Archivio per ottobre 2012

il battesimo

nel 2013 è prevista l’uscita del nuovo DSM, ovvero il “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”, un manuale contenente le malattie mentali universalmente riconosciute come tali e utilizzato dalla maggior parte dei medici e ricercatori.
in quello ad oggi in vigore è ancora presente il transessualismo come malattia mentale e, come è comprensibile, c’è un po’ di gente (comunque non abbastanza) che la pensa diversamente e che lotta per la depatologizzazione.

ebbene questo mese, ottobre 2012, è stato dedicato alla campagna “stop trans patologization” e io, da brava ragazza quale sono, ho partecipato a qualche manifestazioncina di orgoglio trans.  ridendo e scherzando, sabato scorso  mi sono trovata in questo centro sociale, tutto bello paciarotto, pieno di gente di tutti i tipi che se la chiacchierava e se la ballava.

ad un certo punto un trans (da femmina a maschio, per intenderci) attira l’attenzione, fa zittire tutti e presenta una performance.
sale sul palco una ragazza giovane,sui 20, dal portamento piuttosto maschile, che si siede sul palco. parte la musica e lei, senza alzare lo sguardo, prende un rasoio elettrico e inizia a depilarsi. gambe, ascelle, pube. mostra la sua nudità senza problemi. raccoglie i peli, si spalma della colla in faccia e si appiccica i peli sul mento.
beh fino a qui ci siamo, niente di che. tra me e me penso anche che certe cose hanno un po’ rotto il cazzo e lasciano un po’ il tempo che trovano.
se non che la musica finisce e lei, con la sua nuova barba, invita altre amichette sul palco.
si gira, abbassa i pantaloni e un altro trans (sempre f to m) prende una siringa e annuncia che in quel momento le avrebbero fatto la sua prima dose di ormoni maschili.
le cento persone presenti nella stanza smettono di respirare per 30 lunghissimi secondi. il tempo di svuotare quella piaccola siringa piena di testosterone nel corpo di quella ragazzina.

per concludere, tutti i trans presenti in sala, tutti amici tra di loro, salgono sul palco e tatuano un piccolo puntino intorno al buco lasciato dalla siringa.
mega abbraccio di gruppo finale.

io quasi piango.

non tutti i giorni capita di assistere ad un rito tanto denso.

un milione e mezzo di pensieri tutti insieme. il desiderio di capire lotta con l’impossibilità di farlo. e allora rimango li, senza parole, come un ebete a immaginare emozioni e sentimenti che non ho mai provato e che mi terrorizzano per la loro grandezza.
perchè svegliarsi tutti i giorni e pensare di non essere nel corpo giusto dev’essere davvero devastante. e lo so che le mie sono banalità, ma veramente è incredibile pensare a quanto grande devono essere quelle emozioni per arrivare a far compiere atti tanto drastici e irreversibili come anche solo una cura ormonale.

e se mi mettessi anche a parlare di tutte le conseguenze sociali, non finiamo più.
ora so di essere disordinata e caotica nei miei pensieri, ma quello che non posso fare a meno di pensare è che forse, se non esistesse la categoria di genere, non esisterebbero i trans. e anche in questo caso sarebbe tutto più facile.

poi si sa, coi “se” e coi “ma” non si va da nessuna parte, ma a volte è bello sognare.

Ms Squilibrio

partecazione osservipante

bene, eccoci qui.
finalmente, dopo due anni con la testa sui libri, mi chiedono di uscire per le strade e iniziare a fare quello in cui consiste per davvero l’antropologia. LAVORO SUL CAMPO!
senza se e senza ma, qualsiasi cosa io voglia fare, è lì, devo solo allungare il braccio e andarmela a prendere.
niente di più bello, no?
e invece…
PANICO!
eh sì, panico. panico panico pappanico paura.

e perchè mai?
1. cosa minchia mi interessa studiare?
2. ammesso che trovi un tema, dove lo vado a cercare?
3. ammesso che trovi un tema e un luogo definito in cui studiarlo, come minchia faccio?

e allora per giorni ho sbattutto la testa contro il muro a pensare e a pensare, dove, come quando e perchè. e ora che ho deciso cosa mi interessa e forse ho trovato  dove studiarla mi riempio la testa di domande e di questioni. del tipo: “ma posso/devo mentire?”, “se sì, come, in che misura e con chi?”, “ma in che misura devo partecipare e/o osservare solamente?”, e via dicendo.

poi mi dico che non c’è troppo da pensare, c’è da armarsi di un po’ di coraggio e di fiducia in se stessi e uscire di casa.
così, giusto per prendere un po’ la mano, ieri, sabato pomeriggio, sono andata da “tutto a un euro”, mi sono comprata un blochetto e mi sono seduta nella mia cara piazzetta sotto casa. un’ora a guardare e a scrivere quel che succedeva:

– un bambino sui 9 anni, da solo, seduto alla mia sinistra. sembra un po’ annoiato. fa bolle di saliva e sputa.

