Archivio per novembre 2012

S.O.S.

ragazzi ma quest’anno…come minchia si fa a votare?

io non ce la faccio.

datemi una mano.

je so pazzo

ed eccoci qui. la domenica pomeriggio a scrivere questo fantomatico diario di campo e accorgersi che è davvero una gran rottura di balle.
ebbene sì, la ricerca sarà anche stimolante e inebriante, ma non tutto rosa e fiori.

ormai sono alla mia quarta osservazione e tanto mi piace osservare, quanto poco mi piace tornare a casa e stare ore e ore davanti alla pagina word cercando di descrivere minuziosamente tutti i dettagli (o quelli che ricordo) senza che ci siano giudizi e preconcetti. e a me veniva così bene sparare giudizi a raffica. l’avevo già detto nel primo post che la descrizione non fa per me.

e, vi chiederete – o forse no, ma tanto sono io che decido cosa spiattellare qui sopra- , su cosa sto indagando con tanta passione e affanno.
ebbene dopo tanta inquietudine ho deciso che volevo provare a capire cosa succede quando improvvisamente ci si ritrova con un pazzo in famiglia. gìa, faccio ricerca di campo in una associazione che lavora con schizzofrenici e familiari di schizzofrenici e quello che mi piacerebbe veramente capire è come e da dove viene tutto questo rifiuto per le malattie mentali. perchè se ci dicono che nostra zia ha un morbo e bisogna portarla dal dottore una volta a settimana non è la stessa cosa che se una volta alla settimana nostra zia, affetta da bipolarismo, va fuori di testa con il vicino perchè le ha detto “buongiorno!” con un tono sbagliato.
ora esagero, ovviamente, ma credo che più o meno ci siamo capiti.

ho molti amici (per caso, non che me li sia andati a cercare) figli di madri con problemi mentali più o meno gravi e quello che ho visto in loro mi ha sempre incuriosito e preoccupato. è come se sia davvero difficile dare tutta la responsabilità alla malattia: rimane sempre un fondo, da qualche parte, di rabbia feroce contro il malato. e a me piacerebbe capire il perchè.

ovviamente dubito di farcela. ma tentar non nuoce.

detto questo, passando un po’ di tempo con i miei nuovi amici mattacchioni, mi sono anche accorta che l’idea che avevo io della schizzofrenia non ha niente a che vedere con la realtà dei fatti. mi sembra che l’immagine che viene data della pazzia in generale abbia solitamente a che vedere con l’esuberanza e l’iperattività. il pazzo FA cose pazze.

quello che ho scoperto è che invece il roblema sta sopratutto in quello che il pazzo non fa.
vedo ogni venerdì sguardi persi nel vuoto, fissi e inamovibili. vedo corpi sformati e grassi, a volte con difficoltà motorie. e questa è l’apatia che divora le menti e i corpi di persone dai 20 ai 60 anni. apatia che in minima parte è dovuta alla malattia in sè, in larga parte agli psicofarmaci e in massima parte parte allo stigma sociale. sì perchè se a vent’anni ti diagnosticano una malattia come la schizzofrenia smetti di credere in te stesso, perchè è questo che la società ti dice di fare. ti fa credere che della tua vita non potrai fare proprio una beata minchia. e allora di siedi sulla poltrona di camera tua e, per paura di quello che potresti fare,di quello che non puoi più fare e di quello che gli altri potrebbero pensare di te, non ti alzi più.

ho già il mio pazzerello preferito: si chiama Josè, ha 62 anni e di base sta seduto a braccia incrociate. poi però un giorno se ne viene fuori parlandomi prima in inglese, poi in italiano e poi in francese dimostrando una dominanza degli idiomi icredibile. e mi racconta che prima aveva la parabola e gli piaceva moltissimo guardare la rai, sopratutto i programmi di RAFFAELLA CARRA’ e niente e poppò di meno che LUCA GIURATO. non può che essere un idolo: JOSE’ SEI TUTTI NOI.

e questo è quanto. presto altre notizie dal fronte.

non chiedetemi da dove la tiro fuori.di certo è in tema.


azz pino si sei brutto…
Ms Squilibrio

Abito bianco, corpetto nero e io in scarpe da ginnastica

Ci sono giorni in cui non ha proprio senso lo sforzo di metter giù il piede dal letto, decisamente poca voglia di fare, ma capita, non bisogna farsene una colpa.

