si alleino con gli anni per lasciare tutto questo all’oblio, è tentare di individuare la musica su cui questa ricerca si è articolata, le note su cui abbiamo danzato, le armi e le armature con cui abbiamo combattuto. Condividere un mondo credo abbia significato soprattutto, più di tutto, condividere un senso comune: idee che dette o non dette, formulate o sottintese, esplicitate o soggiacenti ai discorsi più disparati, ci accomunano.

Non ho pretese di onniscienza, proverò quindi a descrivere, per quanto suoni come una contraddizione in termini, il personalissimo senso comune che, di questi anni, ne è venuto a me. La mia parzialità.

Non so bene perché abbia scelto di venire a Bologna. Né perché fare Antropologia che, come ho ripetuto tante volte, non sapevo e ancora non so che cosa voglia dire. Ricordo però l’impatto. Tra le arie post-apocalittiche e steam-punk della ciclofficina, l’esodo e l’agonia della militanza di più vecchia data e le lagnanze di quanto “Bologna sta cambiando” e “non è più quella di una volta”, la fine è stato un tema ricorrente sin dall’inizio. In un certo senso ad autoconstatare la sua morte era la Bologna di Paz e di Jack Frusciante, erede legittima e diretta di quella di Radio Alice e di Lavorare con lentezza, specchio e complemento, se vogliamo, di una Emilia rossa anch’essa oltre tempo massimo [Giunti 2014]. Parallelamente, uscendo dalle concezioni più ingenue (nel senso più dolce) della politicanza adolescenziale, mi rendevo conto di come il campo in cui si articolavano i miei disagi e le mie lotte esistenziali era in realtà diverso da come lo avevo sempre immaginato. Per usare una terminologia familiare, non stavo combattendo il deserto, ma nel deserto. Del resto, per citarli ancora:

Il deserto non può più estendersi: è ovunque. [Tiqqun 2005]

La catastrofe non è imminente, la catastrofe è ora. C’è stato questo frangente psico-politico tutto personale all’origine del mio stare in questo mondo. Ma del resto il disagio non era una prerogativa solo mia. E anzi, forse, “disagio” è uno dei tanti nomi di quello stare antropologico nel mondo che ha sempre costituito un nostro denominatore comune, un elemento centrale di quell’osservazione partecipante che forse, fuori da accademismi lessicali, si potrebbe chiamare più semplicemente coscienza di, cognizione della propria posizione nel mondo. Una condizione permanente. Non ho dubbi infatti sul fatto che tale disagio,

La nostra incapacità di adattarci la nostra fatica nel farlo, sono problemi solo dal punto di vista di chi vuole sottometterci. Esse indicano piuttosto un punto di partenza, un punto di incontro per delle complicità inesplorate. [Tiqqun 2007]

Lo stare insieme, in guardia, coscienti, all’interno della catastrofe esplorando quelle complicità è stato al contempo la malta unificante di questi anni e il frutto che è maturato nel corso di questi stessi. E credo sia da imputarsi sempre a questo stesso atteggiamento anche una certa attenzione al discorso. Non è forse di questo che si sta parlando quando ci sfatichiamo nelle più affannose ricostruzioni dei regimi di verità [Cozzi 2014; Giunti 2014; Miotto 2013; Treves 2013 (e, tra gli altri, Lakoff 2004 e Foucault 1972)]? Individuare le condizioni di possibilità del discorso, tracciare i contorni del frame,

La quasi ossessiva decostruzione dei determinismi ha […] proprio il senso di rendersi consapevoli che ciò che ci troviamo davanti ogni giorno, è stato costruito […] [Terruzzi 2013]

O, detto altrimenti, la consapevolezza che il linguaggio non è uno strumento neutrale e che il discorso è un campo di battaglia quotidiano [Miotto 2013] obbliga alla

necessaria presa di coscienza che qualsiasi attività umana non è mai semplicemente un fatto indipendente dal discorso che la informa. [Miotto 2013]

È questa una attitudine critica che abbiamo esercitato più volte, dalle farsesche ricerche su Piazza Verdi a praticamente tutti i nostri lavori di tesi, ma che soprattutto abbiamo esercitato nella prassi del nostro vivere quotidiano in una Bologna sempre più lontana e diversa da quella mitica isola felice: nella Bologna delle retoriche sul degrado e sulla sicurezza. È precisamente nello scarto creatosi tra queste due città (per quanto idealizzate, non per questo meno reali) che entrano in scena, emergendo da e facendosi senso comune, ragionamenti come quelli di Wacquant [2006], Cozzi [2014] o Maimone [2013]. Anche Bologna in sé, infatti, ci ha insegnato tanto. Ma più che una didattica è stata una dialettica. È nell’assistere a uno scempio come quello della Bolognina, per esempio, che abbiamo imparato come

la costruzione di agglomerati urbani in maniera disordinata e riempiti di gente dalla provenienza eterogenea [leggasi, in questo caso, gentrificazione] possa essere funzionale a distruggere la memoria storica di un luogo e degli abitanti che ci vivono. [Maimone 2013]

O si pensi a come, dall’altra parte, chiamarci con il nome delle nostre case, Pepoli, Costa, Gombruti, Ferrarese, Felice eccetera, sia stato, in fondo, un opporci al vivere in città, provando a vivere la città. Se è vero che

La funzione principale a cui risponde l’ordine della città è quella della circolazione [Maimone 2013]

la nostra “toponomastica relazionale” è stata un tentativo di restituire una dimensione umana, viva, a una città che è sempre più flusso e territorio, di tornare a essere persone in un ambiente anziché popolazione in un territorio [Cozzi 2013]. Si inserisce in questo orizzonte anche il rifiuto delle merci che attraversano e costituiscono quei flussi, il contestare la (mono)dimensione di consumatori. È di questo che sono poi articolazioni pratiche il furto al supermercato, quei fantasmagorici potlach che sono state le nostre cene collettive, la tirchieria e il fare la spesa all’IN’S, la generosità e la reciprocità, il vivere in comune, il farsi il pane da soli, il lasciare le cose nel frigorifero anche se scadute da sei mesi, a monito della malattia del comprare troppo, a monito della malattia del comprare. Ciononostante, quella del consumo è stata la nostra realtà quotidiana: quella di Pizza Casa, di Pizza Doc, di Agra, del Diavolo al Pontelungo, eccetera, eccetera, eccetera. Ma, in un certo qual modo, è stato da tanto contatto che è nata tanta consapevolezza. Ed è da questa, oltre che dalla necessità, che è nata l’attitudine al riciclaggio, del cibo, delle biciclette, dei mobili. Anni passati a fare di tutto perché una città non si buttasse via. E se è vero che anche

La sicurezza più che come un diritto […], un bene comune, o un’urgenza da affrontare sembra configurarsi soprattutto come una merce, che alla stregua delle altre, deve essere prodotta e fatta circolare dove la domanda di mercato è più alta [Cozzi 2014]

anche la nostra lotta al dispositivo sicuritario è da inquadrarsi nel nostro rifiuto ad essere consumatori: dalla volontà di essere la città e non la sua utenza fuorisede dedita a personalizzatissime liminalità individuali.

E del resto, cos’è poi la liminalità se non alienazione?

Sono sicuro di esprimere un sentimento diffuso nel ringraziare per questa alienazione, almeno in parte. Il distacco (l’essere stati, appunti, alienati) dal posto in cui siamo nati o cresciuti è il lato positivo, ciò per cui tutti, probabilmente, resteremo grati a questi anni. Ma, nella migliore delle tradizioni [Van Gennep 1909], le fasi liminali consistono in situazioni di eccezionalità. Quello che credo abbia caratterizzato la nostra liminalità, e che ne fa quindi qualcosa che davvero ci segnerà per sempre, perché è stata formativa, è il rifiuto della forma alienante pervasiva che contraddistingue questa eccezionalità e il rito di passaggio dell’Università ai giorni nostri, della condizione di estraneazione, del sentirci in sospeso. Il bisogno di stare sul campo, in questo senso, è interpretabile come un rifiuto dell’apnea nell’alienazione urbana [Serci 2014]. Bologna, per quanto possa averci regalato, ci ha insegnato anche il valore e l’importanza delle strategie di fuga. Con lei, è stata per tutti una relazione d’amore. Con lei, è stata per tutti una storia di odio. Uno degli elementi che abbiamo più diffusamente maturato, infatti, credo sia proprio una comune insofferenza alla città, sentimento che si traduce in strategie dirette talvolta verso la città stessa [Mattei 2014], altre verso luoghi altri da essa [Serci 2014]. Da un lato è vero che nella modernità ad essere diventate fuori luogo sono proprio le categorie della

[…] «città» e della «campagna», e [la] loro antica opposizione. Quello che si estende intorno a noi non somiglia loro né da lontano né da vicino. Esso è una distesa urbana unica, senza forma e senza ordine, una zona desolata, indefinita e illimitata, un continuum mondiale di ipercentri museificati e di parchi naturali, di grandi insiemi di immensi sfruttamenti agricoli, di zone industriali e lottizzazioni, di baite rurali e di bar alla moda: la metropoli. […] La metropoli vuole la sintesi di tutto il territorio. Ogni cosa coabita al suo interno, non tanto geograficamente, quanto per la modellizzazione geometrica delle sue reti. [Tiqqun 2007]

Dall’altro, nella loro dicotomia si innesta una critica che va ben oltre ad una “scelta abitativa” o ad una “preferenza geografica”. La tensione con l’urbano non ha una dimensione prettamente spaziale, e smarcandosi anche da quella visione negativa, radicata nella fatica, che può essere propria di chi in campagna è nato, vissuto e crepato,

[…] la campagna non viene interpretata negativamente poiché si presenta maturata in modo cosciente, caricata di un valore oltre che morale anche politico. [Serci 2014]

La campagna, i colli, il Parco del Pellegrino, il Sentiero degli Dei, la Via del Sale, la Critical Mass, il Guerrilla Gardening e tutte le altre forme che abbiamo dato alla nostra insofferenza diventano in quest’ottica articolazioni di una più generale critica al nostro tempo e alla dimensione che ci siamo trovati a vivere, una critica alla metropoli come misura di quest’epoca. Diventano defezione, esodo. Diventiamo defezione, esodo. Ma se è proprio grazie a questa città che ne abbiamo appreso il valore, tutte le nostre azioni, antiurbane e cittadine a un tempo solo,

incarnano la diserzione, l’esodo, nel suo stesso cuore. [E] In questo modo rappresentano un’alternativa viva, una critica fastidiosa e molesta, più valida di mille pamphlet. […] Sono il rifiuto di tutto ciò che [le] circonda. [Treves 2013]

Come dei pirati. Come la loro, infatti, anche le nostre scelte, in qualche modo, sono state dettate dalla miseria del presente. Da ciò che avrebbe significato vivere senza porsene il problema.

La pirateria […] era un’alternativa ad una vita che avrebbe altrimenti riservato stenti e miseria, una lotta per mantenersi vivi. [Li Vigni 2014]

Così come pirateschi sono stati, nel bene e nel male, e al di là di questi, le modalità del nostro vivere insieme in questi anni. Esattamente allo stesso modo dei banditi del mare,

La dimensione collettiva, come si è visto, nasceva dall’esigenza […] [Li Vigni 2014]

Ma cosa significa dimensione collettiva? Può significare, secondo me, immediatezza: essere comunità im-mediata. È per questo che non sorprende la presenza di un’insistita attenzione alla comunicazione, ai media, alla rappresentazione [Rizzello 2013; Malvicini 2014]. La nostra è stata, in questo senso, una Gemeinschaft out of Facebook (dove la commistione di tedesco, inglese e corsivo serve a rendere il tutto meno banale di ciò che sembra). Quell’inversa proporzionalità che si è data nel parallelo desertificarsi del caro vecchio gruppo Facebook Effervescenza Collettiva e il progressivo attuarsi e concretizzarsi di quello stesso gruppo e di quella stessa effervescenza collettiva nella realtà ci ha regalato la preziosa possibilità di suonarci al campanello, di andarci a trovare quando più ci solleticasse l’idea, di ignorare sistematicamente il cellulare o di tenerlo spento per dei mesi, il sapere che, volendo, “gli altri sono al 33”, l’essere un circuito d’informazione che fa tesoro di ogni acquisizione riuscendo, così, a limitare la necessità di un’esposizione individualizzata al mondo. Il notare come, a prescindere dalle possibilità del mezzo, siano le

congiunture storico-politiche che determinano [] usi diversi degli strumenti tecnici. [Malvicini 2014]