– un gruppo di 5/6 persone di età varia, dall’aria trasandata e poco lucida beve birra, sempre alla mia sinistra. tra loro un trans dall’aria più composta e ordinata.

– un ragazzo tra i 25 e i 30 suona da solo la chitarra e canticchia.

– davanti a me una decina di bambini gioca a calcio. di tanto in tanto colpiscono con la palla persone sedute o che passano di lì, ma sembrano non curarsi della cosa.

e avanti così.

ad un certo punto arriva il solito cinese che gira per la piazza con un carrellino vendendo lattine di birra. si avvicina al gruppetto di ubriaconi e uno di questi ultimi, con passo lesto, si avventa sul carrellino e ruba una birra al cinese. scappa via e la apre mentre è ancora in corsa, per evitare che gli venga sequestrata.
una scena abbastanza esilarante, risolta in tempo piuttosto breve dal trans, che, dopo 2 minuti di urla reciproche tra cinese e ladro, tira fuori il suo borsello e, da vera signora, paga la birra rubata e ne prende un’altra per se.

da quel momento in avanti non solo non ci sono state più tensioni, ma anzi, ladro e cinese sembravano diventati amici per la pelle, con tanto di sorrisoni e pacche reciproche sulle spalle.

da tutto questo possiamo evincere che:
– i trans sono delle brave persone
– gli ubriachi rubano
– i cinesi sono contenti se gli si dà dei soldi
– i bambini rompono i coglioni e se ne fottono

bene, soddisfatta me ne torno a casa.
oggi andrò al parco e vediamo quali altre verità sul mondo posso scoprire e rivelare all’umanità.

il tema che ho scelto per il mio “Trabajo de Campo” per ora me lo tengo per me, aspetterò che sia meglio delineato. ma non temete, presto tornerò quì a riversare il mio panico e i miei dubbi.
ho una gran voglia di iniziare amici miei, e chissà che magari non riesca a tirarci fuori anche una tesi da sto lavoro.

questa mi sa tanto di domenica.
la dedico al pica. le ragioni sono più che evidenti.

Milizia Tristi

Quando si lega la bici si torna sempre a prenderla, ma molto spesso è più lunga la strada verso la bici che quella verso casa, è una deviazione strana, no? Ci tocca allungare la strada per prendere un mezzo che ci serve per accorciarla.

Una tragedia costa più di tre! (ve la spiego: l’edizione dell”Edipo Re” costa più dell’edizione con “Edipo Re”, “Edipo a Colono” e “Antigone”) Ma non solo: l'”Edipo Re” nuovo, costa meno di quello usato.

Cose strane nell’editoria.

Ma non parlerò nè di questo, nè di bici, casa o strada.. Nè di ciò che ancora non ho scritto. Tipo riguardo il colore che assume l’esistenza se la musica che echeggia è quella dei Joy Division.

Una storia turbevole è la storia di “Militia Christi”.

Dal ’92 a Roma militano i militanti di Papa Benedetto XVI, e si chiamano proprio così:

..

no aspetta, ricomincio:

Militia Christi, il Movimento Cattolico che dal ’92 milita tra i militanti del Papa.. no, nemmeno

Allora.

C’è un branco di stronzi, a Roma, ufficialmente si chiamano”Militia Christi”, la milizia di Cristo, la quale opera, mìlita, non so come dire, agisce, dal 1992, all’insaputa di molti. Alla saputa di chi, poi, sarebbe interessante saperlo.

Si definiscono “movimento politico cattolico sorto principalmente per la grave carenza di militanza cattolica dei nostri tempi”. Ora, a meno che non si riferiscano a Francesco Milizia, altrimenti detto: ‘espediente ridicolo di sciosciammocca per risultare simpatica’, stanno parlando di un qualche corpo militarizzato. Quale? Vediamo un po’.

Il loro logo è un cuore molto molto rosso con una croce che spunta e che tende verso l’alto, verso questo fantomatico dio di cui tutti, tra bestemmie e preghiere, ci riempiamo la bocca.

Ho scoperto dell’esistenza di questo gruppo attraverso il documentario “Improvvisamente l’inverno scorso” di Luca Ragazzi e Gustav Hofer, incentrato sul tema dell’omosessualità (molto ironico sul tema, originale nella struttura) e, ancora una volta, come sempre, mi sono stupita. Non che non possieda una sorta di scudo che mi permetta di riderci su, di sdrammatizzare, anzi, ci scherzo su io, ci scherzate voi, e ci scherza su pure Militia Christi, la quale sbandiera una visione tipicamente bizzarra della questione. Bizzarra più o meno quanto la mia, la nostra, per loro.

Ma allora se ci scherzano loro, e ci scherziamo noi, chi è chi li prende sul serio sti froci?

Nonostante sia vecchio come il cucco che siamo di fronte a un fatto tipicamente contronatura, continuo a stupirmi quando qualcuno lo afferma con tanta sicurezza. Nonostante ormai tutti si sappia che in tanti vedono nell’omosessualità una malattia da curare, continuo a domandarmi se sia possibile che uno che caca piscia mangia e dorme come me, ragioni così.

