Archivio per agosto 2012

home sweet home

è un po’ di tempo che mi trovo a riflettere sul concetto di casa.

sarebbe bello poter inserire una bella parentesi antropologica su come si dica casa in tot lingue, che concetto racchiuda nelle varie culture, eccetera eccetera. ma purtroppo è ancora agosto e io sono sempre a milano.

ho pensato a lungo che casa mia fosse il luogo dove sono cresciuta, dove ho passato gran parte della mia vita. milano, città studi, via boccherini, birrificio lambrate, via valvassori peroni,magnolia,supermercato della scarpa,quintino di vona,clericetti,carducci e compagnia bella. tutte parole legate ad immagini, eventi, dettagli,persone che fanno parte di me, le fondamenta della mia persona. eppure son quì da un mese e tutte queste cose, questi ricordi, queste persone sono lì in una teca, appesa ad un muro, rilegate ad un contesto che amo profondamente, ma che ormai appartengono ad un passato che fu, e che non è più. il vestito preferito, quello che va bene in tutte le occasioni, anche se e proprio perchè è un po’ sgualcito, ad un certo punto non mi sta più tanto bene. forse un po’ largo, forse un po’ corto (si lo so, in realtà è quasi sempre troppo stretto).

e se non può essere casa questa, allora mi viene facile credere che prima o poi tutte le case diventeranno scomode, non importa per quanto tempo siano state lì ad accogliermi ogni giorno, non importa quante persone, non importa niente. ad un certo punto apparterranno al passato e saranno improvvisamente già troppo lontane.
sconforto a palate.

eppure poi basta un attimo, un odore, una parola, una canzone.
non importa dove sei, da quanto sei lì, nè perchè. improvvisamente eccola lì: CASA.
conforto a palate.

questa è molto casa

Ms Squilibrio

p.s. per un attimo ho rischiato di chiedervi di mettere, se avete voglia, la vostra “canzone casa” della settimana, anche per interagire tra noi e non solo lanciare bottiglie in mezzo al mare. ma poi l’ho trovato così squallido, che ho preferito evitare. se vi venisse spontaneo sarebbe carino.

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Per viaggiare ci vuole karma ed acqua fredda.

Sì, vabbé..
Ci provo…

Parlo tanto, ma scrivo poco…
Com’è che si fa?
Di che si parla?
Ci penso tanto e lo limo alla perfezione, o lo lancio nel mucchio senza nemmeno rileggerlo, perché poi mi sembrerà sicuramente banale?

Non l’ho mai fatto, ma penso che sia più o meno come tutto il resto delle cose nella vita:
le prime prove spiccheranno magari per la volontà, ma non per lo stile…

Provando s’impara…

Mi sento impacciato come al primo bacio.

 

Mi costruisco nella mia testa un rigidissimo filo logico che si disfa davanti alla tastiera ( allora, forse, dovrei provare a scriverlo prima a penna e poi a ricopiarlo…)

 

Ma allora, scrivo sullo scrivere, o scrivo su qualcosa?
Forza, coraggio…In fondo non è che non si siano fatte esperienze ultimamente!

Sono arrivato in autostop in Montenegro…(uh,figo!)
Sì, vabbé…sai quante ne ho già sentite di queste storie?

Sto per lasciare Bologna, e qundi amici e affetti, per trasferirmi da un’altra parte! (uh, figo!)
Se, lo fanno a migliaia ogni minuto oramai…

Oh, ma allora non mi va bene niente!??

 

Questi sono i fatti, di altri non ne ho (magari un giorno scrivo un racconto di fantasia, così sono immune dalla banalità dei fatti quotidiani! )

 

Eppure per me non è tutto così neutrale, e allora voglio sforzarmi di trasmettervi qualcosa, o forse voglio forzarmi a far venir fuori più nitidamente questi sussulti che sento dentro.

Autostop:

Bello viaggiare…

Bello fare le vacanze low cost…
Campeggio libero, così non pago a nessuno il mio bisogno di dormire su questo pianeta…
Fornelletto, così si mangia quando e dove vogliamo e non solo e sempre panini…
Eppure si spende parecchio lo stesso, a conti fatti..

 

Cos’è che ci frega?

Lo spostamento!
Andare da un punto A ad un punto B costa sempre molto.

