Archivio per gennaio 2013

“L’amore che perdiamo”

E’ inutile fingere, per quanto ci si provi, non si può fuggire a se stessi.

Questo sembra un perfetto incipit per chissà quale pseudo riflessione post-adolescienzale, ma, mi spiace deludere le vostre aspettative, è solo una elucubrazione moralista da vera paesana meridionale.

Da questo momento vestirò una lunga sottana, gonna e giacchetta rigorosamente neri e un vecchio paio d’occhiali anni ’80. Immaginatevi che Nonna Giulia, a cui in realtà assomiglio anche tanto, prenda il mio posto. E poi chi l’ha detto? Magari tra 50 anni finisco davvero a far da mangiare ai miei nipoti e andare a messa ogni giorno.

In questi cinque mesi trascorsi qui, nel paese del design mondiale, dell’emancipazione femminile, mi rendo conto che, come ci sono in me cose che sono cambiate, che non avrei mai potuto capire se non in questa estrema full immersion di diversità, ce ne sono altrettante che rimangono invariate, che definire intrinseche mi sembra eccessivo, ma diciamo che sono abbastanza inestirpabili.

Ora, come solito, flusso di coscienza – dubbio antropologico – pippone mortale: dove è cultura, dove, invece, è semplicemente scelta del singolo, comportamento individuale?

Mi rendo conto davvero di essere come mia nonna, che per raccontarti del matrimonio del vicino, parte dalla commare Tetta, devia per la zia acquisita del sindaco passato, passa per i pronipoti dell’ingegnere e finisce con gli ipotetici figli che ancora devono nascere e vi espongo le mie perplessità.

Non si sa bene quale dio abbia voluto che io qui, in Danimarca, vivessi a stretto contatto con una folta comunità di sudamericani. Per citarne solo alcuni: la cilena, Karin, 1.45 di pura energia, si scampi chi può ai movimenti sensuali del suo raggaeton; Paco, disegnatore ecuadoregno che si autodefinisce “toro latino”, Sol, femme fatal peruviana, Josvani e Angel, emigrati cubani, il primo insegnante di baciata, il secondo, due metri di muscoli che nelle foto a sfondo nero non si individua.

I veri protagonista sono gli ultimi due ma per casualità. I cubani sono entrambi sposati con due donne danesi, le quali, migliori amiche, in un viaggio a Cuba, incontrano questi due energumeni.. e la loro vita non sarà più la stessa.

“Per non portarla alla lunga”(cit. Nonna Giulia), le due “poverette” conquistate dal senso del ritmo, dalla loro passione, che vi assicuro qui non è una componente trascurabile, se ne innamorano. A seguire: te quero, qualche mese, “ven aquì”,  salsa, calor, insomma, i due salseri fanno le valigie  e approdano invincibili nella fredda ma dinamica Danimarca.

Ora qui arriva la sferzata malefica: I na voggh disc (trad. io non vorrei dire), ma questi due, così come anche gli e le altri/e componenti dell’ allegra compagnia, vivono in un “paradiso sociale” quale è la Danimarca, sposano e fanno i figli con danesi (e facendoci dei figli ricevono oltre 4000 corone danesi al mese) e sono dei veri stronzi.

Aspettate, so che potrebbe sembrare una conclusione troppo severa, ma aspettate di leggere il seguito, affinchè voi non siate troppo severi con me  nel definirmi provinciale.

Praticamente è consuetudine organizzare party per festeggiare il compleanno di uno, l’onomastico dell’altro, diciamo che ogni sabato ricorre qualche evenienza speciale. Io non ci vado sempre, anzi, direi che me ne tengo alla larga ben volentieri e ne capirete anche il perchè, ma a quelle organizzate a casa mia non posso privarmene.
Dicendola tutta, a piccole dosi, è abbastanza una figata (anche se io sembro una sfigata, incurante delle minigonne altrui, con miei pantaloni a costine e il maglione fino al collo): una ventina di saporose vittime a cui sottoporre tutte le mie domande, facendomi antropologa e fingendo di capirne qualcosa. E mentre io mi appresto a chiedere miti, dei e culture varie, avendo a disposizione come alle olimpiadi praticamente tutti i porta bandiera del sud America, nel frattempo, vi assicuro, le temperature divenatno muy, ma muy calienti.

Ora evito di dilungarmi troppo nella descrizione dei “rituali danzerecci”, ma in effetti, “osservando partecipando”, posso ben capire perché le due danesi si siano fatte infinocchiare dai latinos.

Proprio tornando alle due mogli, a cui, devo dire, sono molto vicina e solidale, ritorno a fare la biatella: i latinos di cui sopra, con mogli e figli a carico(anche se in realtà spesso succede che siano loro  a carico dei rispettivi partners), in queste feste combinano “nu burdell”.

Assolutamente incuranti delle loro muyeres che chiaramente lasciano a casa e che, sono testimone, li incominciano a chiamare dalle 3 della notte senza avere risposta fino alle 6 e mezza, dove ormai dall’altro lato la poveretta l’ha dato per disperso (preciso che a Copenahgen i danesi alle 2 si “ritirano” già ripresi dalla sbornia) si divertono in mille modi e vogliono convincere me, malcapitata, che “noi esseri umani siamo animali”(cit. Josvani) e quindi dovremmo evitare di pensar(ci) troppo.

Lui, alla fine, senza neanche essersi  sforzato troppo, galeotta qualche cerveza in più, “conosce” fino in fondo la new entry del gruppo. La moglie a casa, di nuovo in cinta, lo aspetta.

Mentre scrivevo questo pezzo di pura saggezza popolare sono incappata in una pagina web che descrive il Changò, una delle divinità più famose cubane e dice“Macho e sensuale, grande donnaiolo  e (…)bugiardo!”. Questo dio esiste  e ha le fattezze di Josvani. 

Forse sono capitata in un gruppo particolarmente “lanciato”, magari il freddo fuori necessita un maggior calore umano dentro, però, insomma, io sono di Ostuni e non mi pare giusto.

Io non so quanto sia “cultura”, quanto Natura o quanto semplicemente Josvani, io mi stringo nel mio scialle e rifletto.

P.s.Questa canzone alle feste è un must e ammetto che piace anche a me: