Archivio per luglio 2012

Qui un uomo aveva tana, un mostro

« Qui un uomo aveva tana, un mostro,
Che greggi pasceva, solo, in disparte,

E con gli altri non si mischiava,
Ma solo viveva, aveva animo ingiusto.
Era un mostro gigante; e non somigliava
A un uomo mangiator di pane, ma a picco selvoso
D’eccelsi monti, che appare isolato dagli altri. »
Omero

Questo blog vuole stare dalla parte di Polifemo.

Polifemo è l’emblema della nostra condizione. Polifemo è il nostro blasone.
Polifemo è un essere ancestrale appartenente a un tempo remoto, ad un Mediterraneo di un’era precedente a quella per cui siamo soliti definirlo culla della civiltà. Polifemo è ciò che è stato spazzato via, Polifemo è ciò che, sempre e in ognidove, viene continuamente spazzato via.
Polifemo è un essere goffo e ingombrante che si agita contro un nemico indefinibile, ineffabile, un nemico che si chiama Nessuno.
La lotta contro Nessuno è la nostra lotta, uno sbracciarsi senza fine pervasi da una furia apparentemente immotivata. Creduti ubriachi dagli altri.
Polifemo
è un simbolo di quello che la Storia ha polverizzato, è un richiamo alla non-Storia. È una figura di confine tra ciò che fuori dalla Storia è protagonista e dentro la Storia è un antagonista tra tanti.

Per chi vede la Storia passargli sopra e ignorarlo, ogni richiamo alla non-Storia (e cioè alle tante storie) è come ossigeno.

Polifemo
è la fuga dall’Occidente; Polifemo è la fuga dalla civiltà; Polifemo è quindi la fuga anche da noi stessi. Polifemo è il cambio di prospettiva. Polifemo è la decostruzione del pregiudizio culturale che, sullo stesso viso, due occhi siano meglio di uno…
Polifemo è l’affermazione che a volte chiudere un occhio rende tutto più chiaro.

« Per gli stomaci vuoti non esistono né obbedienza né timore »
Napoleone

Polifame è tutto ciò, più la nostra fame, più tutti i nostri tipi di fame.

La Fame è l’elemento di voracità vitalistica e contemporaneamente di autodecostruzione ironica. La Fame è la spinta verso il cibo, la spinta verso il mondo. La Fame è l’attrazione che proviamo per le cose, la volontà di cibarcene; la Fame è lo stimolo, l’impulso, il nemico dell’inerzia. La Fame è una corrente confusa, disobbediente, temeraria e incontrollabile. Un fluire irrefrenabile.

Ma la Fame è anche la storpiatura di Polifemo. Una storpiatura necessaria a mantenere le distanze dal proprio io in una lotta che è anche contro se stessi. La Fame è la furiosa velocità dei movimenti in lungo e in largo alla ricerca di cibo. In lungo e in largo.

Se Polifemo è la verticalità, la profondità, l’ascesa e la discesa, la decadenza e la rinascita…
la Fame è l’orizzontalità, la diversità, la pluralità, la molteplicità di forme e contenuti, una corsa continua in tutte le direzioni.

Polifame è la nostra poliedricità; Polifame è la sintesi tra una lotta disperata contro Nessuno e il bisogno di trovare delle forme per sopravvivere a se stessi e al mondo. È la convergenza tra la lotta per soddisfare i propri bisogni e il bisogno di soddisfare i propri appetiti, i propri desideri. Polifame è il cambio continuo di prospettiva, e per questo Polifame è un essere collettivo.

Spesso il possesso di due occhi ci fa dimenticare che il punto di vista è uno soltanto. E un punto di vista solo, in sé per sé, è terribilmente ingombrante.
Polifame
è la pazza ricerca di sazietà alle nostre fami senza l’arroganza di guardare con entrambi gli occhi, ma con la pretesa di guardare con tanti sguardi differenti.

Perchè, come (quasi) diceva qualcuno:

« Un occhio è troppo e due sono pochi! »
Nonno Libero