Ora, noi siamo contro il materialismo culturale, vade retro spiegazioni scientifiche a comportamenti umani, ma vorrei vedere voi a mettere fuori il naso di casa a meno non so quanto, dopo una vestizione preliminare di circa 10 minuti, alla corsa bicicletta che prevede persino il copri sellino per non ghiacciarsi il posteriore.

Vabbè, mi sa la sto facendo più tragica di quanto in realtà sia davvero.

Comunque, stamattina faceva molto freddo, ma soprattutto c’era molta poca luce e cioè un’esponenziale crescita del tasso di paranoie. Però decido che è tempo di fare l’antropologa e soprattutto penso al fatto che non posso andare in classe e reggere gli sguardi torvi dei miei compagni dicendo loro che la mia ricerca di campo si è limitata a cercare su google maps l’indirizzo della Chiesa.

Piedi ai pedali, direzione Amager. Quartiere residenziale legato all’isoletta centrale di Copenhagen da un lungo ponte ventoso, praticamente, a meno che tu non ci abiti, non ci vai manco per sbaglio.

Supero il ponte con qualche difficoltà, mentre la vecchietta che mi era di fianco sfreccia come Bartoli nei suoi giorni migliori e approdo alla Sjømannskirken, “Norwegian Sailor Church” per gli amici.

Cercherò di non prenderla troppo per le lunghe, a presto la pubblicazione dell’intera ricerca per chi volesse avere informazioni ulteriori, no-non è vero.

Praticamente, in questa chiesa, dove tra le varie cose vendono il detersivo al profumo di Norvegia e mangiano salmone fresco fresco appena pescato, in Norvegia (distanza Norvegia-Danimarca: 30 minuti), mi ritrovo io,da sola, seduta ad una tavolino a mangiare porridge (con una quantità industriale di cannella diventa delizioso). In definitiva piuttosto che esser loro ad esser studiati, sono io ad esser fissata da una trentina di biondoplatino. Dopo un pò mi avvicino al prete, il David Beckham della Norvegia, bella presenza e voce suadente, e incomincio a chiedergli di raccontarmi le cose interessanti dei “Naviganti delle Chiesa”.

Ad un certo punto penso di capire che lui mi stia chiedendo se voglio fare da testimone di nozze. Incomincio ad odiarmi per il mio cattivo vizio di distrarmi ascoltando altre lingue e piuttosto che sforzarsi di capire, supporre i discorsi dei miei interlocutori.

Mi indica due persone sulla sessantina ed io chiedo: “Are they the parents of them?” e lui un pò in difficoltà mi dice che sono loro e che hanno avuto qualche problema.  Io alquanto imbarazzata mi presento. Sono troppo carini.

Insomma, sono per davvero la loro testimone di nozze  di una coppia norvegese che ha deciso di sposarsi qui per non dover dare spiegazioni ai rispettivi famigliari: esperienza stupenda. La cerimonia è breve e concisa, nessuna smanceria di troppo, solo due baci finali, incredibilmente lunghi. Lei veste abiti tipici, lui piange ad ogni parola del sacerdote. E piango anche io. E’ troppo tenero. Incomincio a fantasticare sulla loro ipotetica storia che non sto qui a trascrivere perchè prenderebbe dieci pagine. Ogni tanto si girano verso di me e sorridono grati per la mia presenza.

Bene, io ora sono felice come una pasqua, forse anche più di loro. I mille dubbi su tutte queste cose strane da fare, le field notes, le strane teorie da utilizzare per dire semplicemente che ‘sta gente si ritrova lì perchè gli manca casa, non mi interessano più. Sono felice di essere con loro, di comunicare nel mio stentato danese-norvegese che auguro loro di esaudire tutti i desideri.
Mentre sono sul ponte ritornando verso casa penso che non faccia poi così freddo qui.

Il cuore docile della morte

Poi finalmente un giorno mi è stata data la possibilità di guardare oltre il mio naso, e ho visto finalmente dov’è che agisco veramente, ho potuto vedere in che modo procuravo questi dolori per cui tutti mi maledivano, quand’ero piccola nessuno me l’ha insegnato, nessuno mi ha detto che sarei stata condannata, con un nome così, a una vita d’inferno.

Intanto vidi subito che la terra si chiamava terra ma era costituita al novanta per cento d’acqua, poi la notte, quando tutti dormivano, era molto più affascinante del giorno, quando tutti si affannavano per passare il tempo,e poi il tempo, il tempo che gli veniva dato era così tanto, ma così tanto che molti di loro non sapevano proprio come utilizzarlo. O meglio, lo sapevano, ma insomma non ne erano poi così sicuri. E la cosa strana era che tutti erano fermamente convinti che fosse poco, questo tempo, ma così poco che stavano tutti a lamentarsi. E si, faceva ridere, era divertente, perché alla fine perdevano più tempo a lamentarsi del poco tempo che avevano, che il tempo passava e passava e loro neanche se ne accorgevano. Alle volte ne scrivevano anche, di queste stupidaggini. Era anche strano, loro sapevano che avevano a disposizione questi giorni, si insomma, per vivere, ma non è che stessero molto attenti a come li trascorrevano questi giorni. Non avevano capito che questa vita che avevano da vivere era da vivere e non da guardare. Io sì, io potevo guardare, ma loro mica mi vedevano, se mi avessero visto avrebbero fatto qualcosa di diverso, insomma, si capisce. Poi, ascoltandoli, ho notato, insomma così m’è parso, che tutti avessero dei progetti. Sembravano però in difficoltà, dico fra loro, e questo non so se sono riuscita a capirlo al meglio. Diciamo che ho capito qualcosa. Avevano delle strane paure, mi ricordo che avevano paura d’esser soli, paura di morire, paura di gioire. Insomma tante ne avevano, e siccome avevano paura non riuscivano a coltivare neanche un sogno. Poi un giorno ho sentito che parlavano d’amore, non me l’avevano spiegato tanto bene e tutt’ora devo dire le idee chiare non le ho. Ma ho visto in che modo questi, non so, questi omuncoli, si sforzavano di mettere in questo le proprie energie, e faceva ridere perché spesso, molto spesso, si ritrovavano tutti col culo per terra a chiedersi cosa avessero sbagliato, bé..ora mi vien da ridere, ma posso assicurare che fosse uno scenario davvero sgradevole, cioè in pratica, non so se mi spiego, pretendevano di condividere qualcosa di bello, l’amore, voglio dire, proprio l’amore, in mezzo alla guerra più brutale e violenta che io abbia mai visto. Ma la cosa davvero che più mi ha fatto ridere era che credevano d’essere in pace. Cioè loro si sentivano un po’ male, almeno parlavano molto spesso di tristezze o comunque spesso si lanciavano in piagnistei davvero estenuanti, ma stavano anche un po’ bene. Nel senso, nessuno di loro avrebbe cambiato la propria vita per quella d’un altro. Cioè, in soldoni, in un batter di ciglia si erano abituati a questa guerra.

