Archivio per aprile 2013

dueaprile

Questa storia comincia stamattina, quando decido di controllare gli orari dei treni per partire stasera da Firenze a Bologna, trovo un treno mai visto: h22.09, diretto, 50 minuti, 11,50€. Impiega meno tempo di un Intercity ma costa uguale, c’è puzza di gabola. Allora, premurandomi di non sbagliare, mi reco alla stazione di Campo Marte, vicinissima a casa, per fare il biglietto con un pacco di ore di anticipo. E già qui si prevedono problemi: vado di corsa alla biglietteria automatica, cerco il mio treno, non c’è. Mentre provo a tornare indietro su quel display mi si incanta tutto, schermo nero, bloccato. Sbuffo, ovviamente ci sono altre biglietterie automatiche ma mi viene la fregola di far polemica con qualche soggetto vivente, faccio la coda per la biglietteria umana, nella quale perdo una buona mezzora, ascolto i discorsi di una madre e di un figlio davanti a me (anzi solo di una madre, perché i figli fanno sempre sembrare che le madri stiano parlando da sole rispondendo a monosillabi con la voce incastonata tra i denti) e assisto ad un paio di poliziotti che decidono di fare controlli a caso alle persone in sala d’attesa, fortunatamente e stranamente non a me. E’ il mio turno. Bella carica mi accingo a gridare perché con quelle vetrate che fanno da muro non sia mai che il malcapitato non mi senta: “Scusi è già la seconda volta che vedo un treno su internet poi vengo qui e non c’è più”, mantenendo la calma ma palesando una grande irritazione il signore baffuto mi chiede “Dove deve andare signora?”, e già mi chiama signora.. “a Bologna con il treno delle 22.09” – “Non lo vede perché non parte da questa stazione ma da Santa Maria Novella” A questo punto il caro signore è convinto di avermi dato la botta finale per placare il mio desiderio di scaricare su di lui le mie frustrazioni e di avermi fatto sentire una scema ma io decido comunque di rincarare la dose: “Ah comodo! Si vedono solo i treni che partono da qui?” Paleso il fatto che la stazione Campo Marte non se la caga nessuno e lui mi risponde, giustamente: “Deve cambiare la stazione di partenza”.

Ecco, così divento rossa e gli do sommessamente ragione, chiedo un biglietto, e mi dice “questo è un treno che va a Vienna”. Deduco di non averlo fatto spazientire troppo se ha la forza di darmi un’informazione che non ho richiesto.

Insomma prendo un treno per Wien, già non vedo più il senso di scendere a Bologna.

Giunge la sera, e si fanno le 22.

Mio babbo mi accompagna in stazione, gli dico fermamente di non accompagnarmi al binario perché ogni volta che viene con me mi dimentico di obliterare il biglietto, oppure lo perdo.

Gli dispiace, ma non viene. Al binario incontro mio fratello, che è passato per salutarmi. Arriva il treno, saluto mio fratello, sto per salire, e mi viene in mente di non aver obliterato il biglietto, risulta invece assolutamente necessario sancire la mia assoluta proprietà di territorio e in questo preciso momento, va bene, torno indietro, oblitero e torno davanti alla carrozza. Sul mio biglietto non mi sembra ci siano posti assegnati, però in questo treno ci sono i posti numerati, ‘è un treno per Vienna’, penso, ‘la gente potrebbe anche partorirci dentro, figurati se non ci sono i posti assegnati’. Quindi mentre mi muovo goffamente nel corridoio a fianco ai vagoni con una valigia pesante, la custodia, vuota, dell’ukulele appena costruita e uno zainetto, mi trovo spaesata essendo l’unica che non sta cercando un posto perché un posto non ce l’ha. Così decido di risfoderare il biglietto, rileggere meglio, e effettivamente un posto non c’è, anzi c’è scritto proprio senza garanzia di posto. Così faccio dietrofront e riparto alla volta di uno spazietto in cui rintuzzarmi per questi cinquanta minuti. Mi metto ovviamente nel posto peggiore, cioè tra un vagone e l’altro, in piedi. D’intralcio un po’ per tutti, più che altro per me.

