Archivio per settembre 2012

oggi va così.mi spiace.

“io voglio tutto quello che c’è, il mondo e il suo amore, non voglio scegliere. voglio poter partire, voglio poter rimanere, poter fantasticare senza nessi e in qualunque posto.”

una signora, sulla cinquantina capello corto brizzolato.minigonna. giacca nera di pelle con borchie brillantinate. calze a rete e stivali tacco dodici, neri, brillantinati, in tinta col giubbino.

un cumulo di uomini in frac e donne dai vestiti apparescenti davanti a una chiesa.

negozi specializzati in articoli sadomaso.

ridendo e scherzando è quasi un mese che sono in questa città. nemmeno al prado sono ancora stata.che vergogna.
eppure mi sembra di aver visto così tanto.

camminare senza meta, sedersi su una panchina e guardare la gente.
è la prima volta nella vita che sento di provare interesse per il genere umano in quanto tale.
imparare ad osservare le persone, a capire come e perchè agiscono.non è mica una cazzata.

forse non è stata proprio una puttanata iscriversi a ‘sto corso di antropologia. dai.

“è il popolo che inventa la discussione, che inventa la critica. guarda al passato e crea la storia; gurda al futuro e crea le utopie.”

è inutile far finta che ci siano delle pretese. sapevamo tutti che poter parlare di tutto significava non parlare di niente.

è mondo accumulato

e il mondo prega di essere per il sole

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Un’ora di niente

Mi accodo al periodo dei primi interventi. Mi sforzo ma non aspettatevi molto, perché sostanzialmente non ho niente da dire.

Cerco però di essere originale, più o meno. Invece di mettere una canzone alla fine che poi a metà smettete di ascoltarla perché non vi piace ve la metto ora e vi costringo a usarla come sottofondo durante la lettura.

http://youtu.be/TSBs-hiapo4

Probabilmente a metà smetterete di ascoltarla lo stesso, comunque….

La mia domanda è: siete mai stati senza fare niente?

Ma non intendo il sentimento post-esame “ah oggi non faccio proprio un cazzo”. E non intendo nemmeno: “mi iscrivo al Dams, così per 3 anni non faccio proprio un cazzo”. Intendo proprio niente. Io sì (così iniziano i racconti migliori)

Ero a Roma (evito di tirarmela anche se dovrei). Le 11.30 di mattina, dovevo aspettare le 13. Da solo. Un centro commerciale davanti al luogo dove dovevo dirigermi. Dopo mezz’ora passata su un divanetto a leggere, le mie orecchie implorano pietà: ero vicino ad un negozio di vestiti e sfortunatamente le conversazioni delle ragazzine che mi passavano accanto sembravano assomigliarsi un po’ tutte. “E cioè io gli ho detto, a fijo mio ripijate…e quello cioè niente ma proprio…e che je devi dì….cioè va così, ma io che potevo fa…e poi quell’arta non te dico…li nervi cioè…”.

Sono uscito, ho trovato una panchina in piazza di Cinecittà, e non lasciatevi ingannare dal nome: fa cagare.

Mi sono seduto, erano le 12. Un’ora. Credetemi un’ora senza fare niente. Non ho letto. Non ho ascoltato musica. Niente. Immobile.

Durante quest’interminabile ora, all’improvviso, un essere enorme mi finisce sul collo. La mia faccia credo sia inimagginabile, agito a caso le mani per eliminare l’aggressore. Era una foglia. Mi ricompongo e mi guardo intorno. Solo un ragazzo straniero su un’altra panchina mi stava osservando. Sulla sua espressione il vuoto: niente stupore, nessuna risata. Pericolo scampato. Quel poco di dignità che può avere un ragazzo seduto oramai da mezz’ora su una panchina senza far niente è salva.

