Archivio per febbraio 2014

la pausini in autobus

è neanche un mese che sono partita eppure sono talmente tante le cose che vorrei raccontare ai poliaffamati che non so bene da dove cominciare.

arrivo a caracas dopo sborombombila ore di aereo. non abbiamo nessun tipo di documentazione richiesta. In particolar modo non abbiamo un biglietto di ritorno in europa. un po’ ho para, un po’ no, tra il meraviglioso caldo umido che mi sta coccolando e il rincoglionimento generale mi sembra impossibile che ci rimandino indietro. poi sotto sotto, a dir la verità, c’è anche una leggera caga nei confronti di quest’enorme mezzo continente che mi fa pensare che alla fine, se mi rimandano indietro, posso dire che ci ho provato e tornare vigliaccamente alle comodità europee tranquilla.
ci presentiamo alla tipa del controllo con un fogliettino che ci hanno dato in aereo. c’è scritto che siamo studentesse (mica vero) e che ce ne andiamo in colombia a fine mese (vero, ma insufficiente). la ragazza controlla, ci chiede se abbiamo il biglietto di ritorno, le rispondiamo “andiamo in colombia in autobus!” simulando innocenza. ci chiede del biglietto di ritorno in europa, ci chiede se  l’abbiamo stampato. e qui intravediamo la salvezza. ha dato per scontato che esistesse un biglietto a nostro nome, ma che semplicemente ci fossimo dimenticate di stamparlo. prendiamo al volo l’occasione e diciamo che no, non l’abbiamo stampato. la ragazza ci chiede di aspettare, esce dal gabbiotto e raggiunge un collega baffuto. sparlucchiano e lui subito fa una faccia e un gesto come per dire “non ti preoccupare, lasciale entrare” come se fosse ovvio. la giovane ragazza torna da noi, timbra i passaporti dicendo “ragazze già lo sapete, LA PROSSIMA VOLTA ricordatevi che bisogna stampare i biglietti…benvenute in venezuela!”. scambio di sorrisoni e via. è fatta, siamo dentro. pisciatina e via verso l’uscita. varchiamo la soglia, c’è un sacco di gente e alcuni poliziotti. noi cerchiamo di capire dove dobbiamo andare e un poliziotto ci si avvicina e ci chiede se abbiamo bisogno di un autobus o di un taxi, poi ci guarda e ci dice “se volete vi compro dollari a un buon prezzo”. no grazie.

in venezuela il prezzo del dollaro è fissato dal governo, abbastanza a prescindere dalle leggi economiche mondiali. inoltre i venezuelani non hanno la possibilità di acquistare dollari a loro piacimento. questo genera un mercato negro nel quale il prezzo del dollaro è quasi 10 volte tanto il prezzo ufficiale. se ufficialmente un dollaro vale 8 bolivares, nel mercato nero per lo stesso dollaro, ve ne daranno 60, di bolivares. il fatto che un poliziotto in aeroporto ci abbia offerto di cambiare i dollari mette abbastanza in lucec quanto questo mercato nero sia alla luce del sole. tutti vogliono dollari, proprio tutti. Se avete intenzione di viaggiare per il venezuela portatevi dei dollari da cambiare agli angoli delle strade e potrete vivere con 5/6 euro al giorno facendo una vita da nababbi, ostello incluso.

non è la stessa cosa in colombia. il cambio da un paese all’altro è stato quasi traumatico. c’è da dire che non hanno aiutato le 5 ore passate in un taxi condiviso (anche detto “por puesto”, dove ogniuno paga singolarmente la propria quota..il taxi parte quando si riempie) per passare la frontiera. militari ovunque, domande, passaporti, scendi dalla macchihna, apri bagagliaio, apri valigia, svuota valigia, riempi valigia, richiudi bagagliaio, risali in macchina, riparti. questo un numero considerevole di volte, moltiplicato per i 5 passeggieri del taxi (la macchina,come quasi tutte le macchine venezuelane era una sei posti scassona (tipo questa https://www.google.com.co/search?q=bloqueo+cubano&client=firefox-a&hs=uHS&rls=org.mozilla:it:official&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ei=p8X_UuG1BOfJsQT_iIH4Ag&ved=0CAkQ_AUoAQ&biw=1366&bih=641#q=carro+venezuelano&rls=org.mozilla:it:official&tbm=isch&facrc=_&imgdii=_&imgrc=aODp3O7xSNUmGM%253A%3BPjXLCPcZiGCLRM%3Bhttp%253A%252F%252Fp1.pkcdn.com%252Fcarro-na-praia-isla-margarita-venezuela_166227.jpg%3Bhttp%253A%252F%252Fpt.photaki.com%252Fpicture-carro-na-praia-isla-margarita-venezuela_166227.htm%3B626%3B437).
certo e nella frontiera tra colombia e venezuela cosa cerchereanno mai nei bagagli della gente? ebbene niente ddroga miei cari. cercano cibo. perchè i venezuelani vendono cibo venezuelano in colombia visto l’incredibile differeza di prezzi.

a parte il trauma iniziale del passaggio da un paese socialista a uno capitalista, ho fatto presto ad abituarmi. alla fine fanno parte della miaquotidianità molto di più i grandi supermercati e le macchine nuove, piuttosto che la vaniscenza delle varie vetture e dei supermercati con prodotti monomarca e carenza a tratti di zucchero, a tratti di farina, a tratti di carta igienica. la colombia, seppur con i suoi grandi contrasti e le sue enormi problematiche mi ha lasciata a bocca aperta. lontana dall’immaginario collettivo di cocaina e narcos, che ovviamente comunque esistono, è una terra di buona gente, di posti meravigliosi e grande varietà. dirò stupidaggini e banalità, ma davvero è un luogo molto più familiare di quanto ci si possa immaginare, o comunque di quanto io mi immaginassi. certo rimangono enormi problemi, la corruzione, la droga, l’incredibile disegueglianza che porta ad avere nello stessa città un numero considerevole di enormi centri commerciali, cari anche per un qualsiasi europero, e baraccopoli ancora più grandi con case in legno e strade di fango. tuttavia ho attraversato lueghi e spazi molto differenti senza sentire la paura che mi immaginavo di percepire. non mi sono mai sentita in pericolo. rispetto agli anni novanta, quando in colombia era impensabile viaggiare da una città all’altra via terra perchè i rischi erano troppo grandi e quando città come cali e medellìn erano completamente in balia dei cartelli della droga e il famoso pablo escobar regnava sovrano, ora si può dire che sia un posto abbastanza sicuro, se ci si muove con un po’ di scaltrezza e la giusta dose di prudenza che ti impedisce di finire nei guai.

a santa marta, una domenica pomeriggio, in una piazza del centro storico c’erano dei signori ultrasessantenni che si erano portati delle casse da casa piuttosto potenti e ascoltavano salsa a palla. ogni tanto uno si alzava e sballucchiava solo, poi si risedeva. c’era una leggera brezza, nonostante il caldo torrido. siamo state lì due ore, sorseggiando l’ennesimo tinto (così si chiama il caffè in colombia) comprato da uno dei tanti venditori ambulanti per un pugno di centesimi, ascoltando e ammirando la scena. se potessi tornerei li tutte le domeniche.

per le piazze di cartagena gira un ometto, piuttosto minuto e pieno di energie. o chiamano alvarino. sono 20 anni che non torna a medellìn, la sua città natale. secondo quanto egli stesso afferma è alcolizzato, psicologo, mentalista, organizzatore di tour turistici, pappone,spacciatore, padre di sei figli, separato, ma innamorato della moglie. mi sono lasciata travolgere dalla sua sincerità e dalla sua faccia simpatica.  consiglio di incontrarlo la mattina, perchè col passare delle ore l’alcol lo intristisce e lo rende un filo molesto, ma sempre una brava personcina.