Il treno in tutto questo dovrebbe partire tra un paio di minuti, ne passeranno venti. E in tutto questo io rimarrò lì, di fronte a due controllori della compagnia ferroviaria austriaca, vestiti di tutto punto (scambiabilissimi per giovani e belli uomini in carriera, appena tornati da una notte di fuoco), non capisco un cazzo di ciò che dicono se non che rispondono in maniera diversa a ogni persona gli chieda ‘tra quanto partiamo?’, passano da due minuti, per arrivare a quattro, per finire sui cinque. In tutto questo tempo decido comunque di ricontrollare il biglietto, ed è vero, un posto non ce l’ho, mi metto l’anima in pace, sono solo cinquanta minuti.

Uno dei due bellissimi controllori, una volta che il treno è partito, mi squadra un po’ e poi mi dice “You don’t have any place?” E io, assolutamente non preparata ad una qualsiasi conversazione in inglese “ehm..no, I don’t have … the..” e disegno con le mani un rettangolo, pretendendo che lui capisca “sul mio biglietto c’è scritto nessuna garanzia di posto”, comprensibilmente ride e mi dice “You don’t have the ticket?” e io lo guardo con aria sicura e dico “oh yes”, tasto le mie tasche di vecchi jeans sbiaditi e strappati, e il mio biglietto è scomparso, smaterializzato, disperso, non c’è.

Avvampo di calore, divento significativamente viola e inizio a farfugliare qualche parola cominciando con”I swear that…it’s impossible” Giustamente ridono di me, e mi dicono, sempre in inglese, “se vai a Bologna tranquilla noi non c’entriamo niente, quando arriva il capotreno parla con lui, ma con noi puoi stare tranquilla, a noi non interessa” rispondo semplicemente “ma a me si!” e loro mi abbandonano. Inizio a cercare questo biglietto anche nei luoghi dove non ho mai messo piede, tipo il cesso, e il mio biglietto non c’è. Divento in pochi secondi l’elemento di disturbo del treno (oltre che lo zimbello dei due controllori austriaci) iniziando ad andare in su e in giù per il corridoio del vagone con appresso una valanga di valigie, sempre più goffa, sempre più viola, chiedo a tutti “sorry have you seen a ticket, here? On the floor? I lost my ticket” nella maggior parte dei casi mi rispondono “no guarda io ho il mio”, plaesemente in italiano. Torno nel mio stupido angolo e inizio ad aprire tutte le cerniere della valigia, lo zaino, tiro fuori tutto dalle tasche di giubbotto e pantaloni. Ecco che arriva il capotreno: “sorry I’ve lost my ticket, it’s impossibile”, mi accorgo, come sempre in questi casi, di avere l’aria di una stronza che sta sparando una marea di balle, lui mi risponde “comm’ scus signorì? Nun ce l’ha ‘u bigliett’? Veda di trovarlo va” Cerco, cerco, e non trovo un cazzo. Torno nel corridoio, guardo tutti male, e non trovo un cazzo. Torno ancora nel mio angolo, torna anche il capotreno, un simpatico signorotto napoletano sulla cinquantina che ha l’aria d’esser buono come il pane:

-“signorì l’ha trovato?”

-“no ma guardi è impossibile, le giuro io ho fatto il biglietto stamattina”

-“le devo far rifare il biglietto”

-“no ma glielo giuro non è possibile, l’avevo messo in tasca, si vede che con la valigia che mi batteva sulla gamba è risalito ed è uscito”

-“guardi me lo può dire se non l’ha fatto a me non mi cambia niente”

-“no ma le giuro..”

-“le giuro anch’io che non me ne frega niente, jamm’ me lo dica su, tanto io l’aiuto lo stesso”

-“ma guardi glielo direi, io ho fatto il biglietto e l’ho anche tirato fuori mentre ero già sul treno, me l’ha preso qualcuno”

-“signorì ma che c’era scritto sul suo biglietto?”

-“nessuna garanzia di posto”

-“eh…’o vedi non è possibbile, sui biglietti interni nei treni internazionali non c’è scritto niente, me lo dica che non l’ha fatto”

-“ma come no glielo giuro c’era scritto glielo posso assicurare”

-“wé lo faccio tutti i giorni, lo so che nun ce sta scritto, dai non te preoccupà, ti faccio rifare il biglietto ridotto, dai, solo otto euro invece che sessantuno”

-“no ma io l’ho fatto davvero…”

-“aaah jamm'”

Mentre tiro fuori il portafoglio gli dico “guardi ho visto anche il biglietto di un altro ragazzo mentre cercavo il mio e anche sul suo c’era scritto ‘nessuna garanzia di posto'”, mi ribadisce “non è possibbile!!” allora gli do gli otto euro e gli dico ridendo “allora ora lei farà il giro del vagone e se lo trova me lo viene a dire va bene?” “jamm’ vabbè, ora vediamo” Ride ancora, mi da una pacca come a dire ringraziami, e gli dico “no ma grazie lei è gentilissimo però io l’ho fatto il biglietto, sono andata stamattina alla stazione di campo di marte ho chiesto un biglietto…” Implacabile.

Lui era già andato via.

Fa tutto il giro della carrozza, e ogni volta che esce da una cabina mi guarda da lontano alzando pollice e indice della mano sinistra muovendo il polso. Gli faccio un cenno a indicargli di proseguire, con aria di sfida. All’ultimo passeggero della carrozza, tra l’altro nella mia stessa identica posizione solo ubriaco perso con una bottiglia di vodka camuffata in una ½ minerale San Benedetto, gli prende momentaneamente il biglietto e viene verso di me, ripercorrendo tutto il corridoio. Mostrandomelo mi dice “vedi? Nun ce sta scritto, così doveva essere il tuo biglietto” e io “è questo il mio?” “Ma no è del signore, ma vedi che non c’è scritto” Tac! “come no!!? Eccolo!” C’è scritto, è il mio momento di gloria, c’è scritto ‘nessuna garanzia di posto’, adesso non può non credermi. Lui finge disinvoltura e mi dà un pacca sulla spalla ancora “ebbrava ebbrava signorì” poi aggiunge “comunque se ti vuoi sedere vieni pure nel mio scompartimento che è tutto vuoto” Aspetto un attimo, l’ubriaco con la faccia da pazzo viene verso di me, mi inquieta, colgo l’invito e mi siedo con il capotreno, ripercorrendo per la ventesima volta il corridoio con gli ammennicoli da viaggio e l’aria più goffa che ci si possa immaginare, quindi anche peggio.

Mi siedo e iniziamo a chiacchierare, mi prende in giro, gli dico che è la seconda volta che lo perdo, mi dice che è stato buono, e che da trentacinque anni fa questo lavoro e ha fatto un numero di multe che si contano sulle dita di una mano, ha fatto pagare viaggi in treno da Palermo a Milano a otto euro, dice teneramente “a me che me ne viene..niente, ciò che posso fare è aiutare la gente, mica fare lo stronzo”, chiacchieriamo ancora, mi racconta aneddoti del suo lavoro, che una volta, in questa marea di bontà, ha fatto pagare ad una bimba di tredici anni una multa di cinquanta euro per non aver fatto il biglietto al cane, e mi dice “non so che m’era preso, dieci anni fa, me lo ricorderò sempre, chissà che mi stavo a pensà” gli chiedo com’è viaggiare sempre stando sempre in treno, mi dice che gli piace, che fanno delle soste, che a volte dormono nelle città (infatti ha tre cellulari, ci sarà anche un motivo), che ieri sera era a Roma e ha cenato lì, domani dorme a Terni. Sembra proprio contento. Poi mi chiede di me, cosa studio, perché Bologna, ma com’è Firenze, ha una figlia che studia giurisprudenza qui a Bologna, mi dice di abitare in un posto che più brutto non ce n’è, tra Ferrara e Bologna, o c’è nebbia, o fa freddo, o ci sono mosche o ci sono zanzare, non gli riesce mai d’usare il barbeque.