Implica e contiene un preciso giudizio politico nel momento in cui all’utilizzo di questi strumenti ci si sottrae come collettività. Infatti, assunto che

nessun testo, neanche il più apparentemente descrittivo, ha un rapporto trasparente con la realtà che esso si prefigge di cogliere, i documenti obbediscono a procedure di costruzione in cui sono investiti i concetti e gli interessi dei loro produttori [Rizzello 2013]

essere comunità im-mediata significa tendere alla riacquisizione di quella trasparenza. Significa entrare in conflitto con quell’artificiosità oggi tanto pervasiva di relazioni, rapporti e comunicazione. Ritornando all’attenzione al discorso di cui sopra, ci ricordiamo come

la pericolosità del potere mediatico non stia soltanto nel veicolare contenuti e così influenzare il pubblico, bensì nell’interporre articolazioni fruibili e modificabili tra medium e ricettore, divulgando, in questo modo, non semplicemente un messaggio, ma una categoria interpretativa attraverso un percorso fatto di interconnessioni. [Giunti 2014]

Sottrarsi alla mediazione significa quindi farsi artefici delle proprie categorie, artefici del proprio senso comune. È precisamente in questi termini che avere avuto una dimensione collettiva significa essere stati

forza creatrice di un circuito di idee e pratiche alternativo a quello dominante. [Mattei 2014]

ben coscienti di come

La creazione di un immaginario comune ed il suo tradursi e manifestarsi in uno stile di vita “altro”, [potesse] rappresentare una possibilità di riscatto dalla regolamentazione capillare del tempo, dello spazio e delle conoscenze. [Mattei 2014]

Lo “stile di vita altro” a cui abbiamo dato luogo è inseparabile da quella che, non senza azzardo, vorrei provare a chiamare un’estetica dell’alterità. Si provi per un attimo a svuotare la mente da tutti i connotati negativi che accompagnano talvolta questa parola, e ad indagarne invece le dinamiche profonde. La creazione di un’estetica specifica, infatti, credo sia stata un tassello fondante di quel ruotarci attorno e di qualsiasi effervescenza abbia mai avuto luogo tra noi. È anche attraverso questa costruzione consapevole della nostra esteriorità [Olsen 2014] e della nostra personalità, forse in misura più grande rispetto ad altro, che ci siamo emancipati da

elementi (posizione sociale, relazioni e famiglia di appartenenza) fino a quel momento […] estremamente importanti nella definizione dell’identità delle persone. [Olsen 2014]

Da un certo punto di vista, hanno avuto luogo, sì,una dinamica per cui dimensione collettiva ha significato anche un costante confrontarsi dell’individuo con il gruppo [Olsen 2014] e un meccanismo imitativo a tratti di vera e propria omologazione, ma la continuata giustapposizione degli antipodi più estremi (da Ostuni a Tavarnuzze, per dirne due) non ha portato a celarsi tutti dietro una maschera calcata su un modello calato dall’alto o pescato da qualche parte, né a lasciare fuori qualcuno: l’esteriorità e l’estetica sono state un momento, un passaggio verso l’interiorizzazione di un senso comune che abbiamo generato e plasmato insieme, collettivamente. Non sto dicendo che siamo diventati tutti un’unica pappetta omogenea o che oramai pensiamo tutti allo stesso modo, ma, anzi, che ogni istanza individuale ha contribuito a rimettere in discussione il comune molto più di quanto questo abbia operato per sanzionare le prime. Con la stessa logica che soggiace, per esempio, a un Sentencing Circle indigeno [Roberti 2013]. È stata, insomma, una bella, e magica, esperienza di simpatia [Mauss 1903].

Fine, dicevamo.