E quella guerra io davvero non l’avevo vista mai. Non ero abituata ad una guerra così silenziosa. mi apparve tanto più insidiosa della guerra rumorosa. In pratica, ve lo dico molto sinteticamente perché è chiaro che non voglia rubarvi troppo tempo -prima di rubarvi l’eternità- tutti questi volevano gestire la propria vita come se fossero dei re, tipo degli dei, allora cercavano di prevaricare l’uno sull’altro con dei metodi bizzarri, avevano dinamiche un po’ strane, ecco, si raccontavano bugie, poi avevano assecondato tutti un modo di vivere che pareva essere ritenuto il migliore. E il modo era questo: correre. Correvano a perdifiato, ma correvano, molti di loro, con gli occhi chiusi sulla gente, avevano occhi solo per loro stessi, questo gli permetteva di andare avanti per le loro strade, ma piano piano ho avuto modo di notare che nessuno di loro davvero sapesse dove andare. In fondo volevano solo avere e avere nient’altro che avere, volevano amare ma non sapevano condividere, volevano sognare ma si svegliavano tutti con degli incubi tremendi da raccontare, volevano girare il mondo, ma poi si raggomitolavano in un deserto casalingo d’illusioni, e ci stavano bene, si insomma, bene, quel bene che basta per non cambiare le cose. Cioè, non so se mi spiego. Gli avevano detto di andare, di seguire una certa mole di regole, di non far troppe domande, e di fare determinate cose solo in alcuni orari, di vestirsi così, di pretendere solo certe cose, e di rispondere a ordini non scritti, ma insomma, s’intende, in fondo erano scritti ovunque. Ora, dico, qualcuno di diverso ci sarà anche stato ma ecco io non ho avuto il piacere di vederlo da vicino, c’è da dire che finisco sempre nei posti più tristi, anch’io ho una visione limitata, voglio dire non sono mica Dio.

Alla fine comunque decisi di andarmene, pensai che sarei tornata in un altro momento, m’era venuto spontaneo di pensare proprio: “ma che ci sto a fare qui, son tutti già belli che morti”, andai allora dove potessi svolgere le mie mansioni senza tutta quella concorrenza, così trovai un gran casino di bombe, esplosioni, urla e grida, era una dimensione davvero diversa, insomma qui si respirava polvere, e la terra veniva su, e persone e anche bambini perdevano braccia, gambe, così, uscendo di casa.. insomma, una cosa non da ridere, e io mi trovai in breve tempo con un fucile in mano, così per stare preparata, c’era un gran lavoro da metter su. Qualcuno, un giorno.. ora quale fosse il giorno non lo ricordo, ma, ecco, riuscì a vedermi in faccia, ogni tanto accade anche questo, e io non riesco mai a dimenticare quello che mi viene detto in questi casi. Sì insomma per me è davvero un’emozione forte, quando qualcuno riesce a parlarmi in quel poco tempo che gli rimane per me è una fortuna, è il momento più emozionante forse per me, si, diciamo che mi fa sentire viva, il mio è un lavoro a tempo pieno..insomma dicevo che uno di loro, uno di questi omuncoli vestiti tutti uguali che brandiva un’arma identica alla mia, me lo ricordo molto bene, mi disse:

-“Risparmiami ti prego, sono un ingenuo, credevo di star meglio in una guerra dichiarata che in una pace fittizia” –

questo davvero mi fece trasalire.

Sono fuori dal tunnel

Sono ufficialmente un membro di Facebook dal primo febbraio duemilanove, sono quindi quasi quattro anni che convivo con questo coso, con questo aggeggio, con questa nuova forma di comunicazione, con questa macchina dai poteri soprannaturali, con questa bestia partorita ed educata per farci perdere del gran tempo. Sono quasi quattro anni che alimento questo mostro. Così mi sono approcciata a Facebook, come se fosse un mostro. Finchè il mostro non sono diventata io. Nel mio piccolo giro di conoscenze sono stata una delle ultime a cedere alla tentazione, ero una di quelle che sparava sentenze su tutti gli utenti, che criticava le dinamiche a cui Facebook assoggettava chiunque. A cui, in pochissimo tempo, ha assoggettato anche me.

Ma ho cominciato così anche con le sigarette. E con quelle ancora non ho smesso. Quindi vi lascio solo intendere la coerenza che mi accompagna, senza perder troppo tempo ad infierire.

Detto ciò, ho preso una decisione: voglio chiudere il mio profilo.

Facebook ha preso un po’ tutti perchè, fondamentalmente, aveva già preso tutti. Voglio dire, tanti di noi l’hanno attivato “perchè ce l’avevano tutti”. La sua fama mondiale si è diluita in troppo poco tempo per afferrarne i movimenti precisi. L’amico Zuckerberg ci presenta il suo marchingegno malefico come una forma di comunicazione più rapida ed economica.

Facebook aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita.

Tutti sappiamo come funziona. A oggi pare che sia un sesto del mondo a farne parte. Un miliardo e più. Io sono solo una su un miliardo. Ma la cosa strana è che io e il mio amico miliardo la pensiamo nello stesso modo, conveniamo entrambi, quando ci becchiamo in giro, che Facebook sia una merda, eppure cambiamo argomento e iniziamo a chiacchierare d’altro. Ultimamente cerco di soffermarmi qualche minuto in più sulla questione, e nel frattempo, naturalmente, perdo di vista che devo anche smettere di fumare, sbattezzarmi, eccetera. Riesco a concludere una sola cosa per volta, ma spesso neanche quella, quindi adesso ci provo davvero, e sono certa che, estinto questo peso, gestirò meglio il mio tempo. (Mi ammalerò d’altro, è chiaro.)

Ho usato Facebook un po’ come lo usano tutti: in un primo periodo estrapolavo dal mio cervello scontato frasi interessanti/divertenti/enigmatiche per suscitare chissà quale pensiero in chissà quale mente, l’ho usato per pubblicare articoli (certamente non miei), l’ho usato per scaricare la mia rabbia contro qualche guerra o per mostrare il mio interesse rispetto a qualche argomento, ho scritto, molto tempo fa, anche alcune cosiddette “note”, ho perso un sacco di tempo per inserire foto; a un certo punto ho deciso che l’avrei usato come spazio di denuncia, di protesta, uno spazio per “divulgare le informazioni, per qualcuno, e ne basterà uno, che le leggerà, e che verrà stimolato da queste esattamente come me”. O per sentirmi apposto con la coscienza? Ho “condiviso” musica, ho cliccato “parteciperò” a numerosi eventi, ho “conversato” sulla chat, ho bramato con ansia un numero superiore a 1 di “notifiche”, ho inviato messaggi privati a persone ritrovate dopo anni sapendo che ritrovarle sarebbe stato completamente trascurabile (ciò che avrei voluto sapere su di loro era già scritto lì: dove studia, cosa fa, con chi sta, quanti amici ha, dove esce, “com’è diventato!”), ho compilato il campo delle “info”, ho messo “mi piace” a centoquarantanove “cose”, ho sollevato polemiche inutili con soggetti inutili commentando inutili “status”, ho sparato su Vasco, ho apprezzato Marcus Miller, mi sono inventata una simpatia che non mi appartiene con qualche “status” molto “cool”, ho “taggato” i miei amici nelle foto, ho ricevuto ogni anno tra i cinquanta e i settanta “auguri” dai vari “amici” (e no, non li ho contati, è facebook che informa), ho scritto “ahahahah”, ma “LOL” mai.

Mi sono illusa di poterlo utilizzare in maniera intelligente.

Ho spiato la gente. Sì, amici, conoscenti, parenti, nemici, stronzi, il fratello dell’amico, i fidanzati delle amiche dei fratelli della mamma del coinquilino di Tizio. I genitori di Caio. L’amante di Pinco e il figlio segreto di Pallino. Gianni prima di “aggiungerlo”. Il profilo del cane dell’amico di mio fratello. E da qui i rispettivi rimandi alle fotografie: ho assistito almeno alla metà delle lauree dei miei “amici” (gli amici su Facebook sono quelli che ti aggiungono in strada e poi non ti salutano s…Cioè no, che ti aggiungono su Facebook e poi ti stradan..quelli che ti cagano su Facebook e ti cagano in testa per strada -proprio come me-). Sono entrata in contatto, attraverso uno “status”, con la depressione cosmica di qualche amico di amico di amico mai visto, sì, mai, prima di vederlo abbracciare sua nonna il giorno di Natale, e cagare dietro un cespuglio ubriaco fradicio il giorno prima della sua partenza per l’India. Tutte cose che conosciamo, insomma. La festa delle medie, la foto dell’asilo, le guance grasse da bambino, i capelli biondi da fanciullo, le feste, le canne, lo studio, gli esami, le vacanze, i parenti, la politica, Benigni, l’occupazione, i professori, la polizia, Santoro, i nipotini, Duchamp, i Police, Maccio Capatonda, la Nutella, lo sport, la cacca, eccetera eccetera eccetera…

Tutto questo per cosa? Tenerci in contatto? E ci siamo cascati tutti? Un miliardo di persone credono così di “tenersi in contatto”? Non bastava MSN per questo?

Quantomeno non offriva la possibilità di costruirsi uno spettro così ampio di connotati identificativi e di stratificazioni della personalità -il cosiddetto “profilo”-, non ci imponeva un contesto di competizione e di corsa al record di “mi piace”. Detto questo, non me ne frega neanche niente di fare l’apologia di MSN, io usavo male anche quello, quindi figurarsi.

(Mentre mi disintossico da facebook, accendo la terza sigaretta)

Facebook manipola le nostre conoscenze, i nostri interessi, le nostre conversazioni, i nostri rapporti. Non ho più intenzione di sottovalutare la potenza di questa macchina. E’ un altro spazio in cui veniamo bombardati da bisogni indotti. Non abbiamo bisogno dell’aforisma di Jim Morrison, che su Facebook diventa, non si sa perchè, di Oscar Wilde, oppure di spulciare tra le foto dei nostri conoscenti, o di perseguitare nella nostra mente la tipa o il tipo di turno, non abbiamo bisogno di mettere ‘mi piace’ ai vari link più o meno impegnati, più o meno interessanti, o agli status di amici o conoscenti per palesare il nostro apprezzamento, non abbiamo bisogno di accettare l’amicizia della nostra prozìa, non abbiamo nessun bisogno di ‘essere in contatto’ con sconosciuti. Quel contatto equivale allo spionaggio, è stalking! Non abbiamo bisogno di essere amici su Facebook dei nostri amici su strada. Non abbiamo bisogno di tutte quelle applicazioni che io neanche conosco, perchè, lo devo specificare, io sto delineando le caratteristiche base del social network, ma io a malapena lo conosco, in realtà, non so neanche fin dove possa arrivare. So che tanti inseriscono tutti (ma tutti) i viaggi che hanno fatto nella loro vita, so che le foto del profilo possono essere usate per alcune pubblicità, senza che ci venga richiesto il consenso. Sarebbe da fare un’analisi delle impostazioni sulla privacy (ai miei è arrivata una mail dal commercialista con un allegato in cui c’erano le foto di facebook che abbiamo sbirciato io e mio fratello. Paura.)

Perchè abbiamo tutti (insomma, tanti) assecondato questo bisogno di mostrarsi, o piuttosto, di dimostrarsi? Questo è Facebook: la dimostrazione della nostra esistenza, l’illusione di essere “qualcuno”. Il bisogno di identificarci con una merce, all’interno di un canale culturale, imposto da bisogni indotti, che ci fanno credere di cogliere giuste occasioni sociali, per ampliare la nostra rete di conoscenze. Siamo soggetti mercificati, qui più che altrove, siamo la faccia più limpida delle tecniche pseudo-subliminali di marketing.