Quello che potremmo spendere per goderci un concerto, o prendere un libro in una bancarella, o bere il liquore tipico in un’osteria, invece l’abbiamo dovuto dare al controllore di turno.
O così, o multa come se avessimo disegnato i baffi alla gioconda!

 

Scusa, ma non ci sto..

Mi sento un po’ derubato, di sicuro treni e macchine non si muovono ad aria compressa, ma è oscenamente palese che ci stai marciando su…

 

E allora?
Si prendono le multe ad oltranza?
Non è un buon piano, prima o poi verranno a reclamarle…

Invece di spostarsi con un mezzo, inscatolati con altre persone, viaggiamo direttamente con altre persone!

Le macchine e i furgoncini non si muovono da soli, oltre alla benzina hanno bisogno di qualcuno che le guidi..e fino ad oggi questo qualcuno dev’essere ancora in carne ed ossa!

Allora cerchiamo di intercettare questo qualcuno: fermiamoci ad un incrocio, pollice alzato e cartello in mano, sperando che alla guida oggi si sia messa l’umanità, e al posto passeggero ci sia la solidarietà…

E, impossibile da credere, il mondo è ancora pieno di gente che uscendo da casa prende su il cellulare, il portafoglio, e poi perfino un po’ di curiosità e fiducia per il prossimo!

 

I primi ad essere equipaggiati di fiducia a pazienza dobbiamo però essere noi, quando siamo fermi sul ciglio della strada non stiamo affrontando solo la naturale diffidenza che una persona può provare, ma anche, e soprattutto, stiamo sfidando la cronaca di giornali e telegiornali e la frenesia che sembra muovere tutto.

 

Alla fine però gli sforzi son sempre ripagati:
io credo nell’equilibrio del karma ( niente libri sulla spiritualità, solamente guardavo “My name is Earl”! ), perciò quello che bisogna evitare è di insultare qualcuno solo perché non decide di darci un passaggio, anche se va nella nostra stessa direzione, ok..

Sì, anche se ha la macchina vuota…nulla, calmi e serafici..
Vabbé, poteva anche avere la macchina targata come la città dove volevamo arrivare, ma non è un buon motivo per augurargli che gli scoppino le ruote a centottanta all’ora in curva in autostrada…
No, no..respiriamo, tranquilli…

Basta teoria, un po’ di pratica, così magari facciamo contenti anche gli scettici:

Il nostro primo giorno di autostop è andato così:
Ore 10: fermi a Sibenik col sorriso sulle facce, aspettando che qualcuno ci portasse a Split.
Ore 17: ancora fermi a Sibenik facendoci forza a vicenda e mangiando qualche fico rubacchiato sugli alberi…
Ore 20: qualcuno ci raccoglie e ci porta ad appena 13 km da sibenik, e si dorme in una baietta di fronte ad un complesso di case estive mangiate dall’edera…

Come avremmo dovuto sentirci a fine giornata?

Non eravamo proprio gli esseri più felici della terra, ma a tutto c’è una spiegazione, quindi piuttosto che arrabbiarci, cerchiamo di capire il perché…

Da inguaribili fricchettoni pensiamo che Chicchessià ci abbia voluto mettere alla prova.

Il giorno dopo ci riproviamo: ancora un po’ scossi dalle 8 ore sotto al sole del giorno prima, ma di nuovo fiduciosi.
E tutto va come deve andare ( perché se si può citare nonno Libero, mi sento in diritto di poter citare max pezzali! ).
Non abbiamo mai più aspettato più di mezzora, e da Split siamo arrivati in Montenegro in un giorno e mezzo, compresa la visita d’obbligo a Dubrovnik!

 

Certo, una serie di fortunate coincidenze ( ma è così che si va avanti! ).
Conoscenze interessanti e persone davvero amichevoli…

Però il cerchio si chiude col viaggio di ritorno, il perfetto contrappasso per una Sfortuna che aveva voluto sbarrarci la strada all’andata:

 

11 Agosto, mattina: Vorremmo essere in Italia entro il 13, per andare a trovare degli amici a Codroipo, un paesino in Friuli.

Calcoliamo circa due giorni di viaggio.

11 Agosto, metà mattina:

Siamo al confine tra Montenegro  e Croazia da circa mezzoretta;

si ferma una macchina: è un operaio kosovaro che torna in Italia per lavorare!
Facciamo tutto il viaggio con lui ( frigo in macchina, così abbiamo anche l’acqua fresca! ).
Lui è in viaggio dalle 4 del mattino e calcoliamo di essere in Italia verso le 10 di sera;

il nostro amico Xhavit dice di essere stanco e che non arriverà fino a Brescia, ma che andrà a dormire da una sorella…

Qui arriva il Karma:
dove abita la sorella?
…………………..

…………………

………..

….

A Codroipo!

Naturalmente!

Mica abbiamo aspettato sotto al sole 8 ore per nulla, ecco perché..
Ma per beccare un passaggio di 875 km in un giorno solo…

Morale della favola,
abbiamo percorso circa 1300 km spendendo dieci euro di pullman per uscire dalle città grosse, più dieci euro di grappa per ringraziare il nostro amico kosovaro!

Il trucco sta nel non arrabbiarsi e rimaner sereni, anche se quella coppia sul furgoncino blu ti è passata davanti a Zadar, anche se poi ti è passata davanti anche a Split, e se non si è fermata a Dubrovnik mentre tu facevi autostop…
No, no..neanche con loro!

Grrrrrrr….. 🙂

 

 

ready or not here i come

sono una persona di poche parole.
sono una persona di troppe parole.

mi chiedo dal giorno in cui è entrato in funzione questo blog cosa avrei potuto metterci dentro, cosa valesse la pena raccontare.

pensavo di parlare del mio viaggio a Lisbona, di quest’esca a cui ho abboccato un anno fa e che finalmente ha potuto trascinarmi per i suoi su e giù senza che le mie infradito si stancassero, senza che i miei polpacci cedesso a quel bianco saliscendi. una città che non vuole stupire, che rimane incredibilmente popolare, nonostante il turismo, dove le persone rimangono incredibilmente burbere, nonostante il tuo sorriso. niente finzioni, niente falsità.

poi ho pensato che tutta la città è troppo grande e che avrei finito col dire tutto e niente.”bisogna delineare bene e restringere il campo di ricerca!”. mouraria è il quartiere che più mi ha affascinato. cinesi, angolani, capoverdiani e magrebini, tutti insieme in un crogiuolo di viuzze in salita. e man mano che si sale si restringono le vie e si moltiplicano i panni stesi. uno di quei posti in cui ti senti indesiderato, dove senti gli occhi delle persone addosso e sei lì, indeciso se darla vinta alla paura o alla curiosità. pullula di ristoranti clandestini, che a dirla così sembra una figata: entrare nelle case delle persone, mangiare roba buona, come fatta in casa, a prezzi stracciati. ma ad un certo punto ti rendi conto che quelle persone in quella casa ci vivono davvero e non è mica un gioco a cui gli va di giocare. per non parlare di mafie,pizzi e quant’altro da distribuire a destra e a manca. e allora ti senti una merda, perchè mentre eri lì pensavi che fosse una figata. ma non ne so abbastanza di questo quartire, ho dato solo una sbirciatina. e in quest’agosto milanese la voglia di documentarsi e parlar di roba seria scarseggia. vi consiglierei di farci un salto però, anche perchè è uno di quei quartieri che la gentrification (grazie esame di geografia. e questo è l’unico che ti meriti) non perdona. già sono iniziati i lavori.

potrei allora raccontarvi del mio nuovo personalissimo eroe: Erick Barrondo. un guatemalteco alto un metro e mezzo che ha marciato per una ventina di chilometri con una ridicola magliettina che gli lasciava scoperto l’ombelico. è arrivato secondo, prima medaglia olimpica della storia del guatemala. son soddisfazioni. e lui prima di partire aveva convinto suo padre a comprare la televisione, dicendo che ne sarebbe valsa la pena. che poi sì, son lacrime facili, e va bene. le olimpiadi saranno l’ennesimo brandello marcio del mercato, ma il mio amico barrondo si è fatto il culo per davvero. e io son felice per lui.

ma la verità è che non son brava a raccontar storie. mi immagino sempre perfette descrizioni che lascino immaginare tutto ciò che ho visto io, ma mi sorprendo sempre a stufarmi presto e a pensare che è sempre meglio farle in prima persona le cose, più che lasciarsele raccontare. che poi son cazzate, perchè leggere è bellissimo e c’è chi sa descrivere molto bene. allora direi di lasciar fare. io leggerò e basta.

da me aspettatevi sbrodolanti riflessioni esistenziali e qualche canzone, che son le cose che mi dan più soddisfazione.

partiamo con un classicone, che non si sbaglia mai.
correva l’anno 1996. io avevo 5 anni, lei ne aveva 21, la mia età di ora.