Noto con piacere di aver un approccio molto poco antropologico a riguardo, salto il passaggio della sospensione di giudizio, e arrivo direttamente alla condanna, esattamente come loro. Va bene, ci penserò quando sarò più grande.

Dopo il dibattito sui Dico, nel quale ogni politico ha dato il meglio di sè, e dopo quello riguardo la legge anti-omofobia, che ha suscitato un ipotetico, ipocrita e fasullo anti-razzismo da parte di Udc, Lega e Pdl, dei gay non parla quasi nessuno. Sì, ogni tanto viene fuori che qualche Stato nel mondo ha concesso loro il diritto di unirsi nel sacro vincolo, questo riceve la risonanza mediatica dei vari notiziedelgiorno.it o today.it, qualcuno lo condivide su facebook, e l’Italia rimane con i più svariati movimenti più o meno autoghettizzati, più o meno ingabbiati in logiche di partito, più o meno strumentalizzati, dagli altri e da loro stessi.

A Bologna, per esempio, ci si affanna tanto per la legittimità di tale minoranza minorata e vittima della carneficina discriminante, ma in fondo, chissà quanto questo sia producente. Pare che si siano venuti a creare semplicementi dei luoghi di legittimazione che conferiscono ancora meno legittimità all’infuori dei luoghi stessi.

Sto divagando, come sempre, e divago sempre con periodi troppo lunghi, accidenti.. io lo dico sempre, non sapendo parlare, non posso pretendere di saper scrivere.

Comunque, al di là dei gay (di lesbiche non parlo, è dubbia perfino la loro esistenza) volevo farvi conoscere Militia Christi, questi simpaticoni mi hanno tolto il fiato per qualche minuto quindi volevo condividere con voi questa (piccola?) fetta d’Italia.

Hanno un sito, una sede, un programma politico, un motto, un leader, e 1152 ‘mi piace’ su facebook.

Sorge spontanea una domanda: chi li finanzia? Non l’ho capito, si legge solo di una collaborazione con Forza Nuova (Dio benedica Roberto Fiore) in una delle tante battaglie pro-vita.

Girovagando sul loro sito, particolarmente pregno di cristianità, ci si accorge immediatamente di due concetti in forte contrapposizione tra loro.                                                                                                  Primo momento: “[…] Militia Christi” è un movimento che per sua natura (esclusivamente cattolica, è bene ripeterlo) si pone rigorosamente al di fuori e contro tutti i partiti […]” (alla voce -‘chi siamo’-)                                                                                                                                                        Secondo momento:“[…] costruisci con noi il partito cattolico” (questo appare su un volantino)

Quindi insomma cedono, e tentano la scalata sociale.

Abbiamo capito che si tratta di un assemblaggio strano, sembrano quantomeno confusi. La scritta è in caratteri gotici, il motto è “Viva Cristo Re”, si definiscono militanti di Benedetto XVI, sono apartitici ma cercano di fondare un partito, hanno un programma politico ma ci tengono a sottolineare la natura esclusivamente cattolica che caratterizza il movimento. Quanti sono? Non si sa. Il leader, Roberto Lastei, famoso per aver scandalizzato almeno chi ha visto il documentario di cui parlavo poco fa, è molto convinto e convincente.

Ma se fossimo di fronte ad un gruppo cattolico che si attiene ai principali dogmi della Chiesa Cattolica, niente da eccepire (ma che cazzo dico?!); certo, ce ne fosse uno che si attenesse a tali dogmi, almeno condannerebbe la pedofilia, invece mi pare che nessuno si spinga a tanto. Ma qui la domanda è proprio semplice: da quando Gesù Cristo Nostro Signore ha bisogno di un esercito?

In quale vangelo si parla di condanna agli omosessuali? A Cristo stavano sul cazzo i negri? (scusate la bassezza)

Nel programma politico ovviamente la Militia di Cristo sfoggia il massimo dei propri ideali: loro sono per la vita; per un cattolicesimo “serio”, per una “Vera Libertà” (e qui si aprono voragini di dubbi e incertezze), contro l’eutanasia, contro l’aborto, e fin qui niente di nuovo, la novità è questa fantomatica Regalità del Cristo, e questa “riscossa cattolica” che deve avvenire mediante una milizia.

Sarebbero tante le sviste di questi nostri amici e gli spunti per far quattro chiacchiere, vi invito a sfogliare le pagine del loro sito, io spero di riuscire a recarmi ad una delle loro anacronistiche manifestazioni (nelle quali alcuni esponenti del movimento rivendicano la “Legione di Maria”) e chiacchierare con qualcuno di loro

Mica pochi 1152 insulsi pollici alzati su facebook, si deve sperare che le persone abbiano cliccato con la stessa leggerezza con cui apprezzano la Nutella o che almeno siano convinti d’essere portatori armati di pace, amore e conforto? Forse meglio la Nutella.

A me è venuto il voltastomaco, sarebbe stato meglio parlare di certe scarne metafore che partorisco ridicolmente da fatti quotidiani trascurabili. Tipo la questione della bici, o quella della tragedia “tri is megl’ che uan”.

Nietzsche comunque ce l’aveva detto: “in fondo è esistito un solo cristiano, e questi morì sulla croce”

 

Lost in translation

Insomma parliamo di cinema, nello specifico dei titoli stranieri tradotti in italiano

Starete già pensando: che noia! Non avreste tutti i torti, ma vi consiglio di non farvi ingannare: la fantasia dei nostri traduttori va al di là di ogni immaginazione. E poi è un post speciale: potete scegliere solo i film che vi interessano! (L’ultimo film però, secondo me merita)

L’esempio più famoso è “Eternal sunshine of the spotless mind”, citazione di un verso scritto dal poeta Alexander Pope. Come saprete il titolo italiano è “Se mi lasci ti cancello”. Titolo perfetto per un film di Jim Carrey, la gente che andò a vederlo probabilmente si aspettava uno “Scemo e più scemo” con degli smemorati come protagonisti. Ma fortunatamente, il film ha avuto molto più successo col passare del tempo e molti sono a conoscenza del titolo originale. Questo però è un caso eccezionale, esistono film il cui titolo originale è completamente ignorato. Quindi, mettetevi comodi e preparatevi per questo viaggio “Ai confini della realtà” (serie tv e film il cui titolo originale era “Twilight Zone”, tanto per cominciare).

Nemico Pubblico. Innanzitutto sappiate che i traduttori sono innamorati di un titolo: “Nemico Pubblico”. Non chiedetemi perché, non so rispondervi ma so farvi qualche esempio. Nel 1931 esce il film “The public enemy”, e la traduzione è azzeccata. Con un piccolo salto di 67 anni, arriviamo al 1998. Tony Scott realizza “Enemy of the State” con Will Smith, indovinate il titolo che viene scelto? Esatto. Vabbè penserete voi, nemico pubblico o nemico dello stato è uguale. Insomma non mi credete e allora arriviamo al 2009. “Public Enemies” con Johnny Depp, come viene tradotto? Esatto. Sempre al singolare, Nemico pubblico. Forse non avevano visto la s finale, oppure c’è qualcosa di inquietante in questo titolo ricorrente. (Se proprio volessi c’è anche un film francese “Mesrine” tradotto “Nemico pubblico n.1” ma non si può non sottolineare la differenza data dal dettaglio del numero).

Ma le vere risate me le faccio quando mi imbatto in film di cui vengono realizzati dei sequel. Il traduttore italiano è convinto di anticipare i gusti del pubblico e le intenzioni dei produttori così spesso reagisce in questo modo: perché tradurre alla lettera? Inventiamoci un titolo nostro, cosa potrebbe mai accadere? Siamo i più forti!

Rispondo io: potrebbe accadere che il film incassi miliardi, che ne facciano altri 4 o 5 e che tu non possa più rimediare al danno. Ecco per voi alcuni esempi:

La maledizione della prima luna. Oltre a essere un titolo del cazzo, era così difficile chiamarlo “Pirati dei Caraibi: la maledizione della perla nera”? O anche solo “la maledizione della perla nera”. La domanda in realtà si potrebbe ridurre a “Perché la prima luna”? Chi l’ha detto?! PERCHE’?! Immaginatevi la faccia di quando gli hanno detto che ne avrebbero fatti altri due….Si sono guardati intorno, hanno fatto finta di niente e hanno fatto credere a tutti di averli sempre chiamati “i pirati dei caraibi”. E bam, hanno vinto loro.

Rambo. Sìsì anche Rambo. Perché, sapete com’era il titolo del primo film? “First Blood”. Eh sì. E me li immagino in una saletta a dire: “Diamogli un titolo a cazzo a sto film”. Quando uscì “First Blood 2”? Semplice “Rambo 2 – la vendetta” (ricordatevelo perché “la vendetta” è un trucchetto usato spesso per rimediare a queste minchiate). Infine il quarto, uscito pochi anni fa si chiamava semplicemente “Rambo” e noi che abbiamo fatto? Abbiamo aggiunto il nome John, “John Rambo”! Se fanno il quinto ci mettiamo pure il codice fiscale!

Die Hard. In realtà questo caso è un po’ meno eclatante. Die hard infatti diventa “Trappola di cristallo” e Die hard II diventa “52 minuti per morire”. Quando si dice tradurre “alla lettera”. Al terzo si sono arresi “Die Hard with a Vengeance” diventa “Die Hard” (sì il titolo originale del primo per noi rappresenta il titolo del terzo). E così via, non voglio dilungarmi troppo.

Taken. Ma arriviamo a uno dei miei preferiti, poco conosciuto. Nel 2008 esce un film d’azione dal titolo “Taken” dove la figlia di un ex agente segreto viene rapita. Si potrebbe tradurre “Rapita” (che farebbe comunque schifo), “il rapimento” e così via o si potrebbe lasciare “Taken” per esempio. No, perché noi siamo i più forti. Noi siamo i traduttori italiani. IO VI TROVERO’! Ecco il titolo italiano, vabbè la frase compare nel film e ci può anche stare. Ma ora dopo 4 anni esce il sequel, Taken 2 e io ho avuto il dubbio. Come lo chiameranno? “Io vi RItroverò”?, “Ci RItroveremo”?! Oppure “Alle quattro e mezza ci ritroviamo al bar sotto casa chi arriva dopo paga per tutti”?! No. Ecco il Jolly che vi dicevo prima. Taken – La vendetta. E chissene se qualcuno non sa che è il sequel, se ne accorgeranno prima o poi. Sapete cosa mi diverte ancora di più? Il film in America è stato un successo e faranno un terzo, non sto più nella pelle.

E ora due casi che meritano particolare attenzione:

500 giorni insieme” si chiamerebbe “500 days of summer”. E non parla di un’estate interminabile, ma di un ragazzo innamorato di una tipa di nome Summer. “500 giorni insieme” ci sta dai, potrebbe dire qualcuno. Ok, ma perché tradurre il nome di Summer in SOLE?! Vi pare normale? Cioè la ragazza nel film Italiano si chiama SOLE! A quel punto alzo le mani e mi arrendo.

I love you Phillip Morris. E ora uno dei migliori secondo me. Sempre Jim Carrey. Qualche anno fa esce in America un film che trova non poche difficoltà nella distribuzione: “I love you Phillip Morris” (niente a che fare con le sigarette, è il nome del personaggio di Ewan McGregor). Ve la faccio breve: i due sono gay, si amano. Jim Carrey finge una relazione con un’altra donna e la sposa, ma dopo un incidente quasi mortale decide di lasciarla e di vivere realmente la sua vita. Si frequenta con alcuni uomini e per non avere mai problemi economici improvvisa una serie di truffe. Andrà in carcere e lì si innamorerà di Phillip. Il film parla di questa storia d’amore, in chiave comica ma senza prendere in giro gli omosessuali, anzi. È semplicemente una classica commedia sentimentale dove i protagonisti sono omosessuali, ecco i problemi di distribuzione. Nonostante due star del genere, non è stato facile farlo uscire in America (non pensate che sia un filmone, ma è carino). E poi si arriva in Italia e tutto cambia. Dal trailer italiano scompare l’omosessualità di Jim Carrey, anzi scompare proprio Ewan McGregor. Sì, Jim Carrey dice di essere gay ma sembra solo una scusa per mettere in piedi una nuova truffa. Insomma se guardate il trailer originale e quello italiano, vedrete benissimo che nel secondo, la storia d’amore dei due, cioè ciò di cui parla il film, semplicemente scompare. La stessa cosa accade nelle locandine. Ci sono 3 Jim Carrey e un piccolo Ewan di lato. Giudicate voi le differenze. Ma come? Direte voi. Ma il titolo lo dice chiaramente: “Ti amo Phillip Morris”. Allora non avete capito, quello è il titolo ORIGINALE del film. Il titolo italiano è “Colpo di fulmine – il mago della truffa”! Bam, una simpatica commedia coglionazza con Jim Carrey che frega i soldi a tutti.

Trailer Americano:  http://www.youtube.com/watch?v=FO1eB0R6awQ

Trailer Italiano:  http://www.youtube.com/watch?v=NkbO7uCIQdA

Locandina:http://webspacemelodies.it/wp-content/uploads/colpodifulmineilmagodellatruffa.jpg

Ora al di là di tutte le questioni che possono venire fuori da una scelta del genere io mi concentro solo sugli effetti di tale pubblicità. Non vi ho svelato niente del film tranquilli, dopo 5 minuti che Jim Carrey racconta la sua vita dice: “Ah, dimenticavo, sono gay”. Reazioni in sala (delle persone che non erano con me ovviamente):

“Eh?!”

“Ma come?! Ma che cazzo di film mi hai portato a vedere?!”

“Ha detto gay?”

E così via…

Insomma, con i traduttori bisogna parlare come se fossero dei bambini: “Ragazzi, il titolo è importante”.

Ma forse sono troppo di parte. Forse analizzo il problema dal punto di vista sbagliato. Forse la domanda che dovrei farmi è un’altra, tipo: “ma quanto cazzo può costare un dizionario di inglese oggi?”

Volendo anche solo 12,66 € ma alcune persone l’inglese non possono proprio permetterselo.

PS: Ne avrei ancora un sacco di titoli, ma già ho sforato. Vi avverto che potrei fare una seconda parte. (MAGARI più corta).

mi soledad

ieri mi hanno invitata a passare un weekend fuori madrid. tre giorni a cazzeggio in una cittadina di mare, con tanto di letto aggratis. e io ho rifiutato.
ebbene sì. perchè? porchè ho il terrore di una compagnia non desiderata. ho paura dell’orribile vuoto che mi riempie il petto quando non mi sento a mio agio.
perchè questi due fanciulli, che hanno avuto il buoncuore di invitarmi, per quanto cari, non li conosco abbastanza. e io non posso rischiare. non posso rischiare di cadere in uno sconforto esistenziale totale e DEVASTANTE.