Forse nulla di tutto ciò che ho scritto è vero, forse è solo una finzione. Ma vorrei ricordare due cose: In primo luogo laffermazione di Stanislaw Jerzy Lec citata all’inizio:

Ogni autobiografia che un uomo si è inventato è autentica. Quando l’autore l’ha elaborata, l’ha vissuta forse più intensamente che se la «vivesse». [Lec 1957]

Secondo: l’etimologia del termine finzione. Come gli studiatori di postmoderni ben sapranno, infatti, fictio si riferiva in origine all’operazione di creare, modellare la creta.

Credo che modellare ciò che abbiamo vissuto, questo nostro mondo, in questa o in altre maniere, sia l’unica possibilità di farlo sopravvivere a se stesso. Ma in ogni caso, in fondo, penso, quale sia la narrazione che se ne voglia fare, che sia stato lui a modellare me.

Ho da poco avuto modo di leggere un testo di Burke [2000] dove questi spiega l’origine della nota a piè di pagina, mettendo il luce come sia stata una risposta alla crisi della conoscenza del XVII secolo scatenata dal continuo smascherarsi a vicenda di cattolici e protestanti a suon di pamphlet. Come per l’Umanesimo e per la Riforma, anche nel caso della nota a piè di pagina la parola d’ordine è stata ritorno alle fonti. Ebbene, a dispetto di tutte le decontestualizzazioni qui operate, i détournement, gli adattamenti più discutibili (qualcuno, però, dovrebbe imparare a parlare con un tono un po’ più epico!) e le censure invisibili pescare tra le nostre tesi, le fonti, è stato davvero facile. A tratti, sembra, diciamo tutti la stessa cosa.

Ho solo paura di non aver detto tutto, e di avere dimenticato, nel tentativo di far capire il punto, che Der Mittelpunkt ist der ganze kreis [Schelling, citato in Mertens 2012 (su un foglietto)] [“il centro è l’intero cerchio”]. Ma l’importante è ricordarsi che il tutto è maggiore della somma delle parti.

Ormai, finalmente, penso di aver capito, con il corpo, cosa significasse davvero una riflessione spinoziana sottopostami anni fa a proposito dell’inscindibilità tra affettività e affinità.

Fine, dicevamo.

Le traiettorie più disparate pian piano si riempiranno dei nostri corpi in fuga, e ceci tuera cela [“questo ucciderà quello”]. Ma, come disse una volta sempre Mertens [2012 (su un altro foglietto)] “sans cela, ceci perd son sens”. Ciò che abbiamo vissuto è ciò che in-formerà il nostro futuro, lo schema tramite cui attribuiremo il senso alle cose.

Mentre mi lamentavo per il fatto di non riuscire a godermi il crepuscolo dei mondi, una volta mi fu risposto che ci saremmo rivisti

all’alba […], lì ritroveremo tutto ciò che di vero abbiamo costruito in questi anni a Bologna. [Serci 2014 (comunicazione personale)]

Nell’attesa di costruirla quest’alba, un ultimo, piccolo, dolce, ritorno a Vienna.

«Vienna» dice. «Sai, mentre ero lontano, quella città rappresentava per me il diapason del mondo. Pronunciare il nome “Vienna” era come far vibrare quel diapason. Osservavo la persona con cui stavo parlando per vedere come reagiva. Era il mio modo di mettere le persone alla prova. Chi non aveva alcuna reazione non faceva al caso mio. Perché Vienna non è soltanto una città, il suo nome ha un suono che alcuni sentono vibrare in fondo all’anima per sempre e altri no. È stata la cosa più bella della mia vita. [Màrai 1942]

 

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milonga sentimental

il perù è bello da far schifo. credo di aver visto più posti mozzafiato in venti giorni che ho passato da queste parti che nel resto della mia vita. e ancora non sono stata a cusco e al machu pichu, per dire.

povero ecuador, ci ho passato un mese e quello che più mi è rimasto in mente è l’essere stata involontariamente complice della rottura di una coppia. ebbene sì, ho dato inizio ad una discussione tra una bellissima coppia di viaggiatori del tennessee che li ha portati a separarsi. e pensare che la domanda che ha generato l’inferno è stata la seguente: “miei cari ragazzi…perchè vi sposate?”. infatti sì, prima di conoscermi avevano intenizione di sposarsi…e invece. eppure mi vogliono bene comunque, o almeno così dicono. ovviamente ho desiderato sotterrarmi più volte, rimangiarmi quella banale domanda,posta con tutta l’innocenza del mondo.la cosa positiva è almeno ho evitato un matrimonio. e forse possiamo anche direun matrimonio che sarebbe durato poco, visto quel che è bastato per mandarlo a monte.
povero ecuador, schiacciato a nord dall’incredibile carisma colombiano e a sud dalle meraviglie peruviane, rimane lì, piccino, rotondo, con un po’ di tutto e un po’ di niente.