nell’enorme e meravigliosa piazza bolivar di bogotà, si aggira un certo piter, un barbone con rasta che ha quarant’anni e ne dimostra 80 che cerca di intortarti con un giochino fatto di filo di ferro che dice di aver imparato a costruire grazie ai computer messi a disposizione della biblioteca pubblica della città, la seconda per grandezza in america del sud. è estremamente lucido. se gli dite il nome, nel giro di tre minuti costruirà un’impalcatura di ferro con il vostro nome che non potrete rifiutare. la mancia per il servizio risulta obbligatoria, ma non per questo fastidiosa. anzi, sicuramente è uno che sa fare molto bene il suo lavoro e vi strappa qualche moneta con un bel sorriso senza denti.

a la barra, sulla costa del pacifico colombiano (zona in cui l’80% della popolazione è di discendenza africana), le case sono di legno, appena rialzate dal suolo in terra che spesse volte si trasforma in poltiglia fangosa a causa delle forti piogge quasi quotidiane. sono tutti contadini e pescatori. il paesino è formato da circa 600 persone, di cui la metà sono bambini che se la spassano tra il mare e il fango, scorrazzando quà e là in costume e a piedi scalzi. la signora ola prepara delle empanadas di un mollusco che per soli 20 centesimi vi faranno godere come poche altre cose nella vita. suo zio, di nome amable(amabile), ha sessant’anni è nonno e c’ha un fisico che nessuno di noi avrà o ha avuto mai. ho incontrato una donna che a 30 anni va alla scuola serale e si è fatta bocciare appositamete perchè sapeva di non essere abbastanza preparata. vuole poter aiutare i suoi figli a fare i compiti. è già nonna.

ora sono a quito da due giorni e non ho visto altro che la sede dell’università flacso. sto partecipando alla quinta conferenza internazionale queer. bello vedere un’università invasa da frociazzi e lesbicone, bello non sentirti più così sola nella mia frociaggine, dopo che hanno passato un mese a scambiarmi per uomo e a chiamarmi “caballero” invece che “senorita” (evidentemente da queste parti si è più abituati a vedere uomini con la quarta, piuttosto che donne con i capelli corti e i modi un tantino più virili del solito) e che non mi sento di poter nemmeno sfiorare la mia ragazza in uno spazio che non sia la stanza dell’ostello. detto questo è anche strano, dopo aver visto tanta gente stare veramente a merda, essere in mezzo alla creme della creme degli accademici sudamericani in uno spazio ultrafighetto in cui ogni due ore ti offrono uno stuzzichino, un caffè o un succo di frutta. in ogni caso sto imparando molto sull’america latina e riflettendo sul mio futuro, sul da farsi nel caso mi dovessi fermare da questo lato dell’oceano.

facendo un rapido calcolo ho viaggiato per circa 100 ore, una volta atterrata a caracas.  i mezzi di trasporto usati sono stati, oltre ad autobus di qualsiasi tipo, anno e dimensione: mototaxi, le mie gambine e una barca.
se un tempo la tratta milano-bologna in regionale mi sembrava infinita, ad oggi un viaggio che duri meno di 6 ore è una sciocchezza.

mi sono portata dietro il mio ipod. non l’ho ancora mai acceso. la musica è sempre e ovunque. possibilmente salsa o reggaeton. una vera meraviglia. meno piacevole, ma certamente divertente è stato salire sul mio primo autobus ultra scassone in venezuela e dovermi sorbire tutto un cd della pausini in spagnolo. la maggior parte delle fanciulle sull’autobus con me sapevano tutti i testi e se la canticchiavano allegramente. altrettanto divertente è stato scoprire che esistono versioni in spagnolo di “che fretta c’era, maledetta rpimavera” e “lo scopriremo solo vivedo”…bello.

cercherò di farmi risentire presto, anche se il tempo per scrivere è poco e di pessima qualità. ma se non fosse così sarei preoccupata per me. che sennò uno va dall’altra parte del mondo a fare icchene?

questa è gettonatissima!(le canzoni della pausini in spagnolo ve le andate a cercare voi :P) http://www.youtube.com/watch?v=dH7bTCsNlNo

abbracci a profusione

Ms Squilibrio

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Ho trovato la madonnina

Più cerco di leggere la mia vita in maniera razionale e ordinata, più tutto ciò che mi circonda mi dice che non è possibile, che non devo, o forse non posso.
E’ il 15 febbraio, significa che sono qui da poco più di due settimane e per ora mi sembrava che ciò che mi circondasse fosse normale, una normalità decisamente stabile, immobile, tutta irrimediabile. Stamattina scendo le scalette avendo la sensazione che sia una giornata particolarmente normale, tanto da non avere senso, molto poco entusiasta di qualsiasi cosa. Esco per andare al mercato del sabato, è un mercato molto grande, io sola, mi faccio il giro delle varie bancarelle, ma anche un posto del genere, così pieno di cose che in altri momenti mi avrebbero portato chissà a quale viaggio, mi lasciano di una freddezza sconvolgente, che mi spaventa, anzi, no, mi lasciano e basta, non penso a nulla, se non al fatto che non riesco a pensare. Richiamata da una musichina araba tamarra mi avvicino alla zona del Balon, un mercato vicino, pieno di cose inutili, cose rubate, bambole, chiavi chissà che aprono cosa, pattini inutilizzabili, documenti vecchi, libri.. Anche qui non c’è troppo senso al mio vagare, decido di tornare indietro, comprare dei broccoli e andar via.

Non so più come uscire, chiedo ad un signore sulla cinquantina dove andare per ritornare al mercato della frutta e lui mi dice di seguirlo, che anche lui ci deve andare. Incomincio ad avere la percezione che sono entrata in un luogo/tempo più particolare rispetto a prima. Però decido che non è il caso di seguirlo, aveva un po’ una brutta faccia e soprattutto nel momento in cui gli chiedo questa cosa, cambia la direzione del suo andare.
Ora io non ho idea di come sia tutto ciò dal di fuori, ma la mia percezione è questa: c’è la zona degli alimenti, molto più ordinata, banchi in sequenza, e profumata, il pesce, la frutta, i cereali e la carne e poi il cibo si dirada e cominciano ad esserci saponi, inutile ceste, caffettiere e poi cianfrusaglie varie e poi un corridoio di cancelli, o meglio una stradina molto stretta a cui lati ci sono ringhiere, e su cui vi sono tutte le bancarelle posticce, non più sopraelevate, ma con tutto per terra, si abbassa l’orizzonte e la soglia della necessità. Dopo questo corridoio di umanità mista a strani odori e ninnoli, si arriva in questo piazzale in cui le bancarelle per terra si aprono su una superficie molto più estesa, come se fosse una foce che poi si espande diramandosi, ma di quelle piene di detriti, non solo acqua, anzi poca, pietre, sporcizia, scarponi vecchi, non acqua. E qui è dove voglio tornare a casa, dove incontro l’uomo che decido di non seguire e dove per una volta voglio ripercorre la strada a ritroso.