-“Con un nome e cognome, che comunque resiste di più” (la citazione è di Ligabue, ma solo per voi, stasera, Pier Paolo Pasolini)

Facebook è una droga, decidere di smettere è un’operazione per cui è il caso di procedere per gradi. Ne parlo come di una patologia, perchè credo che in fondo di questo si tratti.

La cancellazione necessita di certi passaggi: salvare ogni foto, una per una, perchè possiamo perdere settecento “amici”, ma i ricordi no, ed è anzi il caso di tenerseli per sè; scrivere alle persone che altrimenti perderemmo di tenerci in contatto tramite e-mail, e in questa fase rientrano una serie di difficoltà non trascurabili: cosa scrivo ad una persona di cui non voglio perdere il contatto ma con cui non ho quasi mai interagio su facebook? “Ei ciao, chiudo facebook, ti lascio la mia e-mail così non ci perdiamo del tutto” ? Come puoi escludere che lui/lei non stia pensando “ma chi ti caga?”; e come ultima fase, la più delicata, supplicare gli amici veri di non tenerci fuori dalle rimpatriate, dai pic-nic, dalle gite in bicicletta, e dalle serate di pinnacola d’alto livello.

(Due delle persone a cui ho scritto mi hanno risposto, rispettivamente:

“complimenti per il coraggio!”

“…hope you’re fine, don’t worry, your real friends will stay close to you”)

Mai mi sono sentita più scema, neanche quando ho sognato di soffiarmi il naso e mi sono svegliata con le mani cosparse di muco.

Non c’è niente di nostro su Facebook, se non la posa plastica. Non credo che qualcuno di noi possa sentirsi arricchito dopo uno, due, dieci, sessanta minuti passati su Facebook. Eppure il tempo lo facciamo scorrere così. Adesso non mi interessa più se di minuti ne perdo uno o cento, so solo che ne sto perdendo. Come dicevo prima, il mio passaggio è avvenuto gradualmente, ormai sono mesi che non lo uso come l’ho sempre usato (nei modi di cui sopra), e ormai è un mesetto che penso di chiuderlo, e qualche giorno che mi dico “oggi lo faccio”, e qualche ora che scrivo questo post.

Noi facciamo in modo che Facebook crei l’immagine rappresentativa della nostra personalità, attraverso una terminologia che si affianca alla nostra sfera emotiva “piacere”, “condividere”, “partecipare”. Per non dimenticare le immagini tenere e coccolose che evoca in noi la parola “diario”. Non c’è nessun complotto dietro Facebook, se non quello di cui noi teniamo le redini. Muoviamo i fili delle marionette che rappresentiamo.

Zuckerberg, nella fase di creazione della macchina infernale, fu accusato di aver violato la sicurezza, la privacy personale e i copyright, rischiando l’espulsione, alla fine non fu preso nessun provvedimento. Questo è l’emblema di quello che siamo: lo stesso Zuckerberg ha bucato un muro invalicabile, sforato quello, non si sa dove sia il fondo, e soprattutto, il fatto che il progetto di social network sfondi questa porta, ci legittima a sentirci normali.

Facebook uccide la poesia, intreccia i fili di una tela volta a capovolgere il senso del nostro cammino: crea canali di comunicazione dai quali elimina il mistero della conoscenza, il desiderio di scoperta, l’avventura di una coincidenza. Facebook violenta la nostra vita. Ci impone una visuale che non abbiamo richiesto. Sposta la nostra attenzione su dinamiche non autentiche, siamo attirati dalle minigratificazioni che offre, e dobbiamo riuscire a vincere l’effetto potente e al contempo alienante a cui ci sottopone, vendendocelo come arricchimento. E’ basato sulla cumulatività dell’esperienza, non affiora niente dell’aspetto qualitativo della nostra vita.

Ci omologa, ci atrofizza, ci dìsfa.

 

 “Esco da me, in tutto non m’amavo un granchè” (V. Capossela)