Il treno sta ritardando di mezzora, rischia di perdere il treno per arrivare a casa, ha una coincidenza per il suo paesino proprio tra tre minuti, e mi dice “il prossimo domattina alle sei”. Lo chiama sua moglie, lui la tranquillizza dicendole che riuscirà a prendere il treno nonostante il ritardo, lo chiama qualcun altro, lo chiamano tutti.

Gli chiedo un po’ di cose specifiche su come diventare controllori e infamo un po’ i controllori che non sono lui, timidamente gli dico “se fossero tutti come lei!”, mi racconta dei controllori ‘in borghese’ che vanno a fare i controlli ai controllori, e mi dice “ci mandano i più scemi a fare quel lavoro lì, quelli che non sono capaci, e sono sempre i più stronzi”.

Ci prepariamo a scendere, spero di rincontrarlo in un prossimo viaggio, mi dice “in bocca al lupo, certo se studi come tieni i biglietti….” ridiamo insieme, mentre il treno è lì lì per fermarsi lo chiama sua moglie di nuovo, “Losing my religion” dei R.E.M. la sua suoneria, e lui dice “eh, andato, eh, ci vediamo domani, eh, vabbuò ja, a domani”. Ci disperdiamo nella discesa, vado alla fermata del bus e dopo poco passa lui che mi dice “Oh ho perso il treno”, “No mi dispiace..dove va ora?” “eeeh ora…vado, mi faccio venire a prendere”

E non è vero, alla moglie aveva detto ‘a domani’. Le aveva detto “A domani”, dove sei adesso mio adorato paciocco friabile? Dove? Dove??! In qualche squallida cameretta d’albergo? Dovevo adottarti.

La storia non finisce qui, salgo sull’autobus e un gigante nero mi regala cinquanta cent vedendomi nell’ennesima difficoltà del giorno, alle prese con due fottuti euro a quelle macchinette che non danno resto, prende due euro interi dalla mia mano, mi dà due euro spezzati, e aggiunge cinquanta cent, ad una velocità che non mi ha permesso di assumere un’espressione decente, “u!grazie!” come una stupida bambina felice.

Arrivo finalmente a casa, fumo una sigaretta, vado a rompere le palle al Dendy, gli racconto le peripezie del treno, vado in bagno, mi faccio una camomilla, chiacchieriamo di questa santa Pasqua di merda, il Dendy va a letto cotto come un culo, disfo la valigia, metto l’acqua a scaldare per la borsa dell’acqua calda come ogni rispettabile nonnetta, mi lavo i denti, mi spoglio, mi sfilo i pantaloni, e sul pavimento cade magicamente il mio stronzissimo biglietto.

L’atto finale: la comprensione del tortuoso inganno.

La tasca destra dei miei jeans ha un passaggio segreto che fa confluire gli oggetti che inserisco distrattamente in tasca direttamente in una fessura che non è tasca, ma libera via verso la fuoriuscita, solo che io, avendo intelligentemente indossato la calzamaglia sotto i pantaloni, non avevo sensibilità, e il mio biglietto è stato lì per tutto il tempo.

La morale della favola: il due di aprile le calze non si indossano

La presa di coscienza a sfondo veniale: con questi diciotto euro di merda potevo comprarmi un nuovo paio di jeans

La presa di coscienza metafisica: sono talmente indietro con i tempi che il pesce d’aprile lo festeggio il giorno dopo, ma sono anche un po’ avanti, perché gli scherzetti me li faccio da sola.

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