Ms Squilibrio
(e rieccoci,nonostante l’adolescenza sia angraficamente finita)

un’isola strabica pescatrice senza denti

c’è un posto di cui mi piacerebbe conoscere ogni sponda, ogni racconto, ogni onda che si infrange instancabile sugli scogli. È un posto in cui l’uomo dipende dalla natura, e non il contrario. Ce ne sono tanti al mondo, ma questo è qui, qui dietro, non c’è bisogno di tanti soldi, nè di tanto tempo. È fuori dal tempo, e di conseguenza completamente dalla parte opposta del mondo. Comuni confinanti: nessuno. È un’isola lunga 8 km e larga 4. Residenti effettivi: un centinaio. Tutta la merce, da quella alimentare alla benzina, viene consegnata settimanalmente da una nave proveniente da Livorno che trasporta contemporaneamente anche i passeggeri e che, quando serve, passa dall’Isola di Gorgona a far scendere direttamente sull’imbarcazione della Polizia Penitenziaria coloro che fanno visita ai detenuti del carcere. Tutto passa sulla nave Liburna.

Siamo sull’Isola di Capraia, il giornale arriva alle 12.

La possibilità di studiare finisce a 13 anni, quando terminano le scuole medie. Dopodichè “i ragazzi sono grandicelli, si possono trasferire nei collegi a Livorno”. Il centro abitato è costituito da un porto e un piccolo paese, la distanza tra loro è di circa cinquecento metri. Tutto il resto dell’isola è completamente disabitato, esistono soltanto sentieri, alcuni attrezzati per gli amanti di trekking, altri, molti, abbandonati a loro stessi. Nell’interno è visitabile, attraverso l’unico sentiero più simile ad una strada che a un dirupo, l’ex colonia penale agricola, che ha esercitato per circa un secolo, fino al 1986.

Avevamo fame di storie e di racconti.

Sull’isola non ci sono spiagge, ci sono scogli che si scoprono o vengono sommersi a seconda del vento che tira e che sposta il mare. Tutto è accessibile, quando lo decide il vento, quando lo decide il mare.

Fino a otto anni fa i residenti aspettavano che l’acqua potabile la portasse la bettolina, da Piombino; il tabaccaio del paese ci raccontava che in molti periodi erano costretti a fare docce brevissime con circa mezzo litro d’acqua a testa. D’inverno il riscaldamento non serve, basta una stufetta a legna. L’attività principale è la pesca del totano. D’inverno si passeggia. I residenti effettivi non vedono l’ora che parta l’ultimo traghetto verso metà settembre con il grosso dei turisti per guardarsi, contarsi, ritrovarsi in quattro, e iniziare il percorso di pace tanto atteso.

E’ un’isola in mezzo al mare, e gli isolani aspettano l’inverno.

L’ambiente e le possibilità farebbero pensare ad un’isola abitata da ultraottantenni che dopo una vita di fatiche decidono di rilassarsi, invece ci sono le famiglie, i mariti, le mamme, i figli. Chi nasce lì non conosce semafori, non conosce il traffico, non conosce più di una manciata di coetanei con cui giocare; o si innamora del mare, o inizia a sentirlo come la più grande croce a cui poter essere condannati.

Le onde, incessanti onde che sbattono sulla costa, saranno per qualcuno terapia, per altri malattia.

Chi si sente sano è chi è scappato dal traffico per stendersi sul letto d’acqua blu, a chi è bastata una settimana di influenza per decidere che era il caso di raccogliere le proprie cose e fuggire lontano dalla febbre della città, incessante, come le onde. Chi si sente malato, più spesso, è chi nasce lì, nel piccolo ambulatorio vicino a Cala San Francesco, e lì rimane. I bambini si conoscono tutti, si ritrovano a giocare nella Piazzetta Milano, da quest’inverno ci sarà anche un biliardino, per poter concentrare gli individui di tutte le età, e “movimentare il tessuto sociale”, come ci diceva il nostro informatore. 

La benzina costa 2,30 euro al litro e un grappolo d’uva all’incirca 3 euro. Il campeggio, ovviamente l’unico, offre piazzole in discesa, con un’ombra generata da alberi ricchi di nettare che trattengono dalle sette la mattina alle sette la sera centinaia di api. Il loro brusìo è la nostra sveglia, al mattino.

Tutto viene lasciato così com’è, questa è la sensazione che si ha muovendosi per l’isola. Intere pareti di roccia rischiano il crollo, ma in fondo chiunque vi può accedere; in tutta l’Isola sono state “costruite” due sole spiagge, costituite comunque da massi, nei dintorni del porto, ma col grecale vengono sommerse; all’interno della colonia penale non si può entrare, perchè è quasi completamente distrutta, ma questo avviso lo si trova scritto in caratteri molto piccoli su un cartellino ben poco in vista all’ingresso. Se il sentiero è pericoloso non te lo dirà nessuno, tranne qualche aiuto che può dare l’informatrice al proloco; se prendi una piccola plancia a noleggio le informazioni che ti daranno non saranno niente più che “butta l’ancora” e “se si spenge il motore guarda se hai preso un sacchetto nell’elica”. Verrebbe da dire che sei abbandonato a te stesso, ma questo pensiero sorge solo, forse, perchè siamo abituati male. All’Isola d’Elba per esempio prima di imboccare un sentiero fatto di scale di cemento, puoi trovare spesso un cartello con su scritto “sentiero pericoloso”.

Siamo abituati a un mondo in cui l’uomo ha cambiato la natura per renderla a sua misura, a Capraia è l’uomo che deve cambiare. È l’uomo che sta scomodo e si deve adattare. È l’uomo che raggiunge il mare e non il mare che entra in casa sua; il campeggio, che potrebbe essere gestito ben meglio di così, è effettivamente scarno. Ci hanno visto con la chitarra e ci hanno sbattuto nell’anfratto più lontano di tutto il campeggio e per raggiungere i bagni avevamo da camminare quasi con il cambio per il giorno dopo. C’è chi entra nel bar che il mattino vende i quotidiani per prenotare una “Nazione” per il giorno dopo, che, come dicevo, prima delle 12 non arriva. Altre riviste non ne hanno.

Il market è gestito da tre donne del posto, una di loro ci raccontava che d’inverno si imbastiscono cene, si cammina, si lavora il giusto, e si aspetta la nave che arrivi da “di là”. Poi l’inverno dura poco più di due mesi, a scandire il tempo, più che il clima, è il turismo. Non viene nominata quasi mai la parola “Italia”, si parla di “di là”, un’espressione che concerne una certa atmosfera di oscurità e mistero alla penisola -l’innominabile- una di loro una mattina mentre ci preparava i panini, si lamentava del fatto che amasse tanto Pino Daniele e che se fosse stata di là l’avrebbe già visto un suo concerto. Senza dubbio. È davvero strana l’espressione che si configura sul viso di chi dice “di là”, è un misto tra invidia e disprezzo, gli occhi si riempiono di compiacimento e rammarico, fa pensare che siano felici di abitare lì ma che si chiedano ogni giorno “sarà per paura?”.

Le tracce di società, di marcio, di consumismo, e di capitalismo ci sono. Ma sembrano tracce blande e disinteressate. La vita costa molto, forse anche perchè a chi ha una casa lì piace sentirsi parte di un’elite, sembra che l’isola sia mossa perennemente da instancabile pigrizia e che, una volta consolidato il turismo dal quale viene assalita, avesse sollevato le spalle e con aria stanca avesse detto tra sè e sè :“che s’ha da fà pe’ campà”. E’ come se quelle rocce vulcaniche incandescenti avessero un paio di occhi e un immenso sorriso sghembo e si facessero beffa della gente. Il piccolo bussino che porta le persone dal porto al paese, che quindi deve fare non più di cinquecento metri, costa 1 euro, per esempio. In paese (non al porto) la sera non si mangia un piatto di spaghetti a meno di sedici euro. Il massimo punto di ritrovo per grandi e piccini è il grande locale storico che ospita concertini di musica dal vivo, grandi quantità di brillantina, uno stuolo di bei fusti con i golfini sulle spalle da yuppi anni ’70, che offre colazioni, pranzi e cene, luci calde, tavolini in legno, buon vino versato con ridicola galanteria, bambini che urlano mischiati a anziani veterani che in un certo momento della vita si sono potuti permettere una villa sull’isola, che raccontano a amici o parenti di passaggio come si vive in quel paradiso. Sull’isola nessuno produce niente, se non pesce, quanto basta, per alimentare pochi ristoranti e la famosa sagra del totano che avviene in novembre, e il mirto tipico. Non c’è più il pascolo di capre, nessuno possiede un’azienda agricola, si vende solo la merce che arriva da “di là”. E si pesca, si pesca a non finire. Quasi tutti i residenti possiedono una piccola barchetta, un gozzo, o un gommone, con i quali fare traina, calare le lenze di canne da pesca robuste, lasciare palamiti per giorni e giorni in mare aperto.