Un uomo parcheggia la macchina sul marciapiede. Esce e inizia a correre. Pochi minuti dopo con una lentezza incredibile una vigilessa comincia a girare intorno alla macchina. Non capisco se sta per fare una multa o se ha intenzione di comprarla. Mi toglie subito il dubbio e lascia un simpatico fogliolino sotto il tergicristallo. Poco dopo l’uomo torna di corsa. Non si accorge di niente, entra in macchina e con una partenza da formula uno si allontana. Mi immagino la sua reazione: “gliel’ho fatta anche stavolta!” mentre il suo sguardo piano piano finisce su quel fogliolino bianco e l’espressione sul suo viso cambia drasticamente.

Uno strano rumore alla mia sinistra. Mi giro. Una coppietta che limona. Una coppietta di ninja perché non li avevo sentiti avvicinare. Evidentemente ritenevano che due metri fosse la distanza necessaria per non far sentire in imbarazzo “il ragazzo sulla panchina”. Evidentemente si sbagliavano. Ogni pomiciata scandiva i secondi che passavano lenti. E hanno vinto loro: sono tornato al centro commerciale. Fortunatamente solo per pochi minuti.

Finito il mio appuntamento (stringo i denti e continuo a non tirarmela) salgo sulla metro. La metro a Roma è sempre uguale. La gente è incazzata, nessuno parla, si muore di caldo e poi all’improvviso: “SIGNORI! Per favore vi chiedo una mano, un aiuto un piccolo aiuto, ho fame perfavore…”. C’è chi guarda per terra, chi fa quasi finta di essere cieco o sordo e c’è qualcuno che tira fuori una manciata di spiccioli. E poi ci sono io. L’uomo si avvicina, mi guarda, ritrae la mano e mi sorride: “Tu…tu sarai un ottimo padre.” E poi si allontana. Ero quasi tentato di chiedergli se per caso avesse notizie della madre. Ma semplicemente, mi ha preso alla sprovvista.

Vi starete chiedendo: qual è la morale? Perché raccontare tutto ciò?

Io non so rispondervi. Forse questa è una semplice dimostrazione di quanto si possa scrivere senza che ci sia niente da raccontare. O forse di quanto poco avessi da raccontare e di quanta voglia avessi invece di scrivere.

Io comunque ve l’avevo detto che non avevo niente da dire.

PS: Forse la canzone era meglio lasciarla alla fine dato che non trovo la “frase di chiusura”. Che vi devo dire…immaginatevela voi.

*frase di chiusura*

Concisa e Pregnante

Ed io arrivo in ritardo. Ieri sera, temporeggiamento PRE-Uscita-uhouhuo-siamo-erasmus-e-ci-dobbiamo-divertire, ricerca di un’attività breve, “concisa e pregnante” avrebbe detto il mio professore, ritorno sul blog che ero sicura sarebbe stato triste riaprire, una paginetta piena di buoni propositi, che rimane là, sola, triste e ribadisce il fallimento della nostra generazione.. E INVECE NO. Si è aperto un mondo, attività “ coincisa e pregnante” diventa, così come le mie versioni di greco, elucubrazione infinita e soprattutto scorrere delle lancette e voglia di rimanere a casa. Non so perché abbia deciso che la metafora del mio primo intervento debba essere il professor Laface, che tra l’altro odiavo, comunque continuo nell’impresa. Come ogni volta, il foglio strappato dalle mani, il tempo è esaurito. Mi precipito giù, bicicletta, rispettiamo i semafori, piedi ai pedali, stivali, pioggerellina ormai familiare, Oster Farimsgade, le mie sinapsi sono altrove: “Antigone sarà morta nella caverna?”

[per inciso:”hi, where are you fr..,-“So call me maybe ♩”- Oh,Pullia-fantastic!”].

Ritorno verso casa, deliberata scelta di una canzone che sia homesickness and the english speaking cede il passo al mio letto rigorosamente di dimensioni danesi, cuscino quadrato, trapunta troppo piccola e lettura tutta ad un fiato.

Essì Maria, ti aggiudichi il titolo di sfighella. (Ma la mia canzone-casa è questa: http://www.youtube.com/watch?v=ez75GMRD4bQ)

Avrei voluto scrivere un intervento degno di esser definito tale, magari un pensiero profondo, spacciarlo come citazione, sembrare intelligente.. ma per ora solo questo.

Πάντα προς τα μεγαλύτερα

Il casoìn e l’Iphone

In un piccolo paesino dell’entroterra greco, sotto la provincia di Ioànina, il giorno di ferragosto mi sono trovato nell’unica caffetteria aperta a consumare la colazione, un’ abbondante fetta di torta, probabilmente preconfezionata, e un succo d’arancia. A lato erano sedute l’anziana proprietaria del locale e due amiche che con lei, apparentemente,  condividevano l’età e quindi gli anni passati in quella piccola realtà periferica.
Il 15 agosto rimane, nella cultura popolare greco-ortodossa, un giorno di vitale importanza in cui si celebra, come nella religione cattolica, l’Assunzione della vergine Maria, in cui i parenti più prossimi tornano dai vari principali poli attrattivi dell’immigrazione quali Stati Uniti, Germania, Australia e Spagna. Tutto questo non per insistenza da parte dei familiari o per tacita richiesta, ma per spontaneo attaccamento alla tradizione che in qualche modo deposita, fin da subito, silenziosamente le uova all’interno dell’organismo e che, una volta partiti e lontani da quell’ambiente, si schiudono presentandosi alla coscienza come viscerale nostalgia.
Avevo appena conosciuto un professore italiano di arte bizantina, il quale contento di aver trovato degli interlocutori disposti ad ascoltare le sue analisi sociologiche degli abitanti della Grecia continentale, si ostinava a riversare sul tavolino quadrato le sue esperienze, maturate nel corso degli undici anni passati lì, e le sue conoscenze di occhio esterno ma al contempo interno, l’uno per natura, l’altro forse per spirito di adattamento. Mi spiegava della piccola bottega situata al centro della via principale, quella che nel mio dialetto è ancora chiamato “casoìn” e in italiano poteva essere un piccolo emporio, e di come questa rappresenti ancora il centro della vita sociale per quei pochi residenti rimasti, opponendo una, seppur flebile e ormai disillusa, eroica resistenza all’avvento dei supermercati e dei grandi magazzini ladri di tempo  e di essenzialità. La bellezza di questa casupola sta nella sua struttura in legno, nel suo epicentro rispetto al villaggio, nella sua piccolezza ( tre metri quadrati forse), ma soprattutto nella eterogeneità delle cose di cui è provvista.
Girando un po’ la testa noto molte saracinesche abbassate, diverse vetrine vuote dalle quali si scorgono negozi  svuotati e dismessi. Escludendo subito le ferie il mio pensiero compie un salto volto a cogliere il locale attraverso il globale, arrivando così a cogliere i sintomi di una crisi economica che proprio in Grecia ha avuto le conseguenze più nefaste. Sempre l’attento professore mi stende alcune cifre più o meno aggiornate: tasso di disoccupazione al 22% contando anche le “meglio-stanti” realtà insulari, taglio del 40% dei salari negli ultimi mesi, 400.000 bambini a rischio denutrizione su un totale di 11 milioni di abitanti. A colorare però fuori dai bordi di un quadro così chiaro e palese dipinto dalla crisi economica in quel piccolo paesino, accanto alle serrande abbassate e al piccolo emporio ormai impotente, è un colorato negozio di telefoni cellulari. Luccicante e giovanile, sicuro di sé e della sua presenza, forte della sua appariscenza e dei suoi i-phone esposti, quelli stessi i-phone che non tardo a trovare fra le mani dei ragazzi, giovani e meno giovani, che mi passano attorno.
Forse troppo adagiato su quella descrizione piena di coerenza a cui stavo dando piena ragione, il negozio della Vodafone, simbolicamente, mi è apparso come un pozzo nel deserto, a ricordarmi come la realtà si presti tanto facilmente a essere decifrata quanto a essere codificata e come questo processo sia considerato del tutto calibrato e sofisticato quando invece un minimo particolare riesce a demolire un intero castello mettendo in evidenza le fragili fondamenta . Così nei giorni avvenire mi sono concentrato in questo gioco di smantellamento di facili teorie, come l’infinito paradosso in cui, con ovvie banalizzazione gratuite, il povero, senza cognizione di causa, anziché beatificare la povertà sogna il benessere e la ricchezza e i mezzi attraverso cui consolidare socialmente questo status: una bella e grande macchina, una grande e appariscente casa in città, una vacanza in un posto turistico rinomato, un telefono costoso appunto … Al contrario il benestante cerca il contatto con la natura attraverso la povertà della campagna, va a mangiare in un agriturismo lontano dalla città, è attratto dai viaggi in località remote e non affollate. Sembrano passati secoli da quando un polemico Pasolini, dopo gli scontri di Villa Giulia, provocando si schierava dalla parte dei poliziotti, opposta a quella dei manifestanti, calandosi così nella realtà torbida non filtrata da ideologie sterilizzanti.
Convinto che una riflessione culturale debba quantomeno partire da quelle che sono le esigenze individuali  per risalire alla collettività e dato per assodato che la situazione occidentale comprende, o meglio è per la maggior parte costituita da, quella grande fetta di finti benestanti, che arrancano pur di esserci, peccatori di sola ingenuità, non ci resta altro che affrontare le conseguenze/i vantaggi che uno spesso comodo relativismo ci presenta. Riconoscerlo vuol dire anche ammettere che si è quel che si è a seconda di chi ci guarda e non per quello che in realtà si è, poiché, in fondo, questo essenzialismo non è riscontrabile.

Milonga mi amor

esco, mi dirigo verso casa. una coppia, gruppi di ragazzi, una signora a spasso con il cane, una ragazza con gli occhi smarriti in un altro universo e molti altri. apro il portone, salgo le scale. in salotto ci sono la mia coinquilina e due suoi amici, mi presento, mi siedo. due chiacchiere e a nanna. potrebbero essere le dieci, o mezzanotte, ma sono le sette di mattina. ho dovuto guardare l’orologio mille volte per poterci credere.

e se avete mai pensato che un erasmus può avere dignità, vi siete sbagliati.
quanta storpiaggine tutta insieme.
a parte che due persone che parlano una lingua che entrambi non dominano affatto è uno spettacolo di per sè pietoso. aggiungi eccessivo entusiasmo ed estrema gaudienza mischiati a sconforto e al desideio di scaccialo. ecco. un disastro.
e io non solo mi devo relazionare con cotanta indecenza, ma bensì ne faccio totalmente parte. che miseria questa vita.

bene,miei cari, sappiate che mi avete definitivamente perduta. addio. ciao.non torno più. il tango è diventato la mia vita.
e, ovviamente, sono finita nel gruppo di tango più assurdo mai stato creato.
uomini, donne,giovani, anziani. tutti che ballano insieme, a prescindere dal sesso, dall’età e dei gusti sessuali. immaginatevi un uomo enorme baffuto che si fa portare da una donna magrissima che indossa una gonna lunga.immaginatevi due uomini eterosessuali che ballano insieme con estrema passione. immaginatevi io che ballo con un ottantenne chiamato carlos.
ho trovato il mio habitat.


è un uomo che canta. storie pese.lo so.

Ms Squilibrio

Ho visto cose che noi non catalani non possiamo immaginare…

Questa Catalunya è terra passionale, quando ci si mette si dà tutta.

 

Ma la forza è nulla senza il controllo…

 

Oggi ho visto una cinquantina di persone costruire una torre umana:

sto parlando della tradizione ormai secolare dei castellers, ossia un gruppo di persone che si allena ad incastrare corpi umani uno sopra l’altro con lo scopo di arrivare il più vicino possibile al cielo.

Una base di persone più grandi e forzute fa d’appoggio ad altre il cui peso ed età diminuiscono in maniera inversamente proporzionale al piano raggiunto.

All’ultimo piano, che può anche essere il nono o il decimo, si trovano infatti dei bambini che hanno il compito di scalare, quasi simbolicamente al contrario, tutto l’albero genealogico: alla base il nonno, poi il padre, la madre, i fratelli maggiori per poi arrivare all’ultimo piano e fare ciao ciao con la manina a dio, come per dirgli “ è inutile che ti nascondi, tanto veniamo a prenderti..”

L’interpretazione di questa tradizione è in termini antropologici assolutamente inattendibile, ma in termini emotivamente soggettivi è pura verità!

Comunque la forza è nulla senza il controllo…

Ed infatti, nello smantellamento di questo sogno di arrivare a dio passando per i parenti, la bambina deve farsi scivolare lungo i fianchi di chi la reggeva…e ci sta, fa parte delle regole del gioco, la bambina è caduta.

Tranquilli, non si è fatta nulla!

Era ben protetta dal casco e dalle mani delle decine di persone che stanno alla base..

Però un gridolino l’abbiamo lanciato tutti…

 

La sera è trascorsa ad un concerto con mega palco, mega luci, mega sound, mega prato…

Ma la forza è nulla senza il controllo:

Infatti l’onore di aprire questo concertone è toccato ad una che durante la sua perfomance mi ha fatto venire in mente diversi aggettivi per descrivervela, e alla fine il risultato è stato questo:

La Laura Pausini catalana vestita di rosso vintage con una vena di trash, in salsa elettronica e supportata da una fase cortocircuitata della tecnologia visuale.

 

 

 

 

 

 

Vi ho lasciato un po’ di tempo per asciugarvi gli occhi dopo i pianti oceanici che vi siete fatti per esservi persi questo concerto, così almeno siete in grado di leggere perché mi trovavo lì in quel preciso istante:

 

Oggi, ( ieri, ndr [ vi giuro, non so cosa voglia dire, ma l’ho visto in così tanti giornali, che secondo me ha un senso mettercelo..] ), per la catalunya è stata una giornata storica.

Quasi due milioni di persone sono scese in strada per lo stesso motivo:

No, non andare al centro commerciale. Tecnicamente avete ragione anche voi, questa è una cosa che  succede tutti i sabato pomeriggio: puntualmente qualche milione di persone, appena finiscono le partite, si infilano in macchina e vanno tutti al centro commerciale.

Però questo è essere maliziosi, perciò farò finta di non sentirvi!

I milioni di persone di cui parlo io sono scesi in strada per un motivo un po’ più nobile, cioè l’indipendenza!

E badate bene che questa, l’indipendenza, è una cosa che o si fa tutta d’un colpo, o non si fa…non si può mica prendere a rate, come la playstation al centro commerciale!

Questo vuol dire che queste persone sono davvero convinte di quel che dicono!

Ora facciamo un rapido calcolo:

In catalunya vivono quasi 7 milioni di persone, di cui molti, ma davvero molti immigrati, a cui penso importi poco della spagna conquistadora.

Perciò quasi 2 milioni su quasi 7 milioni fa quasi il 30 percento…come se in italia si facesse una manifestazione di quasi 20 milioni di persone!

Quasi un sogno!

Tutti uniti, quelli di destra, quelli di centro, quelli al governo, quelli all’opposizione, quelli di sinistra, i movimenti studenteschi, e persino gli anarchici…

Ma la potenza è nulla senza il controllo:

Indipendenza..?

Ok. Ma per far che?

Un altro stato nazionale!

Ah, perché il problema è la grandezza dello stato, o lo stato in sé?

Addirittura oggi lo slogan era “ un nuovo stato nell’europa”.

Per dover di cronaca devo dire che c’è stata un’altra manifestazione indipendentista di sinistra che perlomeno non chiedeva l’ingresso nell’ue.

Cos’è che ci vedo di incontrollato in questo potenziale devastante?

Per me è una forza che va per una strada che alla fine sarà sbarrata.

Non che non possano ottenere l’indipendenza, ma se poi si chiede di mantenere il modello distorto riducendolo solo di scala, chi soffre adesso non vedrà questi grossi miglioramenti.

Comunque sono solo le impressioni di una giornata, sommarie, imparziali, superficiali e decisamente pregiudiziali.

Ma come dice il buon de martino, non dobbiamo avere paura di giudicare.

Era de martino, no?

…e quindi alla fine della manifestazione c’era il concerto!…

 

 

E per finire, conosciamo tutti la forza che ci dona una buona birra.

Però qualche volta può sfuggire il controllo…no?

Non è una domanda retorica, rispondete, per piacere..perché io non lo so, non ho ricordi di aver mai ecceduto.

Una volta al massimo, però in realtà ero ancora lucidissimo, perché riuscivo a vedere distintamente dove l’altro me andava a sbattere..

Chi ha perso il controllo questa sera invece era una bambinetta di circa 11 anni, che se ne andava in giro cadendo, ubriaca, tenuta su da un paio di amichette truccate che andavano un po’ meno oblique di lei.

 

Questo era l’ultimo esempio di come la vita può travolgerti senza che te ne accorgi,

per cui mi raccomando:

usate il preservativo,

non bevete dalle lattine senza prima aver pulito col ditino intorno,

e non fate sesso,

e non bevete!

 

 

dos de mayo

il 2 maggio 1808 i madrilegni combattevano con sassi e coltelli contro un esercito ben equipaggiato. il 2 maggio 1808 i madrilegni morivano uccisi da un esercito ben equipaggiato. il 2 maggio 1808 i madrilegni perdevano la loro indipendenza, cadendo così nelle mani dell’esercito napoleonico.

al di là della spontanea empatia che provo nei confronti di un popolo che perde la propria indipendenza difendendola col sangue, qualunque esso sia, non è per solidarietà spagnola che vi cito questi eventi. non è nemmeno per un improvviso interesse nei confronti della storia di questa città.
vi cito questi eventi che risalgono a due secoli orsono perchè a questa giornata è dedicata una piazza. una piazza molto speciale di cui mi sono innamorata.

dopo due anni vissuti in una città dove i bambini e le famiglie sono esiliati in luoghi sconosciuti e dove i vecchi compaiono solo nelle vesti di proprietari immobiliari o cortesi negozianti, ho finalmente una nuova occasione di vera condivisione.

alle 8, quando il sole non è ancora tramontato, ma inizia a tirare una fresca brezza, plaza dos de mayo scoppia di vita e colori. bambini che giocano a pallone, vecchi in ciabatte che parlano tra loro e giovani che beveno birra. tutto e tutti insieme. nessuno escluso, dagli zero ai cento anni. dai cinesi agli angolani. è come se tutta la vita -o forse tutte le vite possibili- sia concentrata in qualche metro quadrato.

e io mi perdo per ore seduta ad ammirare lo spettacolo dell’umanità varia. e mi sento bene.

alvaro ha 22 anni. indossa sempre gli stessi abiti, molto eleganti, troppo pesanti per questa stagione.giacca,dolcevita,pantaloni e scarpe marroni. ha sempre una birra in mano, la barba e un ciuffo spettinato in testa. ogni giorno, a qualsiasi ora è seduto da qualche parte in plaza dos de mayo, solo.lo noto, lo osservo,ma lui sembra non curarsi nè di me nè di nessuno.
un giorno si avvicina, mi chiede se voglio avere figli, mi chiede se dormo nuda. lui sì.mi chiede cosa penso dell’immaginazione. parliamo per una mezz’ora.
“devo andare” dico, dispiaciuta. lui mi saluta, un po’ deluso, si alza e se ne va.

mercoledì, ore 22.00. arrivo in piazza, sento un musica flebile, mi avvicino ed eccoli. una ventina di persone tra i 20 e i 40 anni ballano il tango, seguendo le note di un piccolo stereo appoggiato a terra. a fianco i bimbi continuano a giocare a calcio, i ragazzi continuano a bere birre e i vecchi a chiacchierare in ciabatte. e a me batte forte il cuore, perchè, lo sapete, alla fine sono una romanticona. ballano, ballano in piazza, in mezzo alla gente, indisturbati, come se si stessero lavando i denti nel bagno di casa loro. niente di più facile. sembra che facciano solo quello nella vita, sembra che ogni mercoledì compaiano sulla piazza, per poi sparire dopo qualche ora e ricomparire solo la settimana successiva.

mi iscriverò ad un corso di tango.
mon dieu.

se passate per madrid, venitemi a cercare in questa piazza. male che vada, incontrerete alvaro.

Ms Squilibrio