ALT!
calma.
un momento.
ragioniamo.

qualche giorno fa si parlava della bellezza dello stare insieme e, mentre leggevo le parole del caro ciccio (se non m’inganno), pensavo proprio alla solitudine. evidentemente anche felice sciosciammocca. o forse no. forse è un caso, interpretato male.

e mi viene da pensare a quando sola ad un concerto ero io.

o a quando camminavo per bruxelles con un freddo porco un weekend di gennaio.
o ancora a quando me ne andavo a spasso sulla quinta strada di manhattan.

e non vi cito questi eventi per bullarmi dei miei giri intorno al mondo, ma perchè davvero se penso alla solitudine, non mi viene in mente il tragitto casa-scuola. e questo perchè quel pomeriggio gelido in belgio, quella mattina a new york e quella notte a sentire ellen allien, ero più sola che mai. ero sola perchè mi mancava qualcuno.
e con questo non significa che siano stati momenti tristi, affatto. ma la gioia data dalla vera condivisione della bellezza vince su qualsiasi libertà e su ogni senso di onnipotenza.
detto questo, resto fan della solitudine come scelta, pur non avendola scelta spesso.

sono più le volte in cui sola sono stata per necessità, per costrizione e ho imparato a conviverci, a starci anche bene. perchè la comodità della compagnia è come una bella poltrona, da cui non hai motivo di alzarti. e allora stai. stai. e stai bene.
ma intanto cosa ti stai perdendo?
mi devo inventare ogni giorno qualcosa da fare, un motivo per uscire, anche quando al decimo giorno che giri solo per la città come un pirla, pensi che ti sei anche un po’ rotto le balle.
ma è un’autostimolazione continua: cerchi il bello, cerchi qualcosa da raccontare, cerchi qualcosa di speciale per giustificarti quell’uscita. e di roba bella ce n’è in giro, ve lo assicuro.solo che non la cerchiamo.

io mi son persa, non so voi.

comunque non ci vado al mare.

ora metterò un link, pur sapendo che nessuno di voi lo vedrà. e anche quei pochi audaci che ci proveranno, al secondo minuto si stuferanno. anche perchè è tutto in spagnolo.                                                                                                                                                     luca, almeno tu, provaci, ti prego. perchè questo signore qui ne sa a palate.

e per i meno audaci,ma comunque temerari.

Ms Squilibrio

Sogno o son desto?

Avete mai fatto confusione tra sogno e realtà?

Spesso penso o ricordo qualcosa, un avvenimento, un impegno, un profumo e a volte non sono sicura se quel ricordo sia reale o provenga da un sogno, oppure mi capita di pensare di aver parlato per ore con persone con le quali in realtà scambio a malapena un saluto imbarazzato. E così anche nei sogni, sono tanto sicura che siano realtà da disperarmi per incidenti mai avvenuti o morti fittizie, altre volte invece al contrario agisco in sogno con la chiara idea in testa che tutto cio’ non sia reale, perché sogno, perché esistente solamente nella mia testa, e tutto viene quindi determinato da un impulso liberatorio.

Sono uscita di casa tratta in inganno dal suo genio e come me tutti quelli giunti in quella chiesa. I soffitti sono pericolosamente alti, di quelli che fai fatica a scorgere le volte per quanto si confondono l’un l’altra nel buio. L’ambiente e’ freddo e umido, quello tipico angosciante delle chiese insomma, e le candele, che sembrano non consumarsi mai, illuminano l’ambiente per i giorni successivi.
Nulla accade. Io e gli altri (come chiamarli??) ostaggi, passiamo le prime due notti chiacchierando quasi amabilmente, cercando di conoscerci e di passare il tempo, immersi in una totale irrealtà nella quale non abbiamo fame ne sete, non dormiamo e di certo non andiamo in bagno. Cosa ancora più strana nessuno si domanda se sia possibile uscire di li’, perché lo sappiamo: non si può.

E quindi l’inferno comincia. Purtroppo (be’, diciamo per fortuna per voi), non sono in grado di razionalizzare gli avvenimenti accaduti quel terzo giorno nella chiesa. Si crea una successione di stati mentali di paura, tensione, fuga, lotta, imprevedibilità degli eventi. Le violenze sono fisiche, o forse mentali, o forse semplicemente lui trova il modo di torturarci in entrambi i modi. L’apice della nostra lotta contro di lui, per scappare o semplicemente sopravvivere, e’ quando lui pugnala me e un altro ostaggio nella pancia per sei volte. Ovviamente non si muore per una bazzecola del genere, così non ho nient’altro da fare che chiedermi perché sei, quale significato possa avere, quale sia la ragione di questa scelta.
Dopo questo scontro tutto si acquieta. Lui e’ sparito, noi usciamo dalla chiesa, lentamente, senza fretta e ci dirigiamo verso amici e parenti preoccupati.