Di ritorno in questo corridoio umano, forse vedo uno sorridermi, forse no,  guardando i miei piedi, individuo per terra una testa di una statuina della madonna, con un’aureola tutta grigia sporca, come fosse decapitata alla giugulare. La raccolgo e penso che questo sarebbe stato l’unico oggetto testimone del mio passaggio lì.
Rialzandomi, tocco il mio zainetto e mi rendo conto che è aperto. Faccio per cercare il portafogli e non c’è più niente. Il mio ipod e una borsa di stoffa bianco sporco delle spiagge di Ostuni, non ci sono più. Mi prende lo sconforto. Non mi viene da piangere. Non so cosa fare. Non reagisco. Mi porto le mani in faccia e mi stringo il volto nelle mani, mi faccio male, ho bisogno di qualcosa che mi faccia reagire, contraggo la faccia in smorfie di dolore. Si avvicina a me  un ragazzo, non mi chiede nulla in realtà, non gli interessa minimamente, lo fa giusto per senso di colpa. Se ne avvicina un altro a me, con l’accento napoletano mi dice che ha visto chi è stato ma non ha avuto il coraggio di urlare, perché gli hanno dato una gomitata di minaccia, però sono in due. Io lo prego di seguirmi, gli devo far pena, di aiutarmi a cercarli, mi dice che saprebbe riconoscerli, ma lui non parla.
Mi dispiace, però potrebbe seguirmi, parlerò io, lui mi dice di camminare, non saprebbe dove cercarli, da a me la responsabilità di scegliere dove andare. “Vai dove vuoi” però viene con me. Dopo poco si avvicina a me un marocchino della sicurezza col gilet catarinfrangente, mi restituisce il borsellino con i documenti. Io non gli chiedo nenache dove l’ha preso, ma mi dice di andar via, che sono stranieri, persone con cui è facile avere a che fare. Avendo perso il portafogli un mese fa, mi sento un po’ sollevata all’idea che almeno la carta d’identità non dovrò rifarla, c’è anche il badge, ma non la carta prepagata, né i soldi.

Omar, il napuriello, mi segue, ma sono io a dover cercare. Io non so dove andare, ma lui mi segue, decido di ritornare lì. Ritorno nel corridoio liminale. Lui mi dice sono loro. Io mi avvicino. Sono loro due, senza pensarci un secondo, uno ha gli occhi grandi e voglio parlare con lui. Gli dico che sono disposta a ricomprarlo il mio ipod, che ci tengo, che lui l’avrebbe rivenduto da lì a breve e che quindi poteva venderlo a me. Lui mi capisce poco, l’altro, che sembra più cattivo, con una cicatrice sull’occhio sinistro mi capisce meglio, ma mi depista, mi dice che non so cosa dico, ma senza urlare. E a nessuno intorno sembra interessare, come se fosse tutto ordinario. Io gli dico che la loro è una situazione orribile, che è una merda, che mi fa schifo che debbano rubare, però che io non c’entro e che voglio ricomprarmelo. Il mio amico dice che chiama la polizia, loro dicono che non hanno nulla da nascondere. Poi non so cosa succede, loro parlano tra loro e quello dagli occhi grandi, forse spaventato, tira fuori il mio ipod e me lo restituisce, ma io continuo a parlare, gli dico che dovrebbero fare altro, che fare così è una vita di merda, lui mi dice che non sa di che sta parlando e io mi sento ancora peggio, cazzo, l’indifferenza che mi sbatte in faccia, e io continuo, che io vorrei essere dalla loro parte, che però se fanno così anche io gli odio, io voglio dirli che mi dispiace che la loro vita è una merda, che non li voglio denunciare, che però non è giusto. E poi penso soprattutto a me, sono 17 giorni che sono qui, ho dato un esame di cui non sono affatto soddisfatta, ho dato fuoco alle presine, mi manca bologna, vivo con una persona che mi ricorda la mia angoscia, torno in una casa in cui la luce è sempre spenta, giro per torino e incontro i fantasmi della torino vissuta prima che mi ci trasferissi e che adesso sono tristi per me, perché non è più così, e poi studio per far qualcosa che non so cosa è, qualcosa che io penso sia per loro, per sti stronzi che mi hanno rubato di nuovo tutto e mi fa schifo tutto questo e vorrei scappare e poi dovrei dirlo a mia madre, dovrei dirle che ho paura, che sono stanca e che non ce la faccio più a sopportare tutti questi schiaffi a viso aperto, e poi crollo e piango.
Il cattivo allora mi dice che gli ricordo sua sorella, mi restituisce tutti i soldi, mi fa una carezza e va via.