e io, mentre vago tra un deserto di qui e un ghiacciaio di là e lascio prima uno e poi l’altro polmone cercando di camminare in salita a quattromila metri, dove l’aria non basta mai, penso tanto agli anni che furono in quel di bologna e a come quella realtà che già sento lontana, a breve sarà solo un ricordo non solo per me, ma per tutti.
è strano, non sono abituata. io me ne vado, gli altri restano. così era sempre andata fino ad ora. e per la prima volta sento che invece anche gli altri se ne vanno e fa un po’ male. anche da lontano, fa un po’ male. e mi chiedo quando rivedrò certe facce. mi chiedo se anche noi un giorno o l’altro faremo uno di quei raduni che la gente fa dopo che si disperde. e poi mi chiedo se avrei il coraggio di andarci.ma me la vedrò più avanti, se si presenterà l’occasione di.

bè questo per dire che, anche se sono lontanta, anche se ho altro da fare e anche se alla fine è tanto che non sono più dentro quella bologna lì che ho vissuto con voi tanto intensamente, la mia mente spesso torna tra voi e vive a modo suo questi momenti che si sta perdendo. e nonostante i chilometri e i mesi, le emozioni belle -e anche le meno belle- rimangono vive, più di quanto possiate immaginare. ed è per questo che mi unisco alla malinconia di questo momento che in qualche modo sto vivendo da vicino.

stringo forte i nuovi dottori e mi immagino i loro sorrisi sbronzi post laurea.

con voi ho condiviso alcuni dei momenti più belli e anche dei più brutti della mia vita. in ogni caso, momenti intensi. che ci si riveda o no, che sia presto o tardi,sappiate che le vostre brutte facce rimarranno a lungo a farmi compagnia.

una malinconica Ms Squilibrio

Milonga pa’ recordarte,         Milonga per ricordarti
milonga sentimental.             milonga sentimentale
Otros se quejan llorando,      Altri si lamentano piangendo
yo canto por no llorar.            io canto per non piangere
Tu amor se secó de golpe,     Il ruo amore si è seccato di colpo
nunca dijiste por qué.             non hai mai detto il perchè
Yo me consuelo pensando     Io mi consolo pensando
que fue traición de mujer.     che sia stato un tradimento di donna

Varón, pa’ quererte mucho,     Uomo, per amarti molto
varón, pa’ desearte el bien,      uomo, per augurarti il bene
varón, pa’ olvidar agravios       uomo, per dimenticare rancori
porque ya te perdoné.               perchè ti ho già perdonato
Tal vez no lo sepas nunca,        Magari non lo saprai mai
tal vez no lo puedas creer,        magari non i puoi credere
¡tal vez te provoque risa           Magari ti fa ridere
verme tirao a tus pies!              vedermi buttato ai tuoi piedi.

Es fácil pegar un tajo                  E’ facile dare una coltellata
pa’ cobrar una traición,               per incassare un tradimento
o jugar en una daga                      o giocare in una lama
la suerte de una pasión.               la sorte di una passione
Pero no es fácil cortarse              Però non è facile tagliardi
los tientos de un metejón,           i lacci di una passione
cuando están bien amarrados    quando son ben legati
al palo del corazón.                       al palo del cuore.

Milonga que hizo tu ausencia.     Milonga che ha fatto la tua mancanza
Milonga de evocación.                 Milonga di evocazione
Milonga para que nunca              Milonga che mai
la canten en tu balcón.                cantino al tuo balcone
Pa’ que vuelvas con la noche       Perchè tu torni con la notte
y te vayas con el sol.                    e te ne vada con il sole
Pa’ decirte que sí a veces             Per dirti sì a volte
o pa’ gritarte que no.                    o per gridarti di no.