Mi sveglio aprendo gli occhi lentamente, nessun movimento inconsulto, nessuno spavento. La casa e’ silenziosa, fuori e’ buio pesto e io ricordo tutto, riesco a sentire e provare ancora ogni cosa chiaramente, nulla sembra essere stato turbato dal fatto che sono passata dal sonno alla veglia. Rimango pochi secondi sdraiata sul letto, poi mi alzo, apro la porta di camera mia, accendo la luce del corridoio e rientrando la richiudo. Lo aspetto fissando il taglio di luce sotto la porta di camera mia stringendomi un cuscino sulla pancia.

“So che la chiesa esiste, e’ fatta di pietra, e’ reale; ma so anche che se io non sono li’ anch’essa sparisce”

 

Araf

fenomenologia di una giornata inutile

Sono le sette di sera e sto fumando la prima sigaretta della giornata, di questo non frega un cazzo a nessuno, ma sono cose importanti.

[Fenomenologia di una giornata inutile.]

E’ la quarta volta che vedo l’orario con ore e minuti uguali, questa storia mi ha rotto i coglioni, è giunto il momento di decidere se sia un presagio di eventi nefasti o il contrario.

Sono le 19.19, e anche di questo non frega un cazzo a nessuno.

Leggendo “Mente e cervello”, rivista di psicologia, pare -dico- pare che sia facilissimo associare avvenimenti della vita quotidiana trascurabili a particolari attività cerebrali di cui siamo all’oscuro.

Per esempio nell’intestino si accumula serotonina, cioè, l’ormone della felicità si accumula nella nostra cacca.

Pensiamoci.

Adesso è da capire dove volgere la mia, e di conseguenza, purtroppo per voi, anche la vostra attenzione. Proprio non lo so, perchè questa è davvero una giornata inutile.

Ci sono quelle giornate completamente inutili in cui ci sentiamo completamente inutili e in cui tutto ciò che facciamo risulta attività inutile, nonostante sia inquadrata nel contesto della tipica inutilità costruttiva di noi giovani? Ci sono, si.

4 ottobre 2012, San Petronio, Bologna in festa. Università chiusa. La casa è sporca va pulita.

Scommetto che era Ciccio che poca fa parlava di Proudhon.

Farò il giochino, ho una giornata facile da riepilogare e da scannerizzare.

Prendo questo giorno e lo spoglio della presenza degli amici. Amici che, ci tengo a dirlo, sono il Pica e il cosiddetto Chiarino, che hanno venduto il giorno all’inutilità esattamente come me, a parte un tristissimo tentativo picardiano di iniziare a scrivere la tesi alle 18, dicendo ad alta voce “dovevo iniziare stamani”, preceduto da un “inizio domani”.

Il mio pretesto per evitare qualsiasi impegno è stato fin da subito un fastidioso mal di testa.

Le attività principali sono state:

mangiare (purè, spinacina, insalata) fin troppo

ritagliare foto stupide da riviste (tornando una sedicenne)

leggere a spizzichi e bocconi articoli di dubbio interesse (quelli ineteressanti li ho tenuti da parte per un altro giorno)

pulire il cesso (con non poche difficoltà)

ascoltare musica a random dall’altra stanza (passando da Aloe Blac a Apparat senza la giusta preparazione psicologica, maledetto iTunes)

Avrei potuto studiare, senza dubbio, o comunque avrei potuto stimolare la mia mente in modo molto più nobile.

Ecco, il fatto è che sono ancora in pigiama, e questo è di per sè uno scandalo, per me e per chi mi conosce bene. Non perchè io mi vanti di svolgere chissà quali attività vestendomi e uscendo di casa, sono più che capace di rendere inutile una giornata indossando scarpe, occhiali da sole, e bevendo un caffè dietro l’altro. Bere caffè mi induce solo a fare cose stupide più velocemente.

Oddio, “che palle!”, direte, e dico anch’io.

Ma vi pare sensato decidere di pubblicare una cosa così inutile sul blog? Ho detto che avrei fatto il giochino e poi non l’ho fatto. Se fossi stata sola sarei stata peggio, su questo non ci piove.

Ma adesso, di riflesso, parlerei volentieri della solitudine, dell’energia che scatena la solitudine.

Prima che andiate a finire nel corridoio della depressione… anche se sono sicura abbiate già smesso, giustamente, di leggere questa nenia straziante priva di capo e priva certamente di coda.

Per i superstiti, quello che mi appresterei a dire, è che la solitudine va incoraggiata.

Cercherò di non piombare in tutte le banalità trite e ritrite riguardo l’argomento, prima tra tutte: saper stare soli significa stare bene con se stessi. Non so neanche se sia vero in fondo, ma un po’ tutti lo pensiamo. Ma comunque nelle solite banalità ci cadrò, lo sappiamo tutti.  La cosa a cui penso di più ultimamente è esattamente questa: quante cose ci precludiamo perché ci impaurisce la prospettiva che saremo soli a farle?

Possiamo non entrare in un bar per prendere un caffè (ancora con ‘sto caffè, è una fissazione), perderci una qualche festa, un concerto, non partire per un viaggio, non partecipare a un corso di ballo (bah, eccetera). Pare che tutti si corra e ci si affanni per circondarci di persone, ma proprio sempre è un piacere puro, reale e disinteressato?

Se spesso il gruppo sprigiona un’energia insostituibile di pura gioia condivisa e quindi di felicità indiscussa, talvolta nasconde un grottesco bisogno di impegnare i nostri cinque sensi in ciò che conosciamo bene, per poter gestire il disagio che ci pone davanti una qualsiasi situazione nuova o inaspettata.

Certo. Un caffè, un concerto, un viaggio, spesso perdono la loro connotazione positiva una volta persa la possibilità di condividerli. Ed è questa una cosa bella. Ma non sempre mi rassegno all’idea che si sia così dipendenti l’uno dall’altro, sarò individualista. Me lo disse qualcuno tempo fa. Ma vedo che succede a molti di trattenere tanta energia tra i denti, come se lì fosse inciampata, e di perdere occasioni, occasioni perfette per avere contatti disinibiti con se stessi, prima che con gli altri. Forse si intende questo quando si dice che saper stare soli significa stare bene con se stessi, perchè stare bene con se stessi forse significa sentirsi liberi con se stessi (almeno).

Questo c’è qualcuno di noi che può affermare di essere in grado di farlo?

O siamo tutti in qualche modo incastrati nella maschera e nel personaggio che ci siamo creati e che ci hanno in un modo o in un altro cucito addosso? Quando possiamo dire di agire per contrastare l’immagine storpiata che qualcuno ha di noi, e quando invece la stiamo alimentando? Possiamo davvero rendercene conto? E allora sdiàmoci: chi siamo? Cosa facciamo? Dove stiamo andando?

Aaah, ‘che palle’, direte, e dico anch’io. E sto pericolosamente divagando.

In contesti di attesa parliamo tutti a vanvera. Stare in coda alla cassa del supermercato, aspettare l’apertura dei cancelli ad un concerto, ci induce a scegliere argomenti che possano durare poco e che presuppongano la repentina, spesso ovvia, reazione dell’interlocutore, mantenendo il livello del discorso molto in superficie.

Si, sono un po’ ripetitiva, ho in mente il caffè e i concerti oggi.

Allora vi racconto quest’aneddoto, così magari mi passa la fissa (l’unica cosa da fare quando hai in testa una canzone è ascoltarla):

ero al concerto dei Radiohead, lo scorso 25 settembre, ed ero sola, effettivamente non a caso. Proprio in coda per entrare avevo dietro (intorno, sotto, e sopra) persone che da sole non erano. Non voglio risultare estrema, tanti saranno stati in compagnia per scelta, con un desiderio puro e disinteressato di condivisione, ma tanti non avranno saputo con chi andare e avranno supplicato qualcun altro, o tanti si saranno trovati , più per caso che per voglia, con altri amanti dei Radiohead con i quali avevano poca confidenza. Come si fa a condannare tutto ciò? Non si può, soprattutto non posso esimermi da questo tipo di contingenze nelle quali mi sono trovata infinite volte.

Però oggi non riesco a non essere pesante.

La fila per l’apertura si muoveva molto lentamente, si può dire che fosse semi immobile, e loro continuavano a dirsi, ogni minuto che passava:“dai, forse ci si muove..” ,“dai, forse piano piano….”. si sono chiesti almeno tre volte vicendevolmente: “saremo nella fila giusta?” 

Immaginatevi frasi di questo genere ripetute una dozzina di volte nell’arco di venti minuti.

Con questo si potrebbe dirmi “cosa pretendi che uno che sta per ascoltare il concerto dei Radiohead si metta a parlare di massimi sistemi?” Cercate di capirmi, sto facendo giri di parole sconclusionati e inutili per dire solo una cosa, banale, trita e ritrita, il cuo fulcro è solo uno: “Le parole sono importanti”.

Sono ancora convinta che non ci siano più superstiti e che tutti abbiate smesso di leggere la fenomenologia di una giornata inutile, che è essa stessa coerentemente inutile, ma io ad una conclusione sono giunta:

vedere così spesso l’orario con ora e minuti uguali non presagisce nè eventi nefasti nè chissà quale fortuna, significa solo che ho troppo tempo da perdere.

Trascrivo l’unica cosa che vale la pena d’esser letta di questo post:

“L’unico status mentale, spirituale e talvolta necessariamente fisico, in cui si riesca a ottenere un contatto con l’assoluto, dentro di sé e fuori di se stessi. Intendo la solitudine come scelta, non l’isolamento che è sinonimo di abbandono e quindi di una scelta operata da altri. Personalmente mi considero la minoranza di uno e spesso trovo nella solitudine il modo migliore, forse l’unico, per preservarmi da attacchi esterni tesi anche inconsapevolmente ad interrompere il filo dei pensieri o a disturbare le sempre più rare vertigini di qualche sogno.”  Fabrizio De Andrè