Il tabaccaio vende posaceneri dell’Isola d’Elba, hanno sbagliato a spedirglieli; al ristorante se chiedi il mirto tipico ti portano quello di Sardegna.

La sera l’Isola si spacca in due. La vita di porto e la vita di paese. Sulla banchina del porto, mentre mangi un piatto di carpacci di pesce a pochissimi soldi dal mitico Nonno Beppe, ti passa davanti un uomo baffuto in bicicletta che si ferma un attimo a parlare di pescate notturne, è lo stesso che la sera prima stava alla cassa vestito di tutto punto nel locale di cui parlavo poco fa, è anche lo stesso che la sera stessa sarà alla consolle della piccola discoteca a cielo aperto che imbastiscono raramente al porto dove attraccano le navi, a cucirsi addosso il ruolo di speaker giovanile, ed è lo stesso che quando il grecale porta via la spiaggetta di sassi, monta sulla gru e cerca di riposizionarli alla meglio, con una canotta sudata e una sigaretta dietro l’altra in bocca. Alla Gelateria del porto, che si colora di una storia tragicomica avvenuta ormai quasi vent’anni fa, quando il gelataio decise di rapinare la banca dell’isola e di fuggire sulla Liburna venendo preso per il collo nel giro di pochissimi minuti dalla polizia, si consumano birre e tè freddo in un clima di inevitabile mistero e tra sguardi di figure sinistre. Intorno alla mezzanotte, leggermente inoltrata, il porto e il paese si immergono in un silenzio che divide in due il sentimento di inquitudine e lo unisce come fosse la sua perfetta metà a quello di pace. Si sente il mare che culla le barche addormentate, che struscia e leviga i sassi della spiaggetta de’ Frati, che muove i pontili in legno facendoli ondeggiare leggermente. E nient’altro. Si può andare a dormire in campeggio e essere preda quasi ogni notte di un forte vento che ulula in mezzo alla macchia mediterranea e culla i corvi che si vedono passare durante il giorno che si nutriranno delle carcasse delle capre.

C’è un dettaglio, un dettaglio che tendo a dimenticare, una targa, una targa che nomina il campetto sportivo a un tizio. Tendo a dimenticarlo perchè è come il veleno di una medusa che ti sfiora mentre nuoti libero in acque cristalline, una macchia, che mi ha scombussolato un po’ i piani. Che vorrei non aver visto. La targa onora Fabrizio Quattrocchi. Il mercenario, o contractor, rapito e ucciso in Iraq nel 2006. Se c’è chi crede ancora nelle missioni di paecekeeping che svolgono gli eserciti militari di tutti i paesi del mondo, non può esserci ancora chi crede all’ipotetico onore di un contractor. Il famoso giovane valoroso che è morto “da coraggioso, da eroe” (Franco Frattini), ha concesso una parte del suo valore all’Isola di Capraia. Alleanza Nazionale ha premuto per conferire a Quattrocchi la medaglia d’oro al valore civile per aver tenuto alto l’orgoglio nazionale e per essere morto con fierezza patriottica. Non abbiamo chiesto niente a riguardo, sempre per il discorso della medusa. Mi dispiace un po’, l’idea che mi sono fatta, scevra da qualsiasi garanzia di verità, è che sia una targa che passa fortemente inosservata. Ho scoperto solo dopo che fu un consigliere della Lega Nord a sollevare questa proposta che venne accolta senza infamia nè lode, visto che tra le motivazioni vi era anche l’importanza di ricordare ed onorare il legame storico che vi fu tra l’Isola e Genova (città natale di Quattrocchi). Mi sembra quasi un tentacolo disperato che si allunga e annaspa per raggiungere la terra ferma: “ci siamo anche noi, e un impronta leghista la dobbiamo lasciare un po’ dove capita”.

questa non è e non può essere una visione oggettiva della vita sull’isola, mi sono basata su ciò che abbiamo constatato in cinque giorni, attraverso occhi attenti (e quando son troppo attenti va a finire che son sempre più limitati) e racconti sporadici di persone del posto e non.

Avevamo fame di storie, e troppa fame annebbia la vista.

[Lascio il link del libro pubblicato da Enrico Cappelletti, che ha scritto storie, racconti e leggende riguardanti l’affascinante storia di questo scoglio selvaggio.] http://www.aqtnews.com/wp-content/uploads/2012/03/capraia_isola.pdf 

Con Vinicio Capossela che canta dell’aedo che canta la memoria, cerco di tornare sulla terra ferma.

http://www.youtube.com/watch?v=jOaBcMhQHg4

 

 

Potpourri

Sono qui.

                 [Sono qui?] 

Ho bussato prima di entrare, sono entrata in punta di piedi.

E’ strano come l’entusiasmo nell’autoconcederci questo spazio di autogestione si ritragga timido di fronte alla pagina bianca. Mi sembra di fluttuare dentro un enorme pallone bianco lontana anni luce dalla forza di gravità.  Tutto si ricoprirà di parole nere, fluttuanti, in costruzione e decostruzione. Una sorta di gestazione, o meglio, di autogestazione, è il caso di partorire noi stessi, di nutrirci e guardarci, all’interno di un viaggio transumante. Cercherò non soltanto di riempirmi la bocca, ma di navigare, a remi o a vela verso sponde vicine o lontane, attraverso l’utilizzo più liberatorio di un mezzo freddo e urlante. L’abbiamo in pugno questo spazio.

È proprio questo, il senso del possesso. Si parla di perdere e trovare, avere o non avere, sapere o non sapere, amare o non amare, e si tira in ballo il possesso. È fuori misura, come tutto, anche la retorica di queste due righe.

  • Via…pubblichiamo…se no ‘sto Polifame inizia già a ristagnare, tanti mesi per farlo partire e ora tutti fermi alla porta d’ingresso : – “prego, vai pure”, – “no, prima tu”, – “ma no, tu”.

sarà che siamo in agosto e tutti facciamo finta d’esser lontani dai computer, o sarà che non sappiamo da dove cominciare, e l’estate ci fa un ottimo seggiolino sotto il culo e allontana le rampe di lancio. Saranno proiezioni mentali mie, e semplicemente a nessuno è venuto in mente.

Io neanche so da dove cominciare, quindi comincio dalla fine.

Ormai sono anni che ognuno di noi scrive su questo blog, abbiamo imparato a conoscerci attraverso sottili linee e feroci sbalzi, abbiamo imparato che ogni incontro è degno di nota, e che uno spazio in cui scrivere ciò che ci capita di osservare non ha un inizio nè una fine, abbiamo capito che ogni momento è un indizio per conoscere ed un passo indietro per sapere, adesso che sono in procinto di dire addio a tutti coloro che ci hanno letto, e per salutare tutti noi, che abbiamo deciso di partecipare ad un progetto semplice e banale, cercherò di scovare l’originalità del nostro viaggio. Anche quando si trattava di un aneddoto di poca importanza, qualcuno trovava la voglia di annotarlo qui; tutte le volte che mi trovavo a leggere un pezzo di qualcuno, mi domandavo spesso di chi fosse, e giocavo a riconoscerlo prima di arrivare in fondo; ogni volta che giungeva da lontano qualcuno di nuovo sentivo un battito sconnesso nel petto, era bello quando in tanti trovavamo affascinante ritrarre qualcosa in questa minuscola crepa dello spazio cibernetico. Poi ognuno di noi scriveva da lontano, avevamo raccolto in un unico spazio le riflessioni e i giochi di parole dai mondi più disparati, ed era come se tutti fossimo in più posti contemporaneamente. Era come poter scartare un regalo ogni giorno.

-queste righe sono la riprova che i critici recensiscono dischi senza averli ascoltati-

Oggi ho deciso di scartare il mio primo regalo, avevo chiesto per natale un oggetto di cui non conoscevo nè forma nè funzione, e sto sperimentando se mi piace. Ho capito solo dopo averlo scartato che non era necessario dargli un nome, che non era fondamentale incartarlo nuovamente in una forma definita, ormai, una volta aperto, scorreva fluidamente, ed è bastato decidere di mettersi a nuotare.

Sto camminando lungo il porto di Portoferraio, all’Isola d’Elba, intorno alle 12, aspetto il traghetto per approdare sulla terra ferma e mi trovo immersa di colpo in ciabattine da mare, maschere, calamite souvenir, e stranamente in questo negozio straripante di oggetti del tutto inutili, c’è un oggetto che attira la mia attenzione. In mezzo ad una serie di grembiuli molto originali che ritraggono donne nude e l’Isola d’Elba in ogni sua forma e colore, ce n’è uno particolare, che non ho mai visto, lì per lì mi incuriosisco e turbata mi avvicino per guardarlo bene, rifletto un secondo e mi viene da pensare che sia il corrispettivo elbano del grembiule fiorentino con il fallo del David. Il turismo di massa qui si accontenta di un pisello, all’Isola d’Elba c’è Benito Mussolini. Tutto bello impettito, nella sua tipica posa, con annessa data di nascita e di morte, la parola “statista” ed un’immancabile bandiera italiana sullo sfondo.

Il mio traghetto arriva tra quarantacinque minuti, forse posso fare due chiacchiere con la proprietaria del negozio, che al momento sta servendo un gruppetto di ragazzi con cappellini di Louis Vitton e uno ha anche un’aquila tatuata sul gomito. Penso istantaneamente vediamo se jerry polemica oggi si piglia anche un pestone. Stanno acquistando delle maschere, ma sono troppo grandi, ne volevano alcune un po’ più piccole, interviene la signora del negozio -“si queste sono più per i tedeschi, sono.. per chi ha la testa grossa” Trovo esilarante questo particolare, mentre fingo una certa disinvoltura nell’osservare costumi per bambini. Intuisco che la signora non è italiana. I ragazzi si allontanano contenti di aver preso anche i rispettivi boccagli ed è finalmente il mio turno. Mi avvicino, e con gentilezza: -“Scusi….una curiosità” – col classico dito indice puntato a mezz’aria cercando di gestire il mio senso di disagio – “quanti ne vende di questi grembiuli con Mussolini?” La signora si alza, stranita e con aria vaga mi dice – “mah venti o trenta”, – “ah! Quindi tanti!?” cortesemente mi fa notare che non sono tanti, in un anno. Le chiedo allora se le convenga davvero tenerli e accenno al fatto che credo che per molta gente non sia bello camminare e trovarseli davanti, -“io non lo so, io non sono italiana, a me basta vendere per pagare affitto, so che l’Italia è divisa in due per questo.” Le chiedo di dov’è. Romania. Io insisto – “Quindi glieli comprano insomma..” sposto la mano destra sotto il mento e mi accorgo di essere troppo simile a Basil l’Investigatopo per risultare credibile. Lei a questo punto decide di concedermi la sua opinione con molta cortesia: -“non è un grosso bisniss, c’è chi lo odia, tanto, e chi lo ama, tanto, io non so, io non ho vissuto in Italia e non lo so, però c’è chi dice quelle leggi che ha fatto hanno fatto bene all’Italia, e poi sai anche lui è stato tradito, tradito perchè Hitler che era… fascista, alla fine che ha fatto, gli ha sparato, capito, gli ha sparato” e solleva le spalle. Senza che io ribatta, in quanto fortemente basita, mi informa su alcune statistiche – “I ragazzini..sedici, diciottanni, no, sono contrari, ma adulti, quaranta, cinquantanni, invece lo comprano, a volte è venuto il nonno con il nipote e lo ha preso” Entrano dei clienti, mi pare di rubarle tempo prezioso per poter aiutare qualche compratore a scegliere tra bandiera pirata col teschio o telo da mare con cuori e palline.

Così ringrazio, sorrido e esco dal negozio. Rimango perplessa, e comincio a mangiarmi le mani per non averle chiesto neanche come è venuta a conoscenza del drammatico omicidio di Mussolini da parte di Hitler. Oppure per non averle spiegato un po’ meglio la tragedia. Ma semplicemente mi siedo sul molo e mi accendo una sigaretta, domandandomi quale sia il modo migliore per farle rispedire quei grembiuli alla ditta ‘ITATI’,con tanti saluti ed un cordialissimo fanculo.

Ci sto ancora